Il tempo del perdono di Fernando Aramburu

Domenica 13 maggio, poche ore prima di essere insignito del prestigioso Premio Strega Europeo per il suo romanzo “Patria”, uscito in Spagna nel 2016, Fernando Aramburu ha presentato i suoi libri in un incontro partecipato, tenutosi presso il Salone Internazionale del Libro di Torino

Aramburu, nato a San Sebastian nel 1959, ha affrontato con coraggio la questione dell’Eta (Euskadi ta Askatasuna), organizzazione armata terroristica il cui scopo era l’indipendenza del popolo basco, dandone una visione unica che tiene conto di tutti i punti di vista della società.In “Patria” e in “Anni lenti”, in fondo due pezzi della stessa storia, le vicende e i drammi umani di vittime e carnefici si intrecciano e si annodano, regalandoci l’immagine di un mondo in cui i semplici rapporti tra vicini di casa che si stimano, che si apprezzano e si ammirano, che si frequentano, in un attimo, vengono lacerati dal terrorismo che li costringe quasi a scegliere da che parte stare, attraendo molti con false dottrine e false lotte.Nel 2012 l’ETA depone le armi e al tempo della violenza dovrebbe seguire quello della pacificazione e del perdono, tuttavia il tempo del perdono di presenta disagevole, difficile, complesso, dilatato e sembra non chiudersi mai perché nessuno crede in un perdono pubblico, davanti alle telecamere. La riconciliazione deve avvenire in modo più intimo, il cambiamento deve partire dall’anima di coloro che hanno vissuto questa storia, una storia che si è intrecciata alle singole vite.

Nella folla di personaggi che animano le vicende di “Patria” emergono prepotentemente le figure di due donne, di due madri, di due mogli. Da un lato Miren, la madre di un ragazzo che si è unito all’Eta e che è diventato un terrorista, pronta a giustificare e a difendere sempre e a qualunque costo il figlio, quasi accecata da una sorta di fanatismo, e dall’altra Bittori che parla con il marito, Txato, che non c’è più, un imprenditore vittima di un attentato. Bittori, dopo tanti anni, vuole provare ad abitare il tempo del perdono e lo fa tornando nei luoghi in cui è vissuta con il marito, riaprendo la casa, facendosi rivedere per le strade alla ricerca di una riconciliazione necessaria a lei, ma anche a tutti coloro che sono stati protagonisti di quei fatti. Aramburu ha spiegato che uno scrittore deve sforzarsi di entrare nella testa dei suoi personaggi e deve raccontarne la storia senza giustificare, ma nemmeno giudicare perché questo non gli compete. Spesso si arriva a giustificare tutto in nome di un’idea e ci si lascia indottrinare senza rendersene conto. La propaganda, in quegli anni, era molto forte e il fascino eroico dei detenuti dell’Eta che, nelle fotografie, apparivano sempre giovani e belli affascinava e attraeva. Purtroppo è accaduto spesso, nel corso della storia, che tutto venga giustificato e accettato in nome di un’idea. L’identità che ci lega alla nostra terra, alla lingua, alle usanze, che ci riporta alla mente ricordi dell’infanzia e del passato può essere deformata dall’indottrinamento che finisce per imporre una visione deviata ed estremista delle cose, creando i nazionalismi che possono sfociare in azioni violente. Lo scrittore basco ha confessato di non aver aderito all’Eta perché, pur non essendo credente, l’educazione cristiana, ricevuta dalla famiglia, l’aveva formato a criteri morali che gli impedivano di credere che si potesse costruire una società migliore togliendo la vita a qualcuno. Inoltre, vivere in una grande città, anziché in un piccolo paese, come quello che ospita i personaggi di “Patria”, gli ha consentito una maggiore libertà di scelta.Fernando Aramburu ha confessato di non sapere perché il suo romanzo abbia avuto tanto successo e ha ammesso che forse, semplicemente, era necessaria una storia così. In un capitolo del libro la vedova Bittori dice: “Perché credi che sono ancora viva? Ho bisogno di quel perdono. Lo voglio e lo pretendo, e fino a quando non lo avrò non penso di morire.” “Non è orgoglio. Non appena metterete la lapide sulla tomba e sarò col Txato, gli dirò: quell’idiota si è scusato, adesso possiamo riposare in pace.” Occorre costruire una memoria, fare i conti con il passato e tentare di andare avanti, è neccessario farlo per i superstiti e per le generazioni che verranno.

 

Barbara Castellaro

 

 

 

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