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Era più che convinto che gli artisti del falso sapessero unire crimine e bellezza in un connubio misterioso e intrigante

Il genio del signor Anacleto

di ilTorinese pubblicato martedì 17 luglio 2018

Il racconto / di Marco Travaglini

Il signor Anacleto abitava in pieno centro storico a Torino. Anni prima aveva visitato molti palazzi per poi imbattersi in quello che, a suo dire, l’aveva “affascinato dal primo istante”. Palazzo Bertalazone di San Fermo, edificio di origine seicentesca  che nel ‘700 aveva ospitato la pinacoteca del conte d’Arache, si trova in via San Francesco d’ Assisi, a poca distanza da piazza Solferino e a due passi dalla centralissima via Garibaldi che collega piazza Castello con piazza Statuto, saldando le due realtà esoteriche della città della Mole, quella bianca e quella nera. Dietro al grande  portone si cela il cortile, dalle facciate ricoperte d’edera e vite californiana. A fianco, un altro cortile e l’ingresso delle scale che, con cinque rampe e ben 88 gradini, mettevano ogni giorno a dura prova le sue forze per salire e scendere dal proprio alloggio. Ma, come faceva notare lo stesso Anacleto ad amici e conoscenti, quel lieve disagio era per certi versi benefico: “E’ un buon allenamento per gambe e fiato. C’è chi butta i soldi frequentando palestre; io, invece, ho la fortuna di far ginnastica gratis”. Quell’aria di nobiltà un poco demodé era perfetta per un uomo di mezza età che vestiva con eleganza e distinzione, accompagnando il passo con un vecchio bastone dal pomello d’avorio. Non che gli servisse, intendiamoci, ma era così chic che non se ne separava mai. Ogni mattina, puntualmente, appena la suoneria della sveglia a carica manuale rompeva il silenzio con i suoi squillanti  drin-drin, si alzava e – dopo una rapida riassettata – preparava l’immancabile moka di caffè. Un ultimo sguardo nello specchio e, impugnando il suo bastone da passeggio, scendeva con flemmatico passo le scale per intraprendere la sua giornata in “ufficio”. In realtà, per Anacleto Pauperis, l’ufficio corrispondeva al solito tavolino del Caffè dei Portici, in via Pietro Micca. Era lì che, dopo una seconda tazzina di caffè e la lettura de La Stampa, cavava dalla tasca della giacca un piccolo taccuino e prendeva nota dei suoi impegni.

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Alle 9,30 il primo rendezvous era con il Conte De Bellis per il quale doveva svolgere il delicato incarico di redigere una copia di un atto di compravendita, modificando alcuni termini della transazione. Alle 10,45 l’avrebbe raggiunto Oscar Pautasso, committente di un passaporto nuovo di zecca necessario per l’espatrio, a nome di Eugenio Recalchini. L’ultimo appuntamento, poco prima della mezza e dell’immancabile pausa-pranzo ( coincidente con la fine delle audizioni con la clientela da parte del signor Anacleto ) l’aveva riservato all’avvenente signorina Fulminante che, tenendo fede al suo cognome, aveva fatto colpo sul Pauperis. Tutt’altro che insensibile al fascino femminile, il signor Anacleto aveva già predisposto il documento richiesto dalla bella donna. Si trattava di una copia del testamento di un suo vecchio zio appena defunto, rivista e corretta nell’occasione con una piccola, quasi impercettibile modifica del testo originario: al posto del nipote Gerlando l’unica erede dei beni del trapassato risultava ora Domitilla Fulminante. Con buona pace per tutti e un bell’amen alla memoria dello scomparso. Se ancora vi fossero dei dubbi, a scanso di spiacevoli equivoci, è bene svelare l’attività che occupava gran parte del tempo e dell’ingegno del signor Anacleto: quella del falsario. Stando alla definizione del vocabolario, falsàrio  – dal latino falsarius – era chi falsifica documenti, monete o altro. Nel caso del signor Anacleto si trattava, più che altro, di contraffazione di documenti perché, a onor del vero, con banconote e quadri occorreva un talento del quale il Pauperis pareva non disporre. Non che non ci avesse provato ma in risultati erano stati piuttosto modesti a tal punto da consigliarlo di lasciar perdere. Sui documenti, invece, aveva mostrato subito un estro e un’attitudine veramente fuori del comune. Già in tenera età, alle elementari, falsificava perfettamente calligrafia e firma della madre, producendo le necessarie autogiustificazioni che maestre e maestri prendevano per buone. Crescendo aveva perfezionato questa vocazione, sviluppando capacità veramente notevoli. Era entrato al cinema e nei teatri con tesserini che lo esentavano dal pagamento del biglietto; aveva schivato il servizio militare grazie ad un esonero dovuto alle “cagionevoli condizioni di salute” nonostante fosse sano come un pesce; si era persino intestato un piccolo appartamento, con la maggiore età, grazie a qualche leggera modifica in senso correttivo su di un atto redatto dal vicino di casa, Orazio Mellarmè. Il pover’uomo, in punto di morte, non avendo parenti e sapendo a malapena fare la propria firma, aveva chiesto ad Anacleto di scrivere sotto dettature le sue ultime volontà. Solo che l’unico bene – tre stanze più i servizi nel vecchio stabile torinese – non era stato destinato all’Opera Pia ma al nostro Pauperis che, quando si trattava di curare i propri affari, non temeva rivali. Ma l’attività di Anacleto non si limitava a questo genere d’imprese. Anche il ramo commerciale esercitò su di lui una forte, fortissima attrazione. Un’irresistibile fascino che gli sollecitò la fantasia, del quale  trovò conferma leggendo una frase su un vecchio libro: “La truffa è necessaria al buon mercante quanto la lucidatura al vasellame di scarsa qualità”. “Ah, sante parole!”, esclamò tra se e se Anacleto, fregandosi le mani. Così, con poca spesa e quel tanto d’ingegno necessario, accordatosi con un vecchio pasticciere in pensione, inventò una barretta di gelatina e  frutta secca macinata che ribattezzò con diversi nomi. Nell’uso comune, con l’espressione “frutta secca” si intendono di solito noci, mandorle, nocciole, arachidi e così via. Ed ecco allora le barrette di “Spagnolina”, “Nocina”, “Mandorletta” e “Castagnella”. L’anacardo, proposto dall’ex pasticciere che di nome faceva Arialdo e di cognome Maneggi, venne scartato poiché non persuase Anacleto, forse per la vaga somiglianza con il suo nome.

