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Craxi Giuliano Amato e i garofani rossi non sono cose da buttare aprioristicamente ma sono da studiare con distacco critico privi di "codardo oltraggio"

Coda Zabet, come uccidere due volte un novantenne (e la politica)

di ilTorinese pubblicato sabato 5 agosto 2017

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

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La vita di tutti, nessuno escluso, esige rispetto. La morte lo esige doppiamente. Un suicidio implica, di norma, un pietoso silenzio. La pietas deve prevalere su ogni altra considerazione. Queste le regole umane e deontologiche che riguardano le persone ,compresa la categoria dei giornalisti. Dileggiare un vivo è sempre inopportuno, se si può brandire una penna come fosse  un coltello. Ma il vivo può difendersi con la querela, ammesso che poi abbia i suoi effetti. I morti non possono far nulla, neppure replicare ai sensi della legge sulla stampa, come si diceva un tempo. ”Cessate di uccidere i morti” scriva il poeta Ungaretti. Mancare di rispetto ad un morto è quindi  molto più grave. I morti meritano tutti rispetto anche quando , contraddicendo Tolstoj, non sono “tutti belli”. D’accordo, le agiografie sono stucchevoli, ma certi articoli che rimestano su cose di trent’anni fa e su novantenni ammalati e suicidi non appaiono accettabili in termini morali. La libertà di stampa è cosa sacrosanta, ma il dovere del silenzio a volte prevale. Quando morì Giorgio Cavallo ex rettore dell’Università implicato nella vicenda P2, nessuno ebbe il cattivo gusto di scriverlo sui giornali. Cavallo era un microbiologo di fama internazionale, Coda Zabet, ex socialista, novantenne e suicida, un signor nessuno, quindi la sua morte poteva tranquillamente passare del tutto inosservata. I giornalisti che hanno scritto di Zabet sono persone professionalmente molto  stimabili, ma a volte, a tutti, può scappare  la parola di troppo. E’ umano che succeda e non si deve farne un dramma. Giulio De Benedetti e Alberto Ronchey -posso testimoniarlo- davano ordine di ignorare i suicidi. Quanto si legge in queste ore  su Francesco Coda Zabet , esponente socialista torinese di secondo o terzo piano(non era certo un ras)  di cui si suppone il suicidio dopo una scomparsa improvvisa, mi ha amareggiato. Le vere cordate che rovinarono il socialismo torinese furono le cordate “regionali” di matrice meridionale di cui ancora oggi c’è traccia in altri partiti. Ma alcuni capi cordata come Franco Froio , quando morirono, non furono ghigliottinati sulla pubblica piazza. E basterebbe leggere il bel  libro di Paola Bellone  su Bruno Caccia, per rendersi conto della figura controversa dell’on. Froio, fiduciario di Mancini in Piemonte.

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Coda Zabet era  un uomo che aveva pagato per i suoi errori ed era tornato un uomo qualunque
che ,almeno nel momento della sua  fine, meritava parole più sobrie, essendo ormai uscito di scena da molti decenni. Se fosse stato un uomo importante dovrebbe rispondere alla storia e, se credente, dovrebbe rispondere  davanti a Dio del suo operato, ma nessun altro, nel momento della morte, può sentenziare. Alla morte si addice la pietà e anche il silenzio. Non casualmente ,ormai da molti anni ,la Chiesa consente i funerali religiosi ai suicidi, pur condannando il suicidio. E’ vero che Coda Zabet  fu detenuto per un certo periodo, ma godette anche  della fiducia di Padre Ruggiero, storico ed eroico cappellano delle Nuove, che andò nelle grane proprio per la fiducia accordata al detenuto. Non ho mai conosciuto Coda Zabet, ho letto di lui solo attraverso i giornali. Non credo che avremmo mai avuto nulla da condividere. Non credo che fosse una persona stimabile, ma sospendo il giudizio nel momento in cui apprendo che è morto. Il quotidiano  “Repubblica”  ha comunque ricordato che venne assolto dalle imputazioni a lui ascritte e questo resta un  altro dato di fatto inoppugnabile. I comportamenti politici sono una cosa, i reati un’altra. Voglio però dire che  non si può neppure infrangere la dignità e la storia di un grande partito come quello socialista, il partito di Turati, di Matteotti, di Pertini, di Saragat, di Nenni e anche di Craxi, con piccole vicende che non possono essere considerate storia di quel partito, ma al massimo cronaca contingente.

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A Torino, per citare i morti, i socialisti furono Chiaramello, Passoni, Mussa Ivaldi, Malan , Magnani Noya, Salvetti , Cardetti, Secreto, Spagnolo, Dalmastro, Borgogno, tanto per citare qualche nome di esponenti che ho conosciuto; in Piemonte giganteggia la figura di Aldo Viglione, presidente per antonomasia. Liquidare quella storia, identificandola con Coda Zabet e il mercato delle tessere, è sbagliato. Era Grillo che faceva certi discorsi in Tv e continua a farli anche oggi, travolgendo la stessa politica nella sua interezza, comunque collocata. Il qualunquismo diventato populismo che minaccia le stesse istituzioni democratiche. Non sono mai stato iscritto al PSI, ho sempre  mantenuto  una ferma autonomia di giudizio nel corso degli anni dominati da Craxi ,ma da storico mi rifiuto di credere  a certe semplificazioni che appaiono troppo manichee per essere vere .

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Salvatore Vullo mi ha trasmesso una sua lettera al direttore de “La Stampa” che esprime la sua vigorosa indignazione. Vullo che è un socialista che non si vergogna di esserlo, anzi ne è orgoglioso, ha ragione a leggere in certi articoli che riguardano i socialisti  ” superficialità e mistificazione”. Craxi, Giuliano Amato, i garofani rossi non sono cose da buttare aprioristicamente, ma  sono da studiare con distacco critico privi di “codardo oltraggio”, come scrive Vullo.  A volte chi lo pratica, in passato, ha scelto la via del “servo encomio” come tanti che usarono negli Anni ’80 il Partito socialista quando era in auge, salvo poi abbandonarlo all’improvviso, come fanno i topi sulle navi che affondano.