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Lascia l'eredità di un amore per la classicità coniugato ad una straordinaria modernità

Il professor Claudio Raviolo, grande umanista scomparso prematuramente

di ilTorinese pubblicato domenica 25 febbraio 2018

Generazioni di studenti del Liceo scientifico Faa’ di Bruno si sono formati alla sua “scuola” umanista, perché di scuola si trattava. Le lezioni di Italiano, Latino e Storia del professor Claudio Raviolo, grande grecista, formatosi ancora prima che all’Università di Torino, al mitico liceo Cavour, già vicepresidente del liceo scientifico torinese, ricordavano più delle lezioni universitarie che liceali. Recavano una ricchezza di approfondimenti che non erano mai pedissequi, anzi sempre molto vivi e legati alla modernità, coniugati ad un amore infinito per la classicità che egli è stato sempre capace di trasmettere ai suoi allievi. Ha reso vicino a noi ex allievi di decenni passati, come ai più recenti, le poesie dell’amore tormentato di Catullo dedicate a Lesbia, quali ” Odi et amo”, come Le Catilinarie di Cicerone che tanto amava, per l’integrità morale che riconosceva in questo grande oratore romano, oggi dote purtroppo sempre più rara. E la Gerusalemme Liberata, l’Orlando Furioso, i Promessi Sposi, e su tutti Dante, suo maestro di vita, che attraverso di lui, è diventato anche un po’ il nostro.

Mara Martellotta

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Lo vogliamo ricordare attraverso le parole di un suo ex allievo, Andrea Rubiola:

“Qualche tempo fa, per tirarlo su di morale, avevo fatto al professor Raviolo una battuta; gli avevo detto: “Professore, tenga duro ché, ora che non c’è più Umberto Eco, ci resta solo lei!”. Ora, esattamente due anni dopo, mentre il mondo della cultura commemora la scomparsa di Eco, per una tragica ironia anche il professor Raviolo ci ha lasciati. Era infinitamente meno noto dell’altro professore, certo, ma per tutti noi che lo conoscevamo, che differenza c’era? Ammiravamo tutti, allo stesso modo in cui il mondo ammirava Eco, la sua cultura enciclopedica, la sua levatura intellettuale, la sua ironia e la sua missione: insegnare.Le parole che dirò, scritte a mano come sarebbe piaciuto a lui, non sono e non vogliono essere una preghiera: se un Dio c’è, avrà sicuramente un posto per lui, sono convinto che non ci sia neanche da chiedersi se sarà misericordioso; se non c’è, queste parole sono un’inutile consolazione detta tra di noi, sapendo che prima o poi tutti noi non saremo più.

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Voglio ricordare il professore per l’umanista che era, un uomo che si muoveva nella storia e

attraverso la letteratura con l’agio di un bambino nell’acqua, che praticava gli antichi con affabilità e profonda amicizia. Insegnava, e certamente amava, il latino e l’italiano, ma, su tutto, venerava la lingua e la cultura greca; le conosceva a menadito e non gli sarò mai abbastanza grato per avermi insegnato, per anni, il greco, in un corso opzionale che forse faceva più bene a lui che a me. Sperava di potersi dedicare un giorno al più genuino ozio letterario di sapore antico: il suo amore per i classici gli aveva fatto formulare il desiderio di dedicarsi, una volta giunto alla pensione, alla traduzione dell’opera di Pindaro, il poeta dello spirito olimpico e del καιρός (kairòs), dell’istante che l’uomo ispirato sa cogliere; erano questi i suoi desideri, così come avrebbe voluto imparare, e si sarebbe cominciato, aveva già i libri, l’antico egiziano.