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Citando un proverbio che aveva letto su un bigliettino trovato nei biscotti della Fortuna in una rosticceria cinese che di tanto in tanto frequentava dalle parti della stazione di Porta Nuova (“Un uomo non diventa ricco senza truffare; un cavallo non diventa grasso senza rubare il fieno agli altri”), aggiunse che per completare l’opera occorreva garantirsi l’anonimato. Quindi, morale del discorso, niente anacardo e nemmeno quella “Maneggina” che tanto piaceva al povero Arialdo, mosso da un impeto di vanità. Ovviamente la qualità delle materie prime, comprate all’ingrosso per poca moneta, era alquanto scarsa ma l’origine del guadagno stava proprio lì, nel costo contenuto a fronte di un prezzo non esoso. Le barrette vennero prodotte in uno scantinato attrezzato alla belle e meglio mentre l’ingegnoso Anacleto pensò alla costituzione della società a responsabilità limitata. Ovviamente scelse di registrare alla Camera di Commercio quella con capitale minimo di un euro, formula agevolata e senza vincoli e requisiti di età.I soci risultavano loro due e il capitale sociale sottoscritto e interamente versato all’atto della costituzione ammontava ben a 150 euro: dieci suoi e 140 del Maneggi. Atto costitutivo, spese di apertura, Statuto furono redatti in quattro e quattr’otto da Anacleto che lasciò decidere la denominazione  – “ Delizie del Palato SrL” –  al suo braccio destro. Che, a ricompensa dell’onore attribuitogli, dovette corrispondere di tasca sua   anche i 168 euro di imposta di registro più le tasse camerali. In breve tempo la vecchia impastatrice, gli ormai anacronistici macchinari per spruzzare la gelatina, macinare la frutta secca e  confezionare i piccoli imballaggi – tra guasti vari e rotture meccaniche – consentirono di accumulare qualche migliaio di barrette. Il successo, a detta di Anacleto, era assicurato. “I prodotti che contengono gelatina si sciolgono in bocca, garantendo un rilascio ideale del loro sapore. Inoltre, la gelatina, non contiene colesterolo, zuccheri o grassi, è facile da digerire e non provoca reazioni allergiche”. Quindi, cosa poteva volere di più la clientela? E poco importava se la qualità era scarsa, la frutta secca ormai molto, ma molto “datata” e le condizioni igieniche del processo produttivo non proprio ideali.“Quello che non ammazza, ingrassa”, disse Anacleto, pensando soprattutto al loro guadagno. Non era il caso di farsi troppi scrupoli. La parte più delicata era quella promozionale ma anche in questo campo, nonostante l’apparente mitezza, il signor Anacleto era un vero e proprio mastino che conosceva tutte le tecniche, lecite e illecite, della nobile arte dell’inganno. “Gli imbroglioni hanno sempre saputo,da che mondo è mondo, che il loro mestiere non è quello di convincere gli scettici, ma di permettere ai creduloni di continuare a credere quello che vogliono credere. E noi faremo credere che le nostre barrette sono le migliori, le più buone e nutrienti mai comparse sul mercato”. Una lezione in piena regola che il povero Maneggi ascoltò a bocca aperta, annuendo.

