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Il presidente della Regione: "Partire da nuove leggi di spesa e progetti strategici". Intervista in esclusiva al "Torinese"

Chiamparino: “Centralità della cultura, ma il rinnovamento non si fa per decreto”

di ilTorinese pubblicato venerdì 6 maggio 2016

chiampa scrivaniaSecondo il Presidente della Regione Piemonte occorre che l’amministrazione regionale passi da un ruolo prevalente e quasi esclusivo di gestione diretta delle istituzioni culturali a un ruolo di indirizzo, progettazione politica e ovviamente di verifica dei risultati, finalizzando le risorse sulla base della capacità di progettazione dei diversi soggetti che appartengono al mondo culturale. Bisogna abbandonare la distribuzione a pioggia delle risorse, concentrandosi su pochi grandi progetti strategici. Il discorso, del resto, non vale solamente per la cultura…

 

VanelliIntervista di Alberto Vanelli

 

Abbiamo incontrato Sergio Chiamparino, Presidente della Regione Piemonte ormai da più di un anno. Con lui abbiamo riflettuto sullo stato della cultura e del turismo nella nostra regione.

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1) Presidente, gli investimenti nelle infrastrutture e nell’innovazione tecnologica sono fondamentali per attirare in Piemonte dei nuovi investitori. Non crede che anche l’immagine di un territorio vivibile, ospitale, interessante, ricco di opportunità culturali, possa affascinare gli investitori, contribuendo ad attrarre risorse ed energie produttive non necessariamente alberghiere?

Più che da presidente di Regione, le rispondo sulla base della mie esperienza di sindaco di Torino, un ruolo che ho svolto molto più a lungo, dal 2001 al 2011. E la mia risposta è sì. Uno degli esperimenti più riusciti di attrazione degli investimenti, purtroppo non molti, almeno finora, è quello che ha portato a Torino il centro di ricerca di General Motors sui motori diesel. E non c’è dubbio che, oltre alla presenza del Politecnico, dove esistono importanti corsi di ingegneria meccanica e dell’automobile, abbiano contribuito al risultato alcuni importanti elementi di contesto, come il fatto di offrire una città vivibile, accogliente, dotata di una grande vivacità culturale. Detto questo, si potrebbe fare di più. Da quando è stato chiuso il vecchio ITP – Investimenti Torino Piemonte, nessuno si è più dedicato davvero all’attuazione di politiche sistematiche di attrazione degli investimenti.

mole angela2) Torino, anche grazie all’importante contributo della Regione, ha consolidato nel tempo delle istituzioni culturali di rilevanza nazionale e internazionale, che nonostante la necessità di un forte rinnovamento, soprattutto nella capacità di rendersi maggiormente autonome dai finanziamenti pubblici, appaiono in grado di garantire un’offerta culturale di qualità. Nel resto del Piemonte, salvo rarissimi casi, il panorama culturale è molto meno strutturato. Come valuta la possibilità che sia proprio la Regione a promuovere la costruzione di Fondazioni e Consorzi analoghi a quelli attivi nella cerchia torinese, quanto meno nelle aree a più alta vocazione turistica e culturale?

Non sono sicuro che la soluzione principale sia questa. Se focalizziamo l’attenzione sull’attrattività turistica, possiamo dire che gli istituti già presenti sul territorio, le Agenzie per il Turismo Locale (ATL), funzionano, e in diversi casi funzionano benissimo. La zona delle Langhe, per esempio, ha conosciuto dinamiche di crescita turistica superiori a quelle dell’area metropolitana torinese. Ma è chiaro che in quelle aree i fattori di attrazione non sono le mostre e i musei, ma l’ambiente naturale, il vino, la gastronomia. In ogni caso la valorizzazione e la promozione delle risorse culturali diffuse sul territorio piemontese non passano necessariamente per la costituzione di altre strutture gestionali.

3) Non trova, però, che le aree rurali abbiano le potenzialità per allargare la loro offerta,lago pesce
unendo al paesaggio e all’enogastronomia anche una proposta culturale di livello?

Certamente si può fare di più, anche se alcune cose già si fanno, penso allo Stresa Festival, il cui direttore artistico è Gianandrea Noseda, per citare un solo esempio. Io punterei anche sulla creazione di meccanismi di rete che spostino le persone (per esempio, offrendo itinerari turistici che uniscano il paesaggio delle Langhe con le piazze e i musei torinesi), oppure le stesse attività culturali, come avviene quando il Teatro Regio porta la sua orchestra in giro per il Piemonte. Del resto, per guardarla da un altro punto di vista, è assolutamente normale che esistano delle gerarchie e delle differenze di scala. La città metropolitana è tale proprio perché riesce ad attrarre risorse e a combinarle, cosa che difficilmente potremmo replicare altrove con un provvedimento dall’alto. La storia è storia.

4)Quale può essere, allora, il compito della Regione in campo culturale?

chiamp consiglioCredo che la Regione dovrebbe smettere di “fare l’imprenditore”, liberandosi del ruolo gestionale che ha assunto nel tempo nelle più disparate attività, culturali e non. Dovrebbe invece rilanciare il suo ruolo politico, nella cultura ma non solo, programmando e finanziando progetti di ampio respiro, tanto nell’area metropolitana che altrove. E chiedendo ovviamente dei risultati, a cui dovrà essere condizionata l’erogazione di nuovi fondi. Il “controllo” pubblico, più che nella partecipazione di incaricati della Regione ai consigli di amministrazione, dovrebbe risiedere nella valutazione degli obiettivi raggiunti. Per fare tutto questo, però, occorre partire da un’attenta rivisitazione della legislazione di spesa, a cui stiamo già lavorando con Antonella Parigi, che segue le politiche sulla cultura e sul turismo. La logica che governa le nostre leggi di spesa attuali, nate in un periodo in cui c’erano molte risorse, è quella di dare qualcosa a tutti. Ora, però, in un momento in cui i fondi pubblici sono limitati, quel tipo di logica non è più perseguibile. Quando il denaro pubblico era tanto, anche la distribuzione a pioggia poteva avere una sua capacità di incidere: per la crescita culturale delle persone, per il miglioramento della loro qualità della vita, eccetera. Adesso, però, se distribuite in quel modo, le poche risorse disponibili diventano briciole, del tutto irrilevanti ai fini di una reale promozione di cultura, di innovazione, di crescita. L’unica strada è programmare interventi specifici che abbiano una funzione strategica, in grado di attivare dei processi virtuosi all’interno delle comunità, dell’economia, del mondo della cultura, concentrando i denari pubblici in quelle poche iniziative mirate. Non senza avere consultato, ovviamente, i soggetti politici, economici e culturali attivi nei territori interessati dagli interventi regionali.

 

5) Lei quindi mi autorizza a scrivere che entro qualche mese la sua amministrazione metterà mano a una revisione radicale della legislazione vigente, vecchia ormai di oltre trent’anni, per poi avviare una grande stagione di interventi strategici…

Quanto alle leggi, mi concentrerei in particolare sulla legislazione di spesa. Altra cosa sono le leggi che stabiliscono indirizzi e regolamenti. Pur senza fornire una data precisa, in ogni caso, posso dire che tutta la legislazione di spesa, non solo culturale, dovrà essere rivista. In ogni campo, dovremo avere la possibilità di investire su progetti che abbiano un carattere strategico.

europa torino castello6) Parliamo delle forze in campo nel mondo della cultura. L’impressione è che esista una sorta di aristocrazia che controlla da decenni le grandi istituzioni, cui fa da contraltare, dall’altra parte, una periferia della cultura, non sociale e nemmeno territoriale, ma politica: un mondo di soggetti giovani e non, che hanno idee e proposte, ma che sono quasi del tutto esclusi dai processi di decisione…

Ci sono situazioni in cui la Regione è obbligata per legge a partecipare alla gestione, ed altre (come per tutti i più importanti enti culturali pubblici, in particolare nell’area metropolitana torinese) che   senza una presenza economicamente forte del pubblico non sarebbero in grado di sostenersi. Una riduzione della presenza gestionale diretta della Regione potrebbe dar vita ad un meccanismo in cui le risorse vengono assegnate sulla base di progetti che tutti – anche quanti oggi si sentono esclusi – potranno presentare e vedere finanziati, purché si tratti di iniziative importanti e di valore strategico. Ciò non significa, ovviamente, che i grandi enti verranno penalizzati. Ma non escludo che alcuni di essi possano avere in futuro un sostegno ancora maggiore. Ma quel sostegno discenderà dal perseguimento di progetti di assoluto rilievo strategico. A ogni modo di questi temi discuteremo a fondo durante nel corso degli degli Stati Generali della Cultura, un ciclo di cinque appuntamenti studiati per mettere a confronto gliREGIONE PALAZZO operatori piemontesi della cultura, dall’associazionismo alle istituzioni, dalle sovrintendenze agli amministratori locali, sui grandi temi e progetti di questo settore. Il primo appuntamento è previsto a fine giugno 2016.

7) L’offerta culturale di Torino e della sua area metropolitana è ormai ricchissima, quasi sovrabbondante. Non crede, però, che manchi ancora qualcosa? Torino consuma moltissima cultura, ma da un certo punto di vista ne produce e ne esporta poca.

Le politiche culturali degli ultimi anni hanno consentito di recuperare il gap che ci separava da altre importanti città europee. Negli ultimi cinque anni, anzi, la città si è straordinariamente animata, grazie a importanti partnership con grandi istituzioni museali europee. Quella degli enti pubblici, tuttavia, non può essere che un’opera di gestione e divulgazione di un patrimonio culturale consolidato. L’innovazione culturale è difficilmente programmabile da parte di un ente. tosca regio teatroInnanzitutto, bisogna dire che i grandi fenomeni di innovazione culturale sono stati riconosciuti tali dopo che sono avvenuti. Inoltre si sono sviluppati in modo autonomo, spontaneo, attraverso il combinarsi di una serie di fattori; e magari sono esplosi in diretta contrapposizione alla cultura “ufficiale”: quella, cioè, che era sostenuta dalle grandi istituzioni culturali e che era finanziata dagli enti pubblici. L’innovazione non è mai nata per legge o per decreto. Può nascere dalle imprese, dalla rivolta, da tante cose in cui il problema dell’istituzione è, semmai, quello di capire, favorire e accompagnare i processi. Un museo può essere innovativo, forse? Probabilmente nel modo in cui divulga. Ma l’innovazione dei contenuti culturali si produce nella società. Quanto poi alle aristocrazie, culturali e non, è fin troppo facile constatare che al potere ci siamo noi vecchi. Quella di mandarci a casa, però, è una responsabilità che appartiene forse più ai giovani che non a noi…

8) Da anni, le istituzioni culturali sono costrette a inseguire i potenti al fine di ottenere le risorse necessarie ad attuare i loro fini artistici o istituzionali, talvolta a buon diritto, talaltra meno. Non ritiene che sarebbe il caso di porre fine a questa tradizione, che so essere foriera di imbarazzi e trattative estenuanti e spesso inutili, mediante la definizione di un quadro legislativo e finanziario certo, e mediante l’individuazione di criteri di assegnazione non derivanti dalla continuità storica ma fondati su standard e criteri equi, che valutino attentamente i risultati raggiunti e gli obiettivi da perseguire?

 

torino teatroFin dal 2001, quando sono diventato sindaco, ho assistito a una periodica pantomima. I giornali lanciavano l’allarme: la cultura in pericolo! Poi si discuteva e alla fine si trovava sempre la soluzione. Tutto questo, in realtà, dipende dal fatto che, a differenza di altri settori, la cultura ha un potere evidente nell’ambito della comunicazione: nel senso che gli operatori della cultura, anche i minori, hanno un rapporto coi media assai più forte di quello che può avere chi si occupa di artigianato. Ciò che conta è che, alla fine, di significative riduzioni delle attività culturali non se ne sono viste. Semmai c’è stata una crescita, resa possibile, in questi ultimi cinque anni, dai gemellaggi internazionali e dall’aumento delle sponsorizzazioni private.

9) Ma non crede ci sia comunque il bisogno di mettere ordine? Perché un museo prende ogni anni una cifra X, mentre un altro museo, con caratteristiche simili, prende molto meno?

Anche in questo caso, mi rifaccio alla risposta che le ho dato poco fa. Per mettere ordine, partiamo dalla revisione delle leggi di spesa e dall’abbandono, da parte della Regione, del suo ruolo di gestore degli enti culturali. Tutto il resto verrà da sé.

10) A quanto ammonteranno, quest’anno, i fondi destinati alla cultura?

toro regio teatroPer rispondere devo fare una premessa. La Regione deve ripianare il suo deficit tramite due programmi di rimborso, uno decennale e uno trentennale. Ciò significa che, solo a questo fine, per i primi dieci anni, saranno necessari 200 milioni l’anno. È un’impresa difficile, ma grazie a un nuovo assetto legislativo della contabilità regionale, abbiamo la possibilità di coprire una gran parte di quelle spese mediante l’avanzo derivante dalla ricontabilizzazione delle quote Irpef che in precedenza non avevamo segnato, e che ora possiamo invece calcolare. Sulla base di questo, anzi, riusciremo di qui alla fine della legislatura a garantire che il livello delle spese della Regione sia lo stesso del 2016, e a ritagliarci addirittura un piccolo fondo di riserva, per far fronte a emergenze e se necessario, per sostenere ancora più fortemente alcuni progetti importanti. Anche la cultura, quindi, avrà assicurati i livelli di spesa di quest’anno, e grazie alla gestione di cassa pluriennale potrà stanziare fondi anche superiori a quelli relativi all’anno in corso. Gli importi definitivi, in ogni caso, saranno disponibili con l’approvazione del bilancio di assestamento del giugno prossimo.

11) E gