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CRIMINI & MISFATTI ALL'OMBRA DELLA MOLE

Il rogo del Cinema Statuto: tra esoterismo, legge e fatalità

di ilTorinese pubblicato lunedì 13 febbraio 2017

Era il 13 febbraio del 1983, giorno buio per la città di Torino. Una tipica domenica pomeriggio d’inverno, fuori la neve alta ricopriva le strade e la città un po’ dormiva e un po’ festeggiava il carnevale. Tutti i torinesi conoscono i fatti di quel giorno, ne abbracciano ancora lo sgomento. Sessantaquattro persone morte in pochi istanti di terrore. Al cinema si proiettava un film comico: La Capra con Gérard Depardieu, ma dopo pochi minuti dall’inizio non si rise più. Un corto circuito provocò delle scintille che diedero fuoco ad una tenda, quella che separava il corridoio di destra dal quale si accedeva in platea che, cadendo, diede fuoco alle sedie adiacenti. Tanto fumo, tanto buio.

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Le persone urlavano, cercavano di scappare. Erano circa 100 gli spettatori presenti quella sera al Cinema Statuto, in via Cibrario. Nonostante una delle vie d’uscita principali fosse invasa dalle fiamme, alcuni di loro riuscirono a mettersi in salvo recandosi alle varie uscite di emergenza, ma le trovarono quasi tutte chiuse. Cinque uscite su sei erano chiuse a chiave per evitare l’ingresso di persone senza biglietto dall’esterno. Le mani battenti sulle porte risuonano ancora. Il gestore, nell’atrio della biglietteria, sentì quelle mani che, freneticamente, sferravano colpi, ma decise di non accendere la luce per evitare il panico. Decisione fatale. Il buio, il fuoco, le porte bloccate e, sullo schermo, ancora il film. Intanto le persone in galleria, non si accorsero di nulla se non quando ormai era troppo tardi. Morirono tutti; molti corpi furono ritrovati ancora seduti, due fidanzati di vent’anni abbracciati, molti ammassati nei bagni, nel tentativo di ripararsi dalle fiamme. In galleria non si vide il fuoco, arrivò solo il fumo, quello tossico, quello assassino.

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La combustione dei vari materiali usati per l’arredamento e quella del tessuto che ricopriva le poltrone emanò ossido di carbonio e acido cianidrico. La galleria si trasformò in una camera a gas e bastarono meno di tre minuti per far spegnere tutte quelle vite. Un mese prima, raccontò Raimondo Capella, proprietario del cinema, erano stati fatti tutti i controlli necessari per rendere “sicuro” quel posto. Era stato, infatti, ristrutturato da poco e i lavori erano stati diretti dal geometra Amos Donisotti, che aveva già curato la ristrutturazione di molti cinema.

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Ai controlli effettuati da una Commissione di esperti, non fu riscontrata nessuna anomalia: il cinema era, sotto ogni aspetto, a norma di legge e fu rilasciata una regolare certificazione che attestava la totale sicurezza del luogo. Ma dopo questo nefasto evento ci si rese conto che la legge stessa era sbagliata. I maniglioni antipanico già esistevano, ma non erano obbligatori. La norma che sanciva la presenza di uscite di sicurezza nei luoghi pubblici affermava solo che esse dovevano essere nella condizione di poter essere aperte, il ché non escludeva la chiusura a chiave della porta perché avendo la chiave è possibile comunque aprirla. Da quel momento in poi cambiò radicalmente l’idea di sicurezza e l’Italia intera cominciò un’opera di risanazione dei luoghi pubblici. Ovviamente sempre dopo una tragedia. Ma cosa scatenò l’incendio quel triste pomeriggio? Le indagini intraprese dagli inquirenti si diressero su vari fronti.

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Fu un processo difficile. Furono condannati definitivamente 6 persone degli 11 imputati, tra cui il proprietario (una condanna a 8 anni, ridotta poi a due), il geometra, il tappezziere e una maschera. Il reato: omicidio colposo plurimo. Quanta reale responsabilità ci sia poi dietro questa tragedia è tutta da vedersi. Se esperti ingegneri, geometri, elettricisti avevano certificato la “sicurezza” di quel posto, non so quanta colpa attribuirei al proprietario, uomo semplice e morto, qualche anno fa, mangiato dalla colpa. Quell’evento ha cambiato l’idea di sicurezza nei luoghi pubblici, è vero, ma una cosa che ancora oggi nei vari corsi sulla sicurezza che si propongono a dipendenti pubblici e privati( e che, diciamocela tutta, il più delle volte annoiano) non si affronta quasi mai è la gestione del panico, la capacità delle persone di fronteggiare le situazioni di emergenza. Le nozioni tecniche aiutano fino ad un certo punto. Il temperamento personale e la capacità di reagire alle situazioni di pericolo in modo ottimale fa il resto. Raimondo Capella è stato assolutamente incapace di fronteggiare una situazione di emergenza. Non era in grado, non era stato formato per questo. E probabilmente questa è stata la causa principale di tutte quelle morti. Ma siamo sicuri che, però, il cortocircuito sia stato accidentale? L’impianto elettrico era a norma, ogni filo completamente rivestito. Fuori nevicava, è probabile ci sia stata un’infiltrazione d’acqua che l’abbia causato. Ma perché gli investigatori per molto tempo non abbandonarono l’idea che fu un piromane? Nel giugno del 1982 ben tre cinema torinesi erano stati incendiati dolosamente. Non fu mai trovato nessun collegamento con l’incendio del Cinema Statuto. C’è un’altra cosa che non torna in tutta questa vicenda. In riferimento all’ interrogatorio sostenuto durante le indagini, l’ex proprietario dirà in un’intervista al giornale la Repubblica, testuali parole «In questura le domande me le faceva la dottoressa De Martino.

