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Era un uomo colto con cui conversare diventava piacevole perché i temi dell’umanesimo liberale appartenevano non solo al suo dna ma alla sua cultura

Cinque anni fa moriva Sergio Pininfarina, anima e creatività vecchio Piemonte

di ilTorinese pubblicato lunedì 3 luglio 2017

di Pier Franco Quaglieni 

(CON UN RICORDO DEDICATO A PAOLO VILLAGGIO)

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Cinque anni fa, all’età di 85 anni , il 3 luglio 2012,moriva il senatore a vita Sergio Pininfarina, imprenditore e stilista, artefice del successo internazionale dell’azienda di design fondata da suo padre. Ingegnere meccanico , Pininfarina tenne le redini dell’azienda dal 1960 al 2006,trasformandola da realtà artigianale ad industriale, in stretta collaborazione con le principali case automobilistiche europee. Agli inizi degli Anni Settanta, con la realizzazione di una galleria del vento in scala naturale, Sergio legò il suo nome a quello di Enzo Ferrari in quanto tutte le “Rosse” di Maranello nacquero da o con la collaborazione dell’industria torinese. Anche modelli più “popolari” come la Flaminia, la Flavia coupé, la 164 e tante altre auto furono creati dall’azienda da lui guidata che giunse a disegnare persino una famosa bicicletta e una bottiglia di storica acqua minerale. In fondo, un altro mondo imprenditoriale che oggi non c’è più, ma anche un mondo umano scomparso , irrimediabilmente scomparso.

Con lui ho intrattenuto un rapporto durato oltre 40 anni e voglio citare i suoi successi imprenditoriali per poter mettere in luce con maggiore evidenza la personalità di questo ingegnere con un’anima di grande sensibilità e forte impronta intellettuale che contraddiceva, in modo evidente , quanto scrisse Musil nell’Uomo senza qualità in cui sostenne che gli ingegneri non hanno un’anima. La sua era un’anima fatta di cultura, di creatività, ma anche di sentimenti profondi, non ostentati, come capita nel vecchio Piemonte, e per questo ancora più radicati ed importanti.

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Era un uomo colto con cui conversare diventava piacevole perché i temi dell’umanesimo liberale appartenevano non solo al suo dna, ma alla sua cultura. Amava Alassio e Garlenda dove passava le sue estati, attratto anche dall’amatissimo gioco del golf. Era bello passare qualche ora con lui:si poteva davvero discorrere di tutto e si aveva l’impressione di parlare con un uomo di statura internazionale, pienamente paragonabile all’avvocato Agnelli,nel quale appariva il gusto della vita semplice, appartata, con un’attenzione smisurata per la famiglia ed un legame eccezionale con la moglie durato per oltre sessant’anni. Amava profondamente il Piemonte e la lunga amicizia con Mario Soldati che ho condiviso con lui, nasceva da questi legami con la sua terra, senza scadere mai in grettezze localistiche che, anzi, detestava.

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Questi aspetti meno noti di Sergio erano la cifra della sua personalità più vera che difficilmente emergeva dalla sua ritrosìa tutta piemontese. D’altra parte i grandi piemontesi, da Baretti a Soldati, da Cavour a Gobetti ,erano cosmopoliti e sapevano guardare oltre le Alpi, come ha saputo fare Sergio. Quando il Parlamento europeo nel 1979 divenne elettivo, fu naturale che tra i capilista liberali per la circoscrizione del Piemonte ,Lombardia e Liguria ci fosse Pininfarina che, insieme a Jas Gawronski e ad Enzo Bettiza, era davvero un modello di italiano – europeo capace di rappresentare ,senza egoismi nazionalistici,ma con grande dignità nazionale, il proprio Paese in Europa.Era tra quei pochi eurodeputati italiani a conoscere le lingue ed a non avere bisogno di interpreti. Per le elezioni della II legislatura Pininfarina continuò a guidare insieme a Gawronski e Bettiza la lista liberal-repubblicana del Nord – Ovest ,potremmo dire liberaldemocratica, che avrebbe dovuto anticipare una sorta di unificazione tra le forze laico – liberali che, invece, non ci fu . Se l’operazione non ebbe il successo elettorale che avrebbe meritato , certo non fu colpa di Sergio che si gettò nella battaglia con generosità e passione .Io sono testimone -come in particolare lo è la prediletta figlia Lorenza che fu al suo fianco nell’impegno civile in Europa-che Sergio non ebbe bisogno di apparati faraonici per raccogliere un vastissimo consenso in tutta la  vasta circoscrizione elettorale perché il suo nome era ,di per sé, una garanzia di capacità e di probità assolute.

