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Deve esserci un tempo in cui qualcuno decide per noi

I genitori oggi

di ilTorinese pubblicato giovedì 11 gennaio 2018

I bambini di oggi ubbidiscono meno o sono i genitori che sono “formattati” diversamente? Correva il tempo in cui bastava uno sguardo del papà o un accenno della mamma per arrivare alla massima dichiarazione di ubbidienza. L’epoca del “facciamo i conti a casa” per ristabilire l’ordine delle cose, per tranquillizzare quel caos a cui da piccolo avevi provato a dare forma, poiché la famiglia non è una democrazia o almeno non lo era. La famiglia che fu era necessariamente funzionale. Deve esserci un tempo in cui qualcuno decide per noi quando, ad esempio, siamo troppo piccoli e non in grado abbastanza da badare a noi stessi in modo autonomo. Dunque, in passato, veniva applicata, tra le mura domestiche, una logica dittatoriale che passava dalle cucchiarelle di legno della mamma, durante il giorno, agli scapaccioni del papà di ritorno dal lavoro la sera. Una dittatura sana, pragmatica, con ruoli educativi divisi e assegnati, alla mamma l’aspetto accudente, emotivo ed organizzativo domestico, al papà il ruolo di rappresentante delle regole sociali, con qualche scivolata in timide carezze. Un sistema famiglia che si autodefiniva e autodeterminava come nucleo definito, chiaro e distinto. Nessuna confusione sul chi faceva cosa e sul come, né di livello dappartenenza. I genitori erano genitori a quel modo, ed i figli anche. I genitori si percepivano anche quando non c’erano e non tramite whatsapp o un tablet sul tavolo di una pizzeria. I tempi,   però, sono cambiati, è vero. Non ci sono più i genitori di una volta. Non ci sono più le cose di una volta e ce ne sono indubbiamente molte altre. In alcuni punti della casa c’è più segnale, in altri meno, in alcuni punti della città il telefono prende anche a batteria quasi scarica, in altre hai zero tacche sullo schermo, e allora? E allora non tutte le tecnologie presenti, se, da una parte, alleggeriscono il movimento materiale dello scambio informativo e sociale, abbreviandone pragmaticamente soprattutto i tempi, purtroppo possono ricoprire funzioni genitoriali alleggerendone la responsabilità d’impegno che ne deriva. Da questa non ci si può sottrarre nel momento in cui si diventa genitori. Ed è così, che piaccia o meno. Il wi – fi non può sostituirsi a mamma e papà. Per crescere servono mamma e papà presenti, credibili, caldi, in accordo tra loro, almeno di fronte ad un rimprovero o ad un encomio, solidi, autorevoli, intatti, indipendenti dalla tecnologia. Genitori che distribuiscono parole e regole funzionali ad una vita sana, in famiglia e fuori. Il perché delle regole che, a volte, sentiamo tutti come un limite? Per evitare il caos, il libero arbitrio di un bambino o di una bambina di magari dieci anni che vuole andare a dormire alle 3 di notte o cenare con le patatine.

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Bambini moderni, ma pur sempre bambini. Il tempo di sviluppo del cervello, tecnologie intuitive a parte, porta con sé i desideri dei bambini omogenei e rivolti verso il dolce, lo zucchero, lo snack, il deviante spesso dal “noiosamente raccomandato” per una buona salute, a prescindere dall’epoca storica di riferimento.Tutto ciò unito alla voglia del nascituro di affermazione della propria identità, rispondendo ed urlando spesso i proprio “no” a ciò che gli viene, più o meno, educativamente detto di fare da chi si prende cura di lui. E dunque chi si dovrebbe, in primis, responsabilmente porre dinanzi a preservare un giusto sviluppo integrativo, sociale, cognito e psicologico’? I Genitori! Prima i genitori parlavano poco e tu ascoltavi molto spesso quasi impaurito. Oggi chattano molto, parlano quasi niente e tu ascolti poco quasi divertito. Allora chi ubbidisce più? Niente dialogo, niente ascolto, ma improvvisazione pura. Estemporanea educazione gestita lì, sul momento, a caso, quello che viene, viene. Un lavoro frettolosamente veloce e rapido il genitore di oggi, con molto meno tempo, molte più distrazioni e tanta frustrazione individuale in più. Cosa resta così? Molto poco, quasi niente. E allora non è raro incontrare famiglie con bambini che “starnazzano” senza nessun tipo di linearità, magari soltanto perché stanno urlando il loro bisogno di contenimento, il loro bisogno “di sentire i genitori” e dall’altra parte genitori, appunto, distratti, persi su una tastiera a controllare notifiche e batteria. C’è campo, non c’è campo. Ed usano, per tenere a bada i figli, quella tecnologia in grado di ipnotizzare, quasi anestetizzare la coscienza umana. Il tablet o il cellulare ed i suoi giochini. Forse perché pensano “se distrae me magari funziona anche con mio figlio e forse la smette di richiedere la mia attenzione”.

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Distratti noi, distraiamo anche i nostri figli da un loro vitale bisogno primario e vitale di presenza genitoriale. Genitori alla ricerca di “campo” con la famiglia senza un “capo” di riferimento. A batteria esaurita poi, tutti a casa perché l’anestetico tecnologico non dura per sempre e, nel momento in cui si spegne, come si gestisce poi un rapporto via cavo. E’ complicato, impegnativo ed emotivo essere genitori. Forse oggi servirebbero giornate che durano il doppio, che aumentano di spazio come gli schermi delle nostre “protesi” tecnologiche. Spesso l’allontanamento dalla casa e dall’educazione è dato dall’elevato e faticosamente tollerabile peso da stress lavorativo correlato. I ritmi lavorativi attuali sono molto più accelerati rispetto al passato, è tutto più veloce e deve essere tutto quasi immediato. Non è facile essere genitori oggi, ma non è neanche difficile prendere coscienza del fatto che sulla terra, sulla luna, cento anni fa o quarant’anni dopo, i bambini sono bambini e per almeno un po’ del loro tempo di vita avranno sempre, per sempre, necessità delle stesse esigenze emotive e affettive, perché nessuno cresce particolarmente sano senza la presenza di qualcun altro che se ne prende cura, e chi lo fa porta comunque dentro una sofferenza, un vuoto immane. Dunque i telefoni facciano i telefoni, ed i genitori i “Genitori”, partendo dalla consapevolezza che nessun genitore è perfetto e non deve esserlo, ma deve semplicemente “esserci” per i propri figli.

 

 

Dott. Davide Berardi, Psicologo – Psicoterapeuta

Psicologo, Psicoterapeuta ad Indirizzo Relazionale Sistemico, Docente Corsi di Accompagnamento al parto, Psicologo della riabilitazione e del sostegno nella terapia individuale e familiare, Terapeuta del coraggio emotivo.

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