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Oggi gli studenti torinesi riscoprono la sua figura anche collegandola alle radici piemontesi della sua famiglia

Ernesto Rossi della Manta, l’aristocratico giacobino piemontese del ‘900

di ilTorinese pubblicato venerdì 3 novembre 2017

Di Pier Franco Quaglieni

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E’ stata appena inaugurata all’Ufficio Relazioni con il Pubblico  del Consiglio Regionale del Piemonte  in via Arsenale 14 G a Torino  una mostra dedicata ad Ernesto Rossi nel 50° della morte,  che ha per titolo “Ernesto Rossi dal Piemonte all’Europa”, La mostra è organizzata dalla classe V C SS  dall’I.I.S. “Bosso- Monti” di Torino. Essa rimarrà aperta fino al 29 novembre .Roberto Rossi Precerutti,ultimo discendente della casata Rossi della Manta a cui Ernesto apparteneva, ha messo a disposizione la documentazione su una delle famiglie aristocratiche del vecchio Piemonte a cui appartenne questo giacobino coraggioso, certamente incurante delle sue origini nobili, anche se appartenne idealmente , a pieno titolo, due secoli dopo, a quella straordinaria  élite illuministica dei Radicati di Passerano su cui aveva scritto Gobetti. Nato a Caserta nel 1897 e morto a Roma nel 1967, Ernesto Rossi, dopo aver partecipato come volontario alla Prima Guerra Mondiale, conobbe a Firenze Gaetano Salvemini: fu quello l’incontro decisivo della sua vita, che lo portò ad essere sempre coerente con sé stesso, anche nei momenti più duri della sua vita. Rossi rappresenta nella vita politica e culturale italiana l’esempio tipico del “ribelle” o, se vogliamo, del “rompiscatole”, del “donchisciotte”, come disse Gian Carlo Paletta ai suoi funerali. Nel febbraio 1967 ,il giorno dei suoi funerali, Ugo La Malfa tenne un importante discorso al teatro “Carignano” nel quale lanciò il nuovo Partito Repubblicano che superava quello legato alla tradizione mazziniana che a Torino si identificava in Terenzio Grandi e Vittorio Parmentola. All’inizio del suo discorso ricordò Ernesto Rossi, definendolo <<un uomo del Risorgimento>> per la probità morale del suo agire, per la intensa passione civile che sempre caratterizzò la sua vita. Giovanissimo, andai ad ascoltare La Malfa e rimasi colpito da quel discorso. Ne parlai dopo lezione all’Università, a Palazzo Campana(dove pochi mesi dopo sarebbe nata la contestazione studentesca)   con Aldo Garosci, che era uno dei miei professori più amati alla Facoltà di Lettere dov’egli insegnava Storia del Risorgimento e Storia delle dottrine politiche.  Garosci era stato in aspra polemica con Rossi pochi anni prima per” il caso “Piccardi”, una vicenda che non merita di essere ricordata, anche se sconquassò il Partito Radicale di allora ,in verità già minato da dissensi ben più profondi. Garosci non solo riconobbe la grandezza di Rossi, ma si espresse  con parole di assoluta generosità e rispetto verso il combattente per la libertà e la democrazia Ernesto Rossi. Paradossalmente  non fu così generoso Massimo Mila che aveva condiviso con lui il carcere a Roma.E’ impossibile far rivivere il suo gusto per la battuta tagliente, per il paradosso, per la polemica più feroce che caratterizzarono i suoi scritti.

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Oppositore irriducibile del fascismo, fra i fondatori di “Giustizia e Libertà”, Rossi fu arrestato nel 1930 e condannato a vent’anni di carcere (nel suo libro Elogio della galera ci ha lasciato testimonianza di che cosa significasse per lui ” Non mollare”, per dirla con il titolo del giornale antifascista fiorentino a cui aveva collaborato). Visse l’esperienza del carcere con una intransigenza ferrea che gli indurì il carattere, senza impedirgli tuttavia di abbandonarsi alla dolcezza dei sentimenti, quando scriveva alla sua “Pig”, il diminutivo di “Pigolina” attribuito, con catulliana tenerezza, alla sua donna, Ada, che volle sposarlo in carcere e restargli fedele per tutta la vita. La figura di Ada Rossi merita un ricordo a sé perché ella fu una donna di straordinaria personalità,  che seppe fare scelte coraggiose e sempre controcorrente, non coincidenti con quelle del marito. Successivamente relegato al confino di Ventotene, scrisse nel 1941, con Altiero Spinelli, il famoso Manifesto da cui – in piena guerra – trasse impulso l’idea federalista di un’Europa libera ed unita. Un modo di intendere l’Europa diverso da quello che fu di Federico Chabod e dello stesso Luigi Einaudi. Tra i fondatori del Partito d’Azione e poi del Partito Radicale, visse l’esperienza de “Il Mondo” di Mario Pannunzio, di cui fu una delle “colonne”: le sue inchieste appartengono ormai alla storia del giornalismo italiano, così come alcuni suoi libri hanno lasciato una traccia difficilmente cancellabile: pensiamo, ad esempio, a I padroni del vapore.Fu vicinissimo a Marco Pannella all’atto della rifondazione del Partito Radicale di cui fu subito uno degli iscritti già nel 1962/63. Rossi era un liberista convinto, che proveniva dalla scuola di Einaudi, ma aveva anche appreso da Salvemini e da Rosselli i valori della giustizia e del socialismo liberale. Negli anni del pontificato di Pio XII esemplari ( e, forse, non sempre accettabili) furono le sue battaglie ferocemente anticlericali. Alessandro Galante Garrone ha così sintetizzato il carattere di Rossi: << Spiritaccio scanzonato, una delle coscienze più pure ed intemerate del nostro tempo>>. Fu uno degli ultimi “illuministi” che si lasciava guidare, come egli stesso scrisse, dal << cerino acceso della nostra ragione>>. Nel buio morale dei nostri giorni, la lezione scomoda di Enesto Rossi è una di quelle che vanno raccolte e ricordate anche da parte di chi ha dissentito dai suoi “furori” polemici: egli stesso è una piccola luce che ci indica la strada da percorrere, senza tradire: è stato, parafrasando Benda, << un chierico che non ha tradito>>, un cittadino esemplare di quella <<Italia civile>> di cui parla Bobbio.

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E’ molto significativo che in tempi come quelli che viviamo, in cui è stato smarrito il senso della storia e del valore civico,dei giovani studenti torinesi si siano avvicinati a Rossi che fu professore di economia negli Istituti superiori di Stato ed al quale, dopo il carcere duro e il confino, nell’Italia tornata democratica , venne negata ingiustamente la docenza universitaria. E’  anche molto importante che ci siano dei docenti che supportino una ricerca di questo tipo. Licei blasonati torinesi si appiattiscono nei riti autocelebrativi del loro passato, senza uscire dalle solite” vulgate”. Gli studenti del “Bosso -Monti” seguono altre strade e va loro reso merito. Non è, per altri versi, un caso che Rossi venga riscoperto dai giovani. Già nel 1987 gli studenti dell’Istituto superiore di Bergamo, dove Rossi insegnava prima dell’arresto e dove conobbe la futura moglie sua collega di insegnamento, fecero un video sulla vita del professore che diede lustro alla loro scuola . Ricordo con piacere l’invito a Bergamo che mi venne fatto per ricordare Ernesto Rossi nel ventennale della morte. Oggi gli studenti torinesi riscoprono la sua figura anche collegandola alle radici piemontesi della sua famiglia. E’ un segno che non bisogna disperare e che bisogna guardare con fiducia alle nuove generazioni. 

 

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