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Ma alle sue spalle c´era il procuratore capo Bruno Caccia. Quando raccontai di quell´ispezione, fu proprio Caccia ad ordinare l´immediato sequestro del rapporto. Andarono in Prefettura. Ricordo ancora le sue parole precise: “E´ andata bene che siamo andati subito – disse – il fascicolo era già fuori posto”. Qualcuno voleva farlo sparire». Quell’ispezione a cui si riferisce l’uomo è appunto quella effettuata dagli esperti un mese prima dell’incendio. Era il 1983. Erano gli anni di piombo. Gli anni del terrorismo e della corruzione. Gli anni in cui la legalità era ancora un’utopia di pochi magistrati che combattevano per essa.

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L’omicidio colposo è un reato che spesso lascia attonito anche chi lo commette. La colpa c’è, ma spesso anche il senso di colpa. Raimondo Capella si è ridotto al lastrico pur di ripagare tutte le famiglie delle vittime, costituitesi parti civili. Per la commissione di vigilanza che aveva emesso il referto, nessuna condanna. A favore dei membri, infatti, nel 1995, si pronunciò la Corte dei Conti.

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Altra stranezza di tutta questa storia è la lettura esoterica che, ammetto anche da scettica, lascerebbe basito chiunque. Molti esperti di esoterismo dicono che il vero mandante di quell’incendio sia stato Lucifero in persona. Ma cominciamo dall’Inizio. L’incendio è avvenuto il 13 febbraio e il 13 è il numero associato al diavolo. Le persone che andarono al cinema quella sera fortunatamente furono molte di meno rispetto alla capienza delle sale (1200 persone), questo perché il film proiettato era alla “tredicesima” settimana di proiezione. Le morti furono 64, ma la stranezza più grande fu che erano equamente distribuite: 31 uomini, 31 donne, un bambino e una bambina. Il mistero non termina qui. Era periodo di Carnevale e quell’anno la parata aveva come tema il diavolo. Piazza Statuto, luogo vicinissimo al cinema da cui esso, appunto, prende il nome, è da sempre ritenuto dagli esoterici luogo di massima convergenza del male. Il film proiettato era La Capra, che è anche una carta dei tarocchi e rappresenta il diavolo. E poi c’è il racconto inquietante di una coppia che quel pomeriggio decise di non recarsi al cinema. Era il 1975 Marco (nome di fantasia) insieme ad un gruppo di amici decise di partecipare ad una seduta spiritica. Da un momento di gioco quell’appuntamento diventò fisso, ogni venerdì sera. Maria (nome di fantasia), sua moglie, non apprezzava questo passatempo e tutti quei venerdì sera organizzava la sua serata con un’amica, lontano dagli spiriti. In uno di quei fatidici venerdì lo spirito che si presentava spesso ai ragazzi, chiese a Marco dove fosse Maria. L’uomo restò attonito. Lo spirito gli comunicò che sua moglie era andata al cinema e specificò pure quale film fosse andata a vedere. Gli disse, inoltre, che era stato un errore perché quella sera due rapinatori avevano deciso di ripulire la cassa del cinema e avevano sparato ad una donna, ferendola.

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Quella donna era Maria. Dopo quella serata che lo sconvolse Marco si ricongiunse con la moglie e le chiese come avesse passato la serata. Lei rispose che era andata al cinema a vedere un film. Lo stesso scritto con i movimenti del bicchiere dallo spirito. Ma quella sera al cinema non c’era stata nessuna rapina e Maria stava bene. Marco fu pienamente sollevato. Si chiese però perché la moglie fosse andata a vedere un film il cui genere non le era mai piaciuto. Lei gli rispose che, mentre era al bar con la sua amica, avevano controllato il giornale per vedere quali film dessero al cinema. Avevano optato per quello perché era cerchiato in nero con un pennarello e avevano pensato che qualcuno lo avesse evidenziato per comunicare a chiunque avesse preso il giornale che era un film da vedere. Pochi giorni prima l’incendio del Cinema Statuto, Marco e Maria stavano organizzando il weekend da trascorrere insieme. La domenica sarebbero andati al cinema. Presero il giornale per vedere quali film erano in programmazione e Maria scelse il film “La Capra” perché era cerchiato in nero. Marco trasalì. Decisero di passare il weekend fuori Torino.

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Questa storia si porta dietro tante interpretazioni. Che si creda o meno alla magia, di sicuro ci sono cose che non tornano nell’intera vicenda. Come ogni cosa inspiegabile, l’esoterismo spesso si porta dietro un grande fanatismo. I segni sono tanti, probabilmente non dettati dal diavolo, ma di chi al diavolo ci credeva e ci inneggiava e non è da escludere che se ci fosse davvero una mano umana e non del fato dietro a quel cortocircuito, probabilmente era la mano di chi aveva fatto di Lucifero il suo Dio. La mente va, pensa, crea ipotesi. I fatti però ci dicono che alle ore 18.15 del 13 febbraio 1983 sessantaquattro persone sono morte. La legge ci dice che la colpa è del caso e punisce la negligenza perché non può punire il destino. E Torino ricorda ancora i 64 corpi inermi allineati sul marciapiede di Via Cibrario.

Teresa De Magistris