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Se venisse dimostrato che i prigionieri di guerra italiani lavorarono l’amianto i nazisti vollero punirli per il “tradimento” dell’8 settembre consci del pericolo cui li esponevano ?

Eternit, un inquietante legame con gli internati del Reich?

di ilTorinese pubblicato martedì 8 novembre 2016

Che legame c’è tra la ormai infinita vertenza Eternit e la seconda guerra mondiale ? Nella complessa vicenda potrebbe entrare un element che, se confermato – pur non avendo rilevanza processuale perché in ogni caso sarebbe prescritto dal decorso del tempo – avrebbe sicuramente un forte impatto emotivo e servirebbe a riscrivere, sia pur in parte la storia degli “schiavi del Reich”, nel secondo conflitto mondiale. A Berlino c’era uno stabilimento che produceva cemento – amianto ed apparteneva ed era gestito dalla Eternit Svizzera.

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In una nota, Ezio Bonanni, avvocato, difensore di parte civile anche nel processo Eternit Bis e presidente dell’Osservatorio nazionale amianto – Ona spiega che “molto probabilmente nel corso del secondo conflitto, l’impianto è stato trasformato in un campo di lavoro forzato per prigionieri di guerra, italiani, polacchi, ucraini e solamente ora, faticosamente, si sta tendando di ricostruire la storia di questi schiavi moderni, rintracciando i parenti o gli ormai pochi superstiti”. I fatti sarebbero avvenuti nel periodo tra il 1943, dopo l’armistizio dell’8 settembre ed il 1945 sino al crollo del Reich tedesco. Al momento, ovviamente, non ci sono certezze ma due sono i fatti: a Berlino nel periodo era operante uno stabilimento Eternit e nello Stalag III D della capitale tedesca furono circa 38mila i prigionieri di guerra italiani internati, facenti parte delle numerosissime squadre di lavoro impiegate in lavori di costruzione o industria. “Ovviamente la multinazionale – continua la nota di Bonanni – afferma di non possedere conferme in proposito, di voler procedere ad indagini, a avverte che la maggior parte dei documenti aziendali dell’epoca non esistono più”. Quindi l’Eternit non avrebbe comunque categoricamente escluso, né smentito la nota del presidente Ona, la possibilità che siano stati impiegati ai lavori forzati centinaia di deportati tra il 1943 ed il 1945. Ci sarebbe poi una singolare coincidenza sullo Stato dove i prigionieri di guerra venivano impiegati. La medicina nazista del lavoro, decisamente all’avanguardia nella tutela dei lavoratori del Reich (l’uomo doveva essere una macchina perfetta da guerra e da lavoro), aveva colto già dal 1939 il legame esistente tra l’esposizione all’amianto ed il mesotelioma pleurico. E, come ricorda in una scheda sul manufatto l’Inail, “La prima nazione al mondo a riconoscere la natura cancerogena dell’amianto, dimostrandone il rapporto diretto tra utilizzo e tumori e a prevedere un risarcimento per i lavoratori danneggiati, fu la Germania nazista nel 1943”. Di qui un interrogativo angosciante: se venisse dimostrato che i prigionieri di guerra italiani lavorarono l’amianto, i nazisti vollero punirli per il “tradimento” dell’8 settembre, consci del pericolo cui li esponevano ? E’ una domanda cui forse, adesso, la ricerca storica e le verità processuali potranno dare una risposta. Ma anche qui c’è molto lavoro da fare. E Ona lancia un appello “a farsi avanti, se vi fossero superstiti o parenti di chi possa avere lavorato l’amianto nello stabilibimento di Berlino”.

Massimo Iaretti