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Con poca spesa, ovviamente a carico di Arialdo, fecero stampare dei volantini. Puntarono decisamente sul pubblico femminile, ipotizzando una maggior disponibilità del “sesso debole” a farsi “permeare” dalla campagna di lancio architettata da Anacleto. Il messaggio era inequivocabile: “ Cara signorina, ha mai provato la nostra spagnolina? E tu, bimbetta, vuoi gustare la gustosa mandorletta? E lei, signora bella? Le andrebbe un morso di castagnella? I prodotti in gelatina della Delizie del Palato sono di gran lunga i migliori sul mercato”. Pauperis sosteneva che non occorresse tanto studio per invogliare signore e signorine di ogni ceto a preferire i loro prodotti. “In tanti fanno i raffinati, proponendo messaggi pieni di allusioni, subdoli inviti, promesse strabilianti. Noi puntiamo su semplicità e immediatezza, senza tanti giri di parole”. Come spesso accadeva quando s’infervorava, sottolineando fisicamente l’importanza delle sue parole, mollava delle tremende pacche sulle spalle del socio che, con una smorfia, annuiva immediatamente temendo forse altre e più determinate “sottolineature”. Gli affari andarono bene nei primi due giorni di vendita sul piccolo banco affittato in un angolo di buon passaggio al mercato di Porta Palazzo. Le barrette si vendevano che era un piacere. La novità, il prezzo conveniente, il prodotto piacevole al gusto e gradito anche dai palati più esigenti fecero ben presto finire le scorte a disposizione. Un successo incredibile che i due soci festeggiarono con una lauta cena in una trattoria di Borgo Dora, innaffiando generosamente le varie portate con un dolcetto di Dogliani che avrebbe risvegliato anche un morto. Ovviamente il conto venne addebitato da Anacleto ad Arialdo Maneggi perché non usciva mai con del denaro in tasca. Il socio fece buon viso e pagò, guadagnandosi una sonora pacca sulla spalla che Pauperis accompagnò con poche parole: “A buon rendere, amico mio”. Nell’attesa di rifornire ancora il banco, disertarono nei giorni successivi il mercato. Anacleto era impegnato a reperire nuove materie prime che, come già aveva fatto, provenivano dagli scarti del mercato generale.Basso costo e massima resa” rappresentavano per il nostro Pauperis i migliori presupposti per garantire un margine di guadagno che fosse il più alto possibile. Anche la gelatina, utilizzata per addensare e conferire consistenza e solidità alle barrette di frutta secca, non era certo di gran qualità ma come lui stesso ripeteva “il miglior condimento del cibo è la fame”. E se proprio fame non era, era lo stesso. Si vendevano le barrette? Sì? Quindi, nessun problema.

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Arialdo, una di quelle mattine, si recò a Porta Palazzo e vide, nei pressi dell’angolo dove avevano montato il loro banchetto, una piccola folla vociante. Incuriositosi, s’avvicinò. Appena udì le prime parole ( “Dove sono quei maledetti avvelenatori? Dove sono finiti quelli delle barrette? Ne hanno già mandati tre all’ospedale e anche mia sorella è stata da cani”) si calò il berretto sugli occhi e, con noncuranza, si nascose dietro una delle tende del venditore di giacche e cappotti. I commenti variavano dal dolente all’inferocito e tutti lamentavano il fatto che quegli affari di gelatina avevano provocato tremendi dolori intestinali a chi li aveva assaggiati. Un signore ben vestito dichiarò di essere un medico e di aver fatto analizzare quella gelatina. Era risultata un collagene composto di scarti della macellazione suina e bovina. E anche la frutta secca non era certamente di prima qualità. “Qui si tratta di sofisticazione alimentare, cari miei”, sentenziò il medico. “Una frode alimentare, un’azione fraudolenta perpetrata ai danni dei consumatori, arrecando danni alla salute e al portafoglio” . Arialdo aveva sentito abbastanza e, tra l’impaurito e l’infuriato, si allontanò in fretta. Quel disgraziato di un Pauperis, chissà che sostanze aveva utilizzato allo scopo di migliorarne l’aspetto delle barrette, coprendone difetti e falsificandone la qualità che, evidentemente, doveva essere scadente per non dire pessima. Quando incontrò Anacleto lo affrontò con tutta l’ira che aveva in corpo. Paonazzo in viso e agitando minacciosamente i pugni, accusò il socio di tutte le nefandezze possibili e prima che quello potesse replicare gli urlò in faccia che la società era sciolta e che andasse a quel paese. Anacleto non si scompose e vedendo l’ex sodale andarsene via a passi lunghi e ben distesi, scrollò il capo e sul viso gli comparve la piega di un sogghigno. Non si sentiva in colpa per le avversità e gli insuccessi. Non dipendeva certo da lui la qualità dei prodotti. Semmai doveva pensarci il pasticciere a fare il suo mestiere, come diceva il proverbio. Lui era esperto nel fare affari non nell’impastare dolci o altri prodotti alimentari. Resosi conto che quell’avventura era finita, in fondo senza troppi danni – a parte il mal di pancia di qualche cliente e l’arrabbiatura feroce di quello che era ormai il suo ex socio – e con qualche guadagno, ripiegò sulla sua attività di sempre. Che dire? Per una persona così a modo e distinta, la lieve correzione della realtà era un’attività quasi meritoria. E pazienza se alcuni avevano dimostrato di non apprezzare le sue doti. Comunque, era meglio lasciar perdere il settore alimentare e tornare alle carte e ai documenti. Anacleto era più che convinto che gli artisti del falso sapessero unire crimine e bellezza in un connubio misterioso e intrigante. E tanto bastava a renderlo felice.