Home » CULTURA E SPETTACOLI » Dora Mittelbau, il lager “dimenticato” delle V2
Doveva essere l'estremo tentativo di cambiare le sorti della guerra

Dora Mittelbau, il lager “dimenticato” delle V2

di ilTorinese pubblicato giovedì 6 luglio 2017

In Turingia, presso Nordhausen, a sud dell’Harz, la più settentrionale delle catene montuose tedesche, dove si dice che in una grotta riposi Federico Barbarossa, si trova Dora Mittelbau, un lager nazista “dimenticato” per decenni. Ciò che appare a prima vista  – “Dora”- come un bel nome di donna, non deve trarre d’inganno:  in realtà, sono le iniziali dell’organizzazione del lavoro tedesca (Deutsche Organisation Reichs Arbeit). E corrispondono “fisicamente”, ad uno dei luoghi più terribili del sistema concentrazionario nazista.

La sua costruzione, nell’estate del 1943, fu voluta da Hitler in persona allo scopo di produrvi le Wunderwaffen tedesche, le armi segrete del Terzo Reich, dopo che la base usata prima di allora, quella di Peenemünde, era stata distrutta tra il 17 e il 18 agosto 1943 dai bombardieri della Royal Air Force britannica. Secondo varie testimonianze, Dora doveva essere l’estremo tentativo di cambiare le sorti della guerra, grazie ai missili che vi venivano costruiti come le micidiali V1 e V2. Le V2  – grandi razzi, alti 14 metri e larghi quasi due, pesanti circa 11 tonnellate ( 9 delle quali erano di combustibile), con un carico di una tonnellata d’esplosivo – venivano costruite nei due grandi tunnel sotterranei, lunghi circa tre chilometri e collegati fra loro da una quarantina di gallerie, al riparo dalle incursioni alleate. La sigla V2 stava per Veegeltungswaffe 2( traducibile in “arma di rappresaglia n. 2“, da un’idea del ministro della propaganda del Reich, Joseph Goebbels). All’interno del campo lavorarono anche importanti scienziati nazisti, tra i quali Wernher von Braun, il “padre” della V2, al quale, secondo molti, si deve in parte il progresso scientifico aerospaziale che ha permesso all’uomo di andare sulla Luna. Da quei lunghi tunnel uscirono 5.789 micidiali V2 che, in gran parte furono lanciate su Londra e Anversa. Un lavoro massacrante per i deportati, costretti a vivere in condizioni disumane nelle caverne, senza vedere la luce per mesi. Spesso perivano nelle gallerie per il troppo lavoro, per la cattiva alimentazione e per le percosse. Tra la fine dell’agosto 1943 e l’aprile del 1945 transitarono

da Dora 60 mila deportati, dei quali circa 20 mila vi persero la vita. Tra di essi vi furono 1.500 italiani, deportati politici e anche militari e quasi un terzo di loro vi  trovò la morte. Dopo la guerra, fatte saltare le gallerie e trasferiti negli Usa e nell’Urss  centinaia di scienziati, su Dora cadde il silenzio.I primi ad arrivare furono gli americani ai quali Von Braunl si consegnò con i suoi piani di costruzione delle V2 e con tutti i suoi ingegneri,  passando al servizio degli Usa, con la garanzia dell’ asilo e la cancellazione dei crimini di guerra. Di Mittelbau Dora si “dimenticarono” anche i processi di Norimberga, unico lager che non venne citato. Un oblio durato  fino a pcoh anni dalla caduta del muro di Berlino e della riunificazione tedesca. Ora le gallerie sono in parte visitabili e accanto c’è un memoriale. Il lungo silenzio, però, pesa come un macigno. Molte testimonianze sostengono che sia stata la conseguenza dell’invenzione delle V2 , antesignane dei missili balistici (nel 1969 l’uomo arrivò sulla Luna spinto dal razzo Saturno 5, progettato sotto la direzione di Wernher von Braun: di fatto, l’evoluzione della V2 ) . Questa tecnologia favorirà la conquista dello spazio da parte di americani e russi, ed entrambi non avevano nessun interesse a ricordare ciò che aveva tragicamente  preceduto le loro imprese. In quell’inferno sotterraneo, nel freddo umido di quelle gallerie fiocamente illuminate, tra i rottami dei razzi, si percepisce ancora l’enormità del dolore e della sofferenza di chi non vide più la luce nel più duro campo di lavoro forzato del regime delal svastica. Ed è questa la memoria che resta e che non può essere dimenticata.

Marco Travaglini