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Non ha potuto realizzare nessuno di questi sogni: la vita, negli ultimi quattro anni, gli ha giocato tiri sempre peggiori, sempre più imprevedibili, fino a questa conclusione, ingiusta, prematura e oscena. Sì, oscena: per una persona così non c’è un altro aggettivo adatto a descrivere questo suo ultimo rovescio. Non tutti sappiamo però che il professore non era solo un erudito, un dotto nella sua torre d’avorio. Il suo vero mestiere, la sua vera missione, era insegnare: sempre, comunque, testardamente, devotamente e pazientemente: non si poteva perdere un allievo, era dovere del professore buttarsi al suo salvataggio, sfinirlo per indurlo al recupero. Ognuno di noi capisce come la fine del Liceo Faà di Bruno sia stata per lui lo sgretolarsi di un mondo. Certamente, purtroppo, nessuno ha potuto restituirgli a sufficienza tutto quello che lui ha dato a tutti noi; forse, abbiamo in questo qualche colpa: di sicuro tutti noi abbiamo un poco, sia pure inconsciamente, approfittato della sua pazienza e bontà; qualcuno lo avrà pure ritenuto inadeguato nei metodi, superato, vecchio; il fatto che noi studenti siamo tutti qui riuniti, con il cuore gonfio di dolore, ma anche di riconoscenza, è la prova che chi ha pensato questo si sbagliava.

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È vero, la domanda era sempre nell’aria: a che cosa servirà una perifrastica al giorno d’oggi? Il professore prestava fin troppo facilmente il destro a questa retorica ma, se ben guardiamo, Claudio Raviolo era consapevole anche di questo, e avrebbe saputo dare la propria risposta. Non amava la tecnologia, ma sapeva stare al gioco di questo mondo, con le orecchie e gli occhi bene aperti; e sapeva parlarci del mondo, che certamente non gli andava. Se c’era da dire “non ci sto”, lo faceva, con consapevolezza, ironia e, ancor più importante, autoironia: scoprire questo, dopo qualche mese di scuola, era la cosa più bella. Non era un passatista, il professor Raviolo: amava i

classici come i fumetti e i cartoni della Disney, adorava il fantasy, apprezzava , sicuramente perché aveva capito più di noi, il Signore degli Anelli e il Commissario Montalbano; era buono ma soprattutto era tollerante, aperto e lungimirante, a suo modo ribelle; tutti noi, almeno una volta, lo abbiamo sentito dire con sguardo furbetto e birichino: ” Baffoni a torciglione”, un modo di dire che celava testardaggine e indipendenza.E sapeva trasformare questa sua indole, ancora una volta, in cultura: amava i personaggi anticonformisti, prova ne sia il suo interesse per l’Imperatore Giuliano, ultimo pagano in un impero romano ormai cristiano, che lui, puntualmente, ci faceva studiare quando la Storia o la Letteratura ci portavano alla Tarda Antichità.

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La forza di attualizzare, di parlare del passato come se fosse presente, è una delle doti dell’intelligenza storica, è modernità.Ho saltato, dimenticato, ho omesso tante cose: ognuno ha il suo professor Raviolo, ognuno ricorda qualcosa di diverso e bello della sua persona, che riuniva i coltivatori della più autentica humanitas con le figure di buoni maestri del libro Cuore.C’è un ultimo amico che il professore amava sopra ogni altro, un amico che, riteneva, andasse letto in chiesa; oggi noi lo accontenteremo, perché è un amico che non può mancare, è Dante.Si sarebbe potuto scegliere tra tanti brani, dai più ricchi di spiritualità ai più celebri; non ritengo di conoscere così a fondo la Commedia da aver scelto il passo più significativo, e di ciò vi domando scusa, io ho semplicemente scelto dei versi che parlano di maestri, del maestro di Dante, Brunetto Latini; ancorché all’Inferno, sentite che cosa gli dice Dante:

 

” Ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora,

la cara e buona imagine paterna,

di voi quando nel mondo ad ora ad ora

mi insegnavate come l’uom s’etterna”

 

Inferno, XV, 82-85

 

Andrea Rubiola

 17-21/2/2018

 

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