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Era un liberale nel senso più autentico e, direi, risorgimentale della parola. Non terminò il mandato parlamentare perché eletto presidente di Confindustria dopo Gianni Agnelli. In passato il partito liberale venne accusato di essere un partito asservito alla Confindustria. Invece il passaggio di Pininfarina dall’Europarlamento alla presidenza dell’associazione degli imprenditori non suscitò obiezioni di sorta perché la sua indipendenza di giudizio era fuori discussione.

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La Costituzione all’articolo 59 prevede la nomina a senatori a vita di cittadini <<che abbiano illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale,scientifico,artistico e letterario>>. Non molti presidenti della Repubblica hanno obbedito in modo autentico al dettato costituzionale, certo la nomina di Sergio a senatore a vita è una di quelle che davvero hanno onorato la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi il quale scelse anche la scienziata di fama internazionale Rita Levi Montalcini. Un episodio che disonora la politica e ne rivela il degrado furono gli insulti del tutto gratuiti e volgari di un senatore per un voto espresso in Senato da Pininfarina. Peccato che il senatore in questione fosse il liberale Valerio Zanone riuscito eletto in Lombardia nella lista del PD, da cui poi lo stesso Zanone si allontanò insieme a Rutelli perché << la sinistra era illiberale, anche se io mi sento di sinistra>>, come ebbe a dirmi una volta. L’idea d’ Europa – per dirla con un titolo di Federico Chabod – che aveva Sergio era quella di Einaudi, un’Europa quindi lontanissima da quella odierna, in cui prevalgono interessi ed egoismi che umiliano il federalismo europeo a cui, già in piena II guerra mondiale, guardava il manifesto di Ventotene.

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Da parecchi anni Sergio non stava bene, specie dopo la morte improvvisa e drammatica del figlio Andrea che per lui fu un colpo terribile. Solo la dolcezza e la vicinanza della moglie e in particolare della figlia Lorenza riuscirono ad alleviare gli ultimi anni di dolore che segnarono il tramonto di un uomo eccezionale che ha onorato l’idea liberale,unendo capacità di intraprendere e volontà di porsi al servizio del bene pubblico, secondo quei valori e principi che troviamo in alcune pagine di Luigi Einaudi. Gli ho dedicato un capitolo nel mio ultimo libro Figure dell’Italia civile, insieme ai grandi del Novecento piemontese da Einaudi a Chabod ,da Bobbio a Venturi. Il Centro “Pannunzio”nell’anno stesso della sua morte, gli dedicò la sua sala incontri come atto di omaggio ,ma anche di ringraziamento. Lui, senza mai comparire, fece moltissimo per il”Pannunzio”. Quando nei primi anni 2000 gli conferimmo un premio insieme ad altri illustri torinesi ,un quotidiano lo definì “carrozziere” e l’avvocato Gian Vittorio Gabri, uomo all’antica, ebbe un sussulto e mi telefonò per lamentare il livello di rozzezza a cui erano giunti certi giornalisti nostrani. Non poteva immaginare cosa sarebbe capitato negli anni successivi.

 

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Oggi è mancato Paolo Villaggio, eroe di una comicità cinica e tetra che riduce il valore delle persone al rag. Fantozzi. Villaggio ha voluto rappresentare,spesso in modo volgare un italiano mediocre ,servile, codardo ,come già fece Alberto Sordi. Mi sono stupito delle parole di cordoglio espresse dalle più alte cariche dello Stato che Villaggio vivo avrebbe definito <<una cagata pazzesca>>.Un’Italia da rifiutare che non fa ridere, ma piangere. E’ il nichilismo spicciolo, quello teorizzato a livello accademico da Vattimo, prima di convertirsi tardivamente al marxismo. Villaggio era partito dal Pci per poi approdare a Grillo. Un percorso inverso,ma emblematico di una sfiducia totale verso tutto e tutti. Queste persone rappresentano l’Italia” scombinata” di cui parlava Salvemini o l’Italia <<provvisoria>> di Guareschi. Delle Italiette mediocri, grigie, senza ideali e senza futuro. Un’Italietta che è rimasta prigioniera della sindrome dell’8 settembre e del “tutti a casa”,ma si è lasciata sedurre dalle ubriacature ideologiche che ha confuso con le idee.Cadute le ideologie, si è trovata orfana anche delle idee che forse non ha mai avuto. Mi rifiuto di credere che l’Italia si sia ridotta così. Quando penso a uomini come Pininfarina ritrovo la certezza che l’Italia tornerà ad avere un futuro.

 

Pier Franco Quaglieni

scrivere a quaglieni@gmail.com