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Nel nuovo Medio Oriente che si sta delineando bisognerà fare i conti con l'inarrestabile espansione russa nel Mediterraneo orientale

Il caso Gerusalemme

di ilTorinese pubblicato martedì 26 dicembre 2017

FOCUS INTERNAZIONALE  di Filippo Re

Riconoscendo Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele, Trump mira a rafforzare l’asse strategico con l’Arabia Saudita in funzione anti-iraniana ma accende la rivolta del mondo musulmano guidata dal sultano Erdogan

(AP Photo/Carlos Osorio)

Telefona al Papa, si consulta con i leader del mondo islamico, lancia strali a Stati Uniti e Israele, guida la ribellione dei musulmani, dal Nord Africa all’Indonesia, contro la scelta di Trump di spostare a Gerusalemme l’ambasciata americana riconoscendo di fatto la Città Santa come capitale dello Stato ebraico. Incontra Putin, diventato lo zar del Medio Oriente, e indossa i panni del “sultano” Recep Tayyip Erdogan ben consapevole che, insieme al leader del Cremlino, ha tutto da guadagnare dagli eventi in corso. Mentre Putin, il vincitore della guerra siriana, raccoglie i frutti del disimpegno occidentale dalla regione e vede crescere i suoi consensi nel mondo arabo sempre più ostile all’America, l’uomo forte di Ankara si erge come fiero condottiero neo-ottomano della comunità islamica universale contro l’Occidente infedele e bellicoso. Al capo della Cristianità Erdogan ha stretto idealmente la mano dopo le dichiarazioni preoccupate del Pontefice che, criticando l’annuncio americano, ha chiesto rispetto per lo “status quo” di Gerusalemme. Erdogan definisce “irresponsabile” la decisione dell’inquilino della Casa Bianca perchè “andrà tutto a beneficio dei terroristi”. É una vittoria per il presidente turco che viene acclamato da una parte all’altra del mondo musulmano come il vero “difensore della Città Santa”, colui che ammonisce il presidente degli Stati Uniti che il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele rappresenta “una linea rossa per tutti i musulmani” e porterà alla rottura delle relazioni diplomatiche con Israele.

 

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E pensare che meno di due anni fa Erdogan affermava: “Israele ha bisogno di una potenza regionale come la Turchia. E anche noi, dobbiamo riconoscerlo, abbiano bisogno di Israele perchè è una realtà dell’area”. Ma quello era un altro Medio Oriente, molto diverso da quello attuale. Turchi e russi erano in rotta di collisione per l’abbattimento del jet russo da parte dei turchi nel novembre 2015 al confine con la Siria e per le sanzioni imposte da Mosca ad Ankara. E mentre infuriava la guerra siriana Putin rivelava il suo piano di dividere la Siria in tre parti, curdi compresi, suscitando l’ira di Ankara e rischiando uno scontro frontale con la Turchia. Oggi Putin e Erdogan sono amici e alleati e decidono insieme, con nostalgie imperiali, il futuro della Siria e dell’intera regione. L’offensiva del comandante della Mezzaluna contro gli Stati Uniti e Israele è partita da piazza Fatih, dalla moschea di Maometto II, sulla sommità del quarto colle della Roma d’Oriente, dove un tempo sorgeva la chiesa costantiniana dei Santi Apostoli che il Conquistatore fece demolire 564 anni fa per costruire la sua moschea. Non si tratta solo di manie di grandezza quando il neo “sultano” rispolvera le glorie del passato imperiale. Di frequente fa riferimento ai sultani ottomani, pensando che nel Paradiso islamico dovrà spiegare la sua strategia in politica estera a personaggi come Maometto II e Solimano il Magnifico. Nel frattempo, da Istanbul infiamma l’islam, radicale e moderato, parla da capo della Fratellanza musulmana più che da presidente di un grande Paese, da 65 anni pilastro sud-orientale della Nato, ma oggi sempre meno stabile e credibile. Piace ai musulmani vedere che con forza guida la riscossa dei Paesi islamici e riunisce nella sua Istanbul una grande assise con i leader dei 57 Stati membri dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) per un vertice straordinario che ricompatta una volta tanto sunniti e sciiti per un obiettivo comune. In un colpo solo vede aumentare il consenso interno e si presenta come grande potenza nel risiko mediorientale. La decisione di Trump su Gerusalemme muove nuovamente lo scenario levantino.

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Se in senso conflittuale o in direzione della ripresa concreta del processo di pace tra israeliani e palestinesi lo vedremo nei prossimi mesi. Certamente ha avuto l’effetto di mobilitare l’intero mondo musulmano, da Rabat a Jakarta, e di mettere a rischio quanto di positivo è stato raccolto negli ultimi tempi come il Trattato di pace tra Israele e la Giordania del 1994 che re Abdallah minaccia di rivedere ma per il resto, al di là delle solite oceaniche e violente manifestazioni di protesta che hanno coinvolto migliaia di persone è praticamente fallita quella “terza Intifada” che avrebbe dovuto, nelle intenzioni dei musulmani, sconvolgere l’intera regione. Mentre l’Unione Europea esprime grande preoccupazione e assicura che nessuno dei Paesi europei sposterà le proprie ambasciate da Tel Aviv, su Trump si abbatte la collera dell’Onu che rifiuta ogni soluzione unilaterale per i negoziati. Per padre Patton, Custode di Terra Santa, questa decisione non fa che provocare danni irreparabili e aggiungere violenze. Nel nuovo Medio Oriente che si sta delineando bisognerà fare i conti con l’inarrestabile espansione russa nel Mediterraneo orientale e con la forza emergente di una Turchia che non si accontenta di un ruolo di secondo piano.

 

dal settimanale “La Voce e il Tempo” Filippo Re

 

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