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In scena al Carignano il testo goldoniano che inaugura la stagione dello Stabile

In un mondo in bianco e nero, Binasco convince con il suo Arlecchino

di ilTorinese pubblicato martedì 16 ottobre 2018

Che ormai, andando a teatro, quelli che per definizione sono “i classici” ce li dobbiamo aspettare posti al di fuori di ogni norma più o meno antica, è un dato di fatto, una consuetudine, quasi un implacabile déjà vu che finirà prima o poi per invischiare questi nostri registi come in altra epoca altri furono presi in trappola da parrucche incipriate, da nei posticci, da mossette leziose. Non ci fu un taglio netto, le lezioni di Squarzina (i suoi Goldoni!) e di Castri intervallarono poco a poco la seconda metà del secolo scorso, un’isola a sé rimanendo la sacra rappresentazione dell’Arlecchino di Strehler, una reinvenzione e un capolavoro. Valerio Binasco, mettendo oggi in scena per la stagione dello Stabile torinese, di cui è da quest’anno direttore artistico – repliche al Carignano sino al 28 ottobre -, il testo degli esordi goldoniani, rientra nella scia dei disturbatori, progetta che non c’è più posto per la maschera e per i suoi atteggiamenti da farsa, ci lascia un Arlecchino intristito, che annaspa tra le proprie bugie e i risultati più che disastrosi che ne derivano, insicuro e a tratti devastato tra il gruppetto di lor signori e un matrimonio che sta per essere siglato. Non è tutto luci e fiammelle a illuminare la casa del ruvido Pantalone e gli altri luoghi ricreati tra siparietti e fondali da Guido Fiorato (dentro ci sono anche biciclette circolanti, tavolini di un bar, ballabili da un vecchio giradischi, scivoli e giostrine che occupano un giardino per bambini), sono penombre e deboli luci che tagliano di sghembo, che pongono in chiaroscuro la malinconia che circola, le infelicità e i sospetti, la fame sempre in agguato, il ripetersi delle giornate e delle azioni per una scolorita sopravvivenza. Il tutto dove? “In un mondo in bianco e nero”, quello respirato decenni fa, con una umanità che “si è seduta ai tavoli di vecchie osterie, ha indossato gli ultimi cappelli, ha assistito al trionfo della modernità con comico sussiego, ci ha fatto ridere e piangere a teatro e al cinema con le ‘nuove maschere’ dei grandi comici del Novecento, e poi è svanita per sempre, nel nulla del nuovo secolo televisivo”. Una umanità di provincia, arruffata, impoverita, a tratti un po’ cialtrona, sempliciotta la maggior parte, piena di sogni, attenta alle proprie sostanze, quella stessa umanità che abbiamo negli anni passati ritrovato nella Tempesta come nel Mercante come nel Don Giovanni, ogni titolo stropicciato in una provincia dimenticata e rimpianta, con certe radici forse proprio in quella mandrogna che il regista ha respirato da giovane.

Dicevamo déjà vu, ma certo coerente e affettuoso, convincente. In questo suo Arlecchino servitore di due padroni, Binasco ci porta ben al di là della Commedia dell’Arte, reinquadra il protagonista quasi in un anonimato che a volte sconcerta, ne azzera quel panorama di diavolerie fisiche legate alla maschera, magari riportandolo ai tratti conosciuti per un attimo, in un meccanismo perfetto, allorché con altri due pari suoi deve dalle cucine far arrivare nelle due diverse stanze d’albergo, a coloro di cui è contemporaneamente a servizio, le portate di un abbondante pranzo: per ripiombarlo al termine dell’esibizione nel buio più completo. Non si può rinunciare a tutto, Binasco sa benissimo lavorare sugli attori e sulla loro spremitura (anche se arrivando oltre i 160’ una certa stanchezza la si sente e la chiarezza del racconto e degli intenti si indebolisce e si arruffa) per cui le gag, anche se affievolite, non mancano, affidate anche ai personaggi minori, dove piacciono il Pantalone di Michele Di Mauro, custode di ogni regola, il Silvio di Denis Fasolo, la Beatrice di Elisabetta Mazzullo e la Smeraldina di Marta Cortellazzo Wiel, servetta pronta a rivendicare qualche diritto femminile (“sono donna, voglio la mia libertà”), rivendicazioni fuori epoca che troveranno poco seguito.  Per l’Arlecchino di Natalino Balasso, ammorbidito anche in quei suoni del dialetto veneto, la prima preoccupazione è ricavare il maggior vantaggio da quell’ignorare flemmatico in cui vive, in quello spaesamento quotidiano e l’attore coglie il segno, un clown triste fatto di una furbizia già sconfitta, lasciato nel finale in una sospensione in cui difficilmente trova spazio la sua domanda di perdono a una classe che ha ritrovato un ordine e non vuole rispondere.

 

Elio Rabbione

 

Foto di scena di Bepi Caroli

 

Nelle immagini:

Un momento dello spettacolo

Natalino Balasso, protagonista di “Arlecchino”

Marta Cortellazzo Wiel (Smeraldina) e Natalino Balasso (Arlecchino)

 

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