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LE INTERVISTE DEL "TORINESE" AL SALONE DEL LIBRO

Inno all’amore con Lisa Ginzburg e Dorit Rabinyan

di ilTorinese pubblicato giovedì 19 maggio 2016

E’ l’amore il cuore pulsante delle storie di due grandi protagoniste della 29° edizione del Salone del Libro di Torino: Lisa Ginzburg e il suo “Per amore” (Marsilio) e Dorit Rabinyan con “Borderlife” (Longanesi). Argomento comune, ma su sfondi diversi, personaggi indimenticabili per i quali il lettore fa il tifo fino alla fine che, ahimè, è tragica in entrambi i libri. Noi abbiamo letteralmente fagocitato i romanzi e le abbiamo intervistate per voi. Eccovi pillole di incontri memorabili e suggerimenti di lettura.

Nel suo Dna ci sono talento per la scrittura, profondità di pensiero, capacità di narrare emozioni, fatti e sentimenti in un modo che ti afferra, coinvolge e non ti molla più.

E’ Lisa Ginzburg, nipote della scrittrice Natalia Ginzburg -di cui ricorre il centenario della nascita- e da Parigi (dove vive e lavora) è planata al Salone del libro per presentare “Per amore” (Marsilio), storia di un amore travolgente e complicato, dal tragico epilogo.

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Protagonista è una giovane documentarista italiana trapiantata a Parigi che, durante una trasferta di lavoro, conosce Ramos. Ballerino, attore e coreografo brasiliano dall’irresistibile fascino esotico. E’ l’inizio di un legame intensissimo quanto difficile; una continua corsa ad ostacoli in cui le distanze culturali e geografiche fanno da barriera e per anni è un continuo andirivieni tra Brasile ed Europa. Lei tenacemente impegnata a rincorrerlo, con una dedizione incredibile, ma destinata a schiantarsi contro litigi violenti, mondi opposti e traiettorie di vita sempre più divergenti.

Luì è passionale, solitario e sfuggente. Nato nel microcosmo colorato di una favela, è il capoclan di una famiglia numerosa, dove i legami di sangue balzano al primo posto. Porta in giro per il mondo la magia del Candomblé (danze e riti animistici afro brasiliani), ha raggiunto il successo e strappato il suo destino dai pericoli della strada e della miseria.

Differenze socio culturali e distante geografiche: quale delle due complica di più un amore?

«Le prime sono più profonde e con sedimenti difficili; ma si superano se c’è una grande complicità. Un elemento che secondo me, in una relazione adulta, si stabilisce abbastanza presto. Ma non è una cosa che si costruisce, deve scattare. Le distanze geografiche, invece, possono essere più gravi dal punto di vista concreto; quando impediscono di mandare avanti una storia, il problema è più complicato».

Cos’è l’amore per lei?

«Oggi dico la complicità, ma in altri tempi avrei risposto altro. L’amore è una forza potentissima che può impossessarsi di una persona; se la guida bene può anche essere bellissimo. Il demone più potente, furioso e ingestibile è la ricerca di identità. E il romanzo parla anche di questo».

Come si supera il dolore per la morte di chi amiamo?

«Prima di tutto con un lungo silenzio. Dopo arrivano le parole e, dopo ancora, il ricordo, perché quando le cose tendono a sfuggire si ricorre alla memoria. Il tempo da un lato migliora la situazione, ma dall’altro la peggiora, inspessisce i fatti, non li diluisce soltanto. Il perdono invece è legato più che altro a vicende come quella che racconto».

Il cognome che porta l’ha favorita o fatta guardare con sospetto?

«Se parliamo di Natalia è stata una vera nonna: tenera, molto casalinga e protettiva, con la quale ho avuto un rapporto molto complice e profondo. Quando ha saputo che volevo scrivere mi ha incoraggiata moltissimo e ancora oggi la sua presenza è per me una sorta di nume tutelare. Se invece ci riferiamo al cognome, non mi ha avvantaggiata per nulla, anzi, direi che mi ha intralciata parecchio».

E’ solare, ha un’energia dirompente e nei giorni del Salone è stata presa d’assalto dai giornalisti in un tour de force di interviste alle quali si è prestata con grande disponibilità, ironia e tonnellate di entusiasmo

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E’ Dorit Rabinyan, l’autrice di “Borderlife” (Longanesi) -storia d’amore tra una giovane ebrea e un palestinese- che ha fatto infuriare il Ministero dell’Istruzione israeliano e bandire il testo dai programmi scolastici. La polemica è esplosa, il libro è schizzato in testa alle classifiche e, in sua difesa, sono scesi in campo mostri sacri della letteratura come Amos Oz, Yehoshua e Grossman.

E’ una versione modernissima di Romeo e Giulietta in cui la faida tra Montecchi e Capuleti è sostituita da quella tra due popoli e anni di lotte. Sullo sfondo di una memorabile New York -due anni dopo lo sfregio dello skyline dal quale sono state cancellate le Torri Gemelle- ecco il colpo di fulmine tra Liat e Hilmi. Lei, giovane traduttrice di Tel Aviv è nella Grande Mela grazie a una borsa di studio; lui, arriva da Ramallah, vive a Brooklyn ed è un pittore di talento. In patria

sarebbero divisi da 70 km e poco più di un’ora di viaggio: Tel Aviv e Ramallah, 2 punti geografici tra i quali non c’è linea retta, ma una strada tortuosa, pericolosa per lei, impercorribile per lui. Invece, nel crogiolo di razze newyorkese tutto è possibile: loro sembrano fatti l’uno per l’altra e diventano inseparabili. La vicenda è autobiografica come ci spiega l’autrice.

«Il libro è il mio regalo d’addio a Hassan Hourani, il giovane artista palestinese che ho conosciuto e amato nel 2002, quando ero a New York per promuovere il mio secondo libro e ci restai per un anno. Non avevo minimamente pensato che la storia potesse trasformarsi in un romanzo; ma dopo la sua morte, proprio come Hilmi, ho ritenuto mio dovere scrivere di lui e per lui. Ed ho la sensazione che se fossi stata io a morire, lui avrebbe fatto altrettanto per me».

In Israele è possibile l’amore tra ebrei e palestinesi?

«Gli israeliani non hanno alcuna possibilità di incontrare i palestinesi, a meno che non attraversino la linea 67, cosa che possono fare solo i soldati o i coloni. All’università si incontrano arabi-israeliani, ma non sono veri e propri palestinesi. Quindi questo amore non solo è inconcepibile, ma irrealizzabile. Invece, all’estero, quando gli israeliani incontrano altri mediorientali, scatta subito una scintilla, un’attrazione immediata, perché hanno sembianze e carattere simili».

Se la strada da Ramallah a Tel Aviv è rischiosa, perché Hilmi finisce sulla spiaggia di Giaffa?

«E’ quello che è successo, ma c’è anche una connotazione politica. Come lui ci sono tanti ragazzi palestinesi che, pur essendo della zona, non hanno mai potuto vedere il mare. Riescono ad entrare in Israele e raggiungere Giaffa; ma non sanno nuotare e spesso affogano».

Come ha reagito quando il romanzo è stato bandito dai licei di Israele?

«Sono rimasta sorpresa, scioccata, mi sembrava di essere in un sogno surreale e non sapevo come reagire. Nelle prime interviste si vede che ridevo nervosamente».

Ci sono altri libri israeliani che parlano dell’amore tra ebrei e palestinesi, perché il suo sarebbe pericoloso?

«Il mio è più inerente all’attualità, rispetto agli altri 2 romanzi, del 1973 e 1982. Il Ministero dell’Istruzione ha scritto a chiare lettere che il mio libro, e come descrivo un amore così

libero, sarebbe stata una tentazione per gli adolescenti, fragili e portati al romanticismo. E’ probabile che la funzionaria che ha stilato la relazione abbia pensato che, se lei si era innamorata di Hilmi, le ragazzine sarebbero corse in Cisgiordania per trovarsi un fidanzato palestinese. Cosa davvero ridicola».

Molti insegnanti hanno detto che suggeriranno di leggerlo, c’è chi non teme un’apertura tra i 2 popoli.?

«Israele è divisa in due: chi è pro liberalismo e i conservatori, che sembrano la maggioranza, perché da circa 10 anni siamo governati da quello che definirei un “tiranno democratico”. Netanyaohu con la sua leadership ha quasi schiacciato la democrazia».

Qual è il segreto dell’amore tra Liat e Hilmi?

«Nella loro relazione c’è anche una sorta di lotta, evidente quando la reciproca lealtà viene sopraffatta dal loro attaccamento alle radici. Restano insieme perché il loro amore è come un frutto proibito e cercano di godersi l’armonia e il piccolo dolce boccone di come potrebbe essere la pace, se esistesse».

Laura Goria

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