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qualche ragionevole speranza per questo nostro mondo c'è ancora

I nostri figli ci insegnano a sperare

di ilTorinese pubblicato domenica 3 giugno 2018
STORIE DI CITTA’ di Patrizio Tosetto
Via Carlo Alberto. In pieno centro della nostra città. Sono le nove e trenta, spende il sole e i rumori, se ci sono, sono soffusi. Un leggero venticello ti fa rappacificare con il mondo. Per un momento, sia ben chiaro, ma è un bel momento. Un uomo elegantemente vestito parla al telefonino. Il tono non è alto e il passo deciso fa pensare ad un appuntamento successivo. Capisco che parla in inglese. Non capisco cosa sta dicendo. Sembrerebbe che parli d’affari. Didascalico. Il suo perfetto inglese mi fa ricordare il mio essere “capra” e fin dai tempi delle medie mia madre mi mandava a ripetizione. Ed io stupidamente adolescenziale vedevo solo le beltà dell’insegnante. E poi quando sono diventato padre per ben due volte ho rotto le palle perché studiassero bene l’ inglese. Ora Alice fa l’avvocato ed è in procinto di partire per la Romania: tre mesi di lavoro. I capi la mandano per ” carriera “. Mi racconta come e perché. Difficile ma appagante. Soprattutto le lezioni con tutor inglese, un avvocato che le dà lezioni d inglese sui termini da usare in campo legale Che ci fa a Torino un avvocato inglese? Ma papà che chiedi? Lui è a Londra ma esiste Skype. Ogni giorno un’ ora. Ammetto, mi sento vecchio. Bello? Sicuramente. Adesso è divertente anche per le domande che lui mi fa sulla situazione politica italiana. Sai pa’, non ci capisce granché e non ci capisco molto anche io. Sorrido: non siete gli unici. Una città e una nazione in declino. Ma non diamoci per vinti e “continuiamo a lottare”.
L’importante è imparare bene l’inglese. Poi mi sposto a Porta Susa. Oggi è venerdì ed è tempo di raggiungere Biella mia seconda “patria”. E qui mi muovo tra il degrado della vecchia Porta Susa e la nuova ed avveniristica stazione. Oramai siamo di casa . Sara ha deciso di studiare a Roma. Fa la pendolare. Purtroppo il suo inglese era zoppicante. In contatto con facoltà britanniche ha optato per una soluzione ” indigena “. Positivi i primi voti degli esami. Ritorna raggiante dalla capitale. Mi mancate ma non tornerei indietro e sono contenta della scelta fatta. Ma io sono il solito rompiscatole: e il tuo inglese? Lo studio e sto recuperando il tempo perso al liceo. Anche l’università organizza sempre ed annualmente dei corsi.  E spero di non fermarmi solo a Roma. Globalizzazione del sapere. E il viaggio in treno è conciliante tra pensieri, riflessioni e ricordi. Sono io il primo ad essere felice per le figlie che ho. Sono contento di essere il rompiballe che serve per spronare nello studiare anche l’ inglese. Ripenso alla sartina di mia madre che 50 anni fa mi sollecitava agli studi. Lei non c’è tanto riuscita. Ma ha posto le basi perché le mie figlie ci riuscissero. Difficile essere ottimisti. Difficile non essere preoccupati. Ma fin tanto che  “si prende un treno” e i nostri figli studiano e magari studiano ” le lingue straniere” qualche ragionevole speranza per questo nostro mondo c’è ancora. Anche in questi momenti di totale confusione e dunque di non comprensione sperare è un atto d’obbligo per noi e per i nostri figli. È un regalo che ci fanno.
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