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Oltre Torino. Storie miti e leggende del Torinese dimenticato

Il Ponte del diavolo

di ilTorinese pubblicato venerdì 13 aprile 2018

5 /  Questa è una storia di scelte, quale versione fare propria? Il detto dice: “vedere per credere” e io aggiungo “e per decidere”. È domenica ed è un bel giorno per un pick-nick all’aria aperta, prendo la macchina, raccolgo gli amici fidati, compagni di avventura e mi avvio verso le Valli di Lanzo

Qui si trova un ponte, detto Ponte del Diavolo, è fatto di grossi ciottoli di pietra, il suo arco è a tutto sesto, gli passa sotto l’acqua fredda e tumultuosa della Stura, la sua presenza scenografica si staglia nel panorama della valle, ma il fascino della costruzione risiede nel mistero della sua edificazione. Il luogo è decisamente turistico, per trovarlo è sufficiente seguire i cartelli stradali.Quando arriviamo è proprio ora di pranzo, spinti un po’ dalla fame e un po’ dalla curiosità, scendiamo dalla macchina velocemente ed imbuchiamo a piedi il sentiero che dalla strada ci conduce al ponte. Rimaniamo un attimo straniti dal bizzarro ritrovamento che facciamo immediatamente: sotto il cartello turistico di spiegazione della storia del sito troviamo un gruppo di ossa di mucca, dalla disposizione sembrano state lanciate a casaccio, come dadi durante un gioco da tavola. Stupiti, continuiamo il nostro percorso. In lontananza si sente già il fragore del fiume, l’erba si muove sinuosa sotto le carezze ruffiane del vento. Dopo poco tempo troviamo un tavolino con panche di pietra posto vicino alla strapiombo della collina: addento il panino più panoramico che abbia mai mangiato. Finito il pranzo ci rimettiamo in marcia, seguiamo il frastuono dell’acqua che aumenta, oltrepassiamo una piccola chiesetta, chiusa ed abbandonata, fatta di pietroni e cemento; al suo interno si intravvede un affresco, imprigionato dietro delle grosse sbarre che impediscono l’accesso ai visitatori, e a lui di essere restaurato. Il sentiero aumenta l’inclinazione e per poco non inciampo sui miei stessi passi, distratta dal guardarmi attorno; mi ricompongo e finalmente vedo il ponte per cui abbiamo fatto tanta strada.

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Da quell’angolazione ricorda l’illustrazione di un vecchio sussidiario, un acquerello antico, dai colori che fanno fatica a mantenersi vividi. Secondo la versione ufficiale fu edificato nel 1378, con il consenso del vice castellano di Lanzo, Aresmino Provana da Leynì, collaboratore di Amedeo VI di Savoia, conosciuto come il Conte Verde. La spesa per costruirlo fu ingente, tanto che per sostenere i costi venne imposta una tassa sul vino per dieci anni. Il ponte metteva in collegamento Lanzo e Torino, e permetteva di non passare attraverso territori all’epoca ostili, come Balangero, Mathi o Villanova, località governate dai principi d’Acaja, e nemmeno da Corio, in cui vigeva la giurisdizione dei marchesi del Monferrato. Nel 1564 venne ordinata, da parte del Consiglio di Credenza di Lanzo, la costruzione di una porta sul ponte, per controllare il passaggio dei forestieri, possibili portatori di peste, morbo che si era diffuso in quel periodo ad Avigliana e nelle zone limitrofe. Lo scorcio che sto guardando è davvero suggestivo, non a caso una ricerca condotta da “La Repubblica” colloca il ponte del Diavolo tra i trenta più belli d’Italia. I raggi del sole cadono a picco nell’acqua, il grigio cangiante dei ciottoli levigati lungo la riva risplende sotto il calpestio dei nostri passi, gli unici altri colori sono il marrone del terriccio e il verde degli alti e magri fili d’erba. Giochiamo a guardarci attorno, ci arrampichiamo per lo stretto sentiero che ci porta attraverso i roccioni limitrofi, quasi interamente ricoperti di lichene, di qui ci affacciamo a guardare le “Marmitte dei Giganti”, allunghiamo in giù il collo, come fanno i gatti quando stanno per fare un salto molto alto.

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In questo punto il rumore del fiume è assordante, gorgoglia come un mostro marino; osservo l’acqua che turbina nei mulinelli, posso assaporare la forza della corrente che risucchia verso il basso; mi piace il colore del fiume, un azzurro opaco striato di increspature bianche. Percorriamo il ponte più volte, dalle due estremità si vede solo fino a metà tragitto, fino al punto in cui la curva dell’arco precipita. Secondo alcune leggende le anime dei morti iniziavano il proprio percorso nell’aldilà a partire da quel punto preciso, si incamminavano incerte e fino a che non arrivavano a metà strada non sapevano se sarebbero finite all’Inferno o in Paradiso. Dal punto più alto del ponte mi fermo a guardare la valle, sezionata a metà dalla Stura, i fianchi delle colline profumano di alberi ombrosi, di lì, il resto del mondo sembra tanto distante. Per vari motivi, -l’ampiezza della struttura, la forma dell’arco che doveva sostenere la costruzione, la gittata nella sua totalità-, la realizzazione del ponte fu molto difficoltosa, tanto che esso crollò due volte e la soluzione a tali problemi non veniva trovata. Fu il Diavolo ad intervenire. Egli promise che avrebbe costruito il ponte nel trascorrere della notte in cambio dell’anima del primo che lo avrebbe oltrepassato; alle prime luci del mattino il collegamento tra le due sponde era stato eretto e per non venir meno ai patti, il capomastro, decise di far oltrepassare il ponte ad un ignaro cagnolino. Il Diavolo si infuriò per essere stato ingannato, sbatté forte le sue zampe nel terreno e formò le ora caratteristiche “Marmitte dei Giganti”. Il sole sta calando e anche il fragore del fiume pare tranquillizzarsi, la giornata sta per volgere al termine ed è ora di andare via. Penso all’ingenua bellezza delle storie antiche, penso che mi piacciono sempre e che vorrei conoscerle tutte. Penso a chissà quanti altri luoghi che ho visitato hanno in sé storie che non conosco. Penso che un po’ di fantasia non può far male e scelgo di credere alla seconda versione di questa storia.Penso che, se il detto ha ragione, probabilmente a sovrintendere i lavori, sarà stata una donna.

 

Alessia Cagnotto

 

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