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Oltre Torino. Storie miti e leggende del Torinese dimenticato

Il manicomio più grande di tutti

di ilTorinese pubblicato venerdì 18 gennaio 2019
C’erano una volta i matti
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Non tutte le storie vengono raccontate, anche se così non dovrebbe essere. Ci sono vicende che fanno paura agli autori stessi, che sono talmente brutte da non distinguersi dagli incubi notturni, eppure sono storie che vanno narrate, perché i protagonisti meritano di essere ricordati. I personaggi che popolano queste strane vicende sono “matti”,” matti veri”, c’è chi ha paura della guerra nucleare, chi si crede un Dio elettrico, chi impazzisce dalla troppa tristezza e chi, invece, perde il senno per un improvviso amore. Sono marionette grottesche di cartapesta che recitano in un piccolo teatrino chiuso al mondo, vivono bizzarre avventure rinchiusi nei manicomi che impediscono loro di osservare come la vita intanto vada avanti, lasciandoli spaventosamente indietro. I matti sono le nostre paure terrene, i nostri peccati capitali, i nostri peggiori difetti, li incolpiamo delle nostre sciagure e ci rifugiamo nel loro eccessivo gridare a squarcia gola, per non sentirci in colpa, per non averli capiti e nemmeno ascoltati. (ac)
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2. Il manicomio più grande di tutti
La nascita della Certosa Reale a Collegno è strettamente legata alle vicende politiche del Ducato di Savoia nel XVIII secolo. Fu Maria Cristina di Francia a fondare il monastero certosino, basato sul modello architettonico della Grande Chartreuse di Grenoble, portando così a compimento le volontà del suocero e del defunto marito. Come sede del monastero fu scelto Palazzo Data, un complesso di edifici al di fuori del perimetro murario medievale collegnese. Il Palazzo era stato fatto costruire da Bernardino Data, il quale, nel 1628, venne prima accusato di peculato e di gravi abusi amministrativi e in seguito condannato a morte, poi, grazie ad amicizie altolocate, la pena si tramutò in esilio perpetuo, mentre i suoi beni venivano incamerati dall’erario ducale. Madama Reale, reggente del Ducato, volle tenere fede alla volontà dei Duchi di Savoia e diede così inizio alla fondazione della Certosa, acquistando anche i fondi contigui. La Duchessa permise ai monaci certosini di installarsi stabilmente a Collegno, in un’ampia area, attorno alla quale vennero erette alte mura che non solo assicuravano ai monaci una totale clausura, ma delimitavano le proprietà contigue al monastero e impedivano la vista dei fabbricanti ai collegnesi. Il 31 marzo 1641 fu sancita la nascita formale del complesso certosino e successivamente, nel 1737, Carlo Emanuele III donò alla Certosa il grandioso portale d’accesso, progettato da Filippo Juvarra, sul quale ancora troneggiano le statue della Fede e della Carità. Negli anni seguenti i monaci non ebbero vita facile, dapprima costretti a lasciare temporaneamente il complesso, a causa del decreto napoleonico di soppressione dei monasteri, vennero poi del tutto allontanati nel XIX secolo, con l’insediamento del nuovo manicomio, fatto che comportò anche il completo riadattamento dello stabile alle nuove necessità ospedaliere. Quando, molto tempo dopo, l’ospedale psichiatrico venne definitivamente chiuso, la struttura passò sotto la proprietà del Comune. Il 25 aprile 1985 venne inaugurato il parco pubblico intitolato al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, all’interno del quale hanno avuto la possibilità di nascere, e tutt’oggi persistono, associazioni di vario genere, che piano piano si sono insediate all’interno dei vecchi e spogli padiglioni. Nell’ex reparto 21, quello riservato ai “pazzi criminali”, risiede illegalmente dal 2006 un gruppo di anarchici che ha denominato la propria sede “Mezcal Squat”, uno spazio libero e aperto ad iniziative culturali, politiche e ludiche. Ad una vicenda tanto remota quanto complessa ha corrisposto una realtà altrettanto difficile, articolata ed oscura. Nel manicomio di Collegno successero tante cose, moltissime persone vagarono per quei lunghi corridoi spaventosamente alienanti, ciascuno con le proprie vicissitudini, le proprie manie e con la propria incapacità di chiedere aiuto. Con l’aumento critico dei pazienti, che ogni giorno minacciava la sicurezza dei reparti e la possibilità dell’insorgere di una qualche epidemia, la creazione di una sede decentrata e fuori città era diventata una necessità. La Certosa di Collegno si presentò come la scelta migliore, una struttura enorme, protetta e isolata, distante solo dieci chilometri da Torino, ideale per risolvere sia il problema degli spostamenti che quello dell’isolamento, inoltre, essendo una struttura di campagna, presentava costi decisamente minori rispetto ad una sede cittadina. Era stato sottolineato che anche dal punto di vista architettonico e paesaggistico la Certosa possedeva le caratteristiche perfette per ospitare i malati, i quali si sarebbero sentiti meglio già solo passeggiando tra gli ombrosi alberi dell’immenso cortile. L’antica struttura dedicata alla preghiera era perfetta sotto ogni punto di vista per diventare il più grande manicomio d’Italia. L’attività dell’ospedale psichiatrico si avvia formalmente l’8 settembre 1852, con lo spostamento  di ottanta malati di mente dal manicomio di via Giulio a quello di Collegno, e avrà fine solo il 4 giugno 1998. La vita all’interno del manicomio era una lunga, disarmante e monotona attesa di qualcosa, c’era chi aspettava di guarire, chi di morire, chi attendeva una lettera di risposta e chi una visita, c’erano quelli che aspettavano un premio o un compenso e quelli che attendevano il momento giusto per la rivoluzione. I pazienti più tranquilli potevano lavorare seguendo l’insegnamento dell’ergoterapia, si occupavano dell’orto, del bestiame nelle stalle, ma anche dei forni per la produzione del pane e della pasta, c’erano, poi, quelli addetti alla lavanderia e alla manutenzione dei fabbricati, dei mobili, dei caloriferi, della disinfezione e ripulitura dei locali, c’erano muratori e cementisti, decoratori, fabbri ferrai e meccanici, c’era anche chi si occupava dei trasporti e chi gestiva una piccola tipografia e un laboratorio di orologeria, e tra tutti non c’era nessuno che venisse pagato. Fino agli anni venti del Novecento la retribuzione avveniva sotto forma di regalo, i pazienti ricevevano del vino o delle sigarette, del formaggio, della frutta o del caffè.  Ad alcuni venivano dati dei soldi, pochissimi spiccioli, ma c’era chi se li bruciava subito, come Renato, che lavorava in serra ed era efficientissimo, ma appena riceveva la mancia lui la incendiava, i regali mangerecci, invece, li seppelliva, perché temeva che qualcuno lo volesse avvelenare. C’era anche chi si lamentava delle 75 lire al giorno, con le quali, dopo dieci giorni, non si potevano nemmeno comprare le sigarette Alfa, ma erano sussurri e borbottii, perché, per chi alzava la voce, scattavano le botte o l’elettroshock. A Collegno vi erano anche degli artisti, come Francesco Toris, impazzito per il troppo stress derivatogli dall’aver messo incinta una donna più abbiente di lui. Toris divenne molto abile nell’intarsio delle ossa di bovino provenienti dalle cucine, scolpiva volti e piccoli idoli antropomorfi, che poi inseriva perfettamente nelle colossali sculture sostenute dall’audace gioco di incastro dei singoli pezzi. E poi Giuseppe Versino, addetto alle pulizie, che sfilacciava gli stracci e realizzava vestiti, borse e accessori vari, per poi indossarli con fierezza. Mario Bertola era un abile tipografo e creò “Il Mondo in rivista”, un libretto di settantasei tavole, chiamate “allegorie”. Ogni tavola era costituita da otto disegni, eseguiti con china e pastelli a cera e accompagnati da didascalie. C’era ancora Agostino G. Miletti, ricoverato a Collegno con la diagnosi di “demenza paranoide”, si credeva una volta multimilionario, un’altra volta genero del sindaco di Milano, un’altra ancora ricostruttore della Basilica di Superga; disegnava progetti per dar vita a oggetti assai complessi, come un orologio che si caricava ogni 278 anni, o come un ponte di vetro che potesse collegare L’Europa con l’America, e inventò, tra le altre stranezze, due alfabeti, i cui caratteri erano formati da chiodi e bicchieri. Tra i creativi c’era anche chi preferiva recitare, infatti, fino al 1932, fu attiva una Compagnia filodrammatica di ricoverati che si esibiva sul palco del teatrino da trecento posti, ma gli attori vennero silenziati dall’eccessivamente alto volume della radio e della TV, strumenti che entrarono nel manicomio già gridando e senza poter essere mai spenti. Il genio e la creatività non riguardano solo l’arte, ma anche le scienze, come nel caso di Luigi Marinotti. Egli era di povera famiglia, e fu costretto a terminare gli studi in quarta elementare per poi improvvisarsi in ogni genere di lavoro; impazzì quando incontrò l’amore: cercò di trovare i soldi con il rapire una bambina di Genova e chiedendone il riscatto, il suo piano andò in fumo quando accusarono un altro uomo del rapimento e lui andò a protestare in questura, presentandosi come vero colpevole. Da questo momento Luigi iniziò a frequentare carceri e manicomi, e trascorse tutta la vita in un perenne “dentro” e “fuori”, al punto da trovarsi a suo agio più “dentro” che “fuori”. Durante i periodi di detenzione egli si dedicò a scrivere brillanti teorie sulla fisica e sulla matematica, scrisse una lettera a Benedetto Croce, che gli dedicò l’ultima appendice del “Saggio sullo Hegel seguito da altri scritti di storia della filosofia” dandogli il titolo di “un indagatore del mistero dell’universo”. Ne scrisse un’altra a Einstein, al quale chiese: “Dica Lei, Einstein, che vuol spiegare il mondo con le matematiche, qual è il primo numero e qual è l’ultimo? Se non lo sa dire, che cosa pretende di spiegare?” (quest’ultima, forse, non venne spedita). Tra tutto questo pensare, c’era anche chi iniziò ad illudersi. Nella notte tra l’11 e il 12 luglio 1912, nel reparto 21, quello dei “pazzi criminali”, il bandito Rivoltella e il “famigerato martellatore di Nizza”, Demorizzi, capeggiarono una rivolta. Con un inganno, alcuni inservienti vennero catturati e presi come ostaggi e subito si perse il controllo della situazione, intervennero pompieri, carabinieri e giornalisti, il direttore sanitario del manicomio, il Prof. Antonio Marro, salì sul tetto per dialogare con i rivoltosi. Il Prof. Marro rimase in attesa finché uno tra i più assennati tra i ricoverati non espose le ragioni della sommossa: essi volevano minore clausura e più aria e cielo, le condizioni in cui vivevano erano peggiori di quelle delle bestie nelle stalle, dormivano su letti di cemento, abbandonati a loro stessi, chiedevano “perché non venite più spesso a vedere da vicino le nostre miserie?”. Sedata la rivolta, non venne preso nessun provvedimento. La vita all’interno di Collegno era poi tanto diversa da quella del mondo fuori? Chi ha potere si impone sui più bisognosi, chi non sa rispondere a semplici domande alza la voce e le mani, chi si rivolta per un disagio viene ingannato e poi messo a tacere, di questo i matti se ne sono accorti, per ciò li abbiamo rinchiusi là dentro.
Alessia Cagnotto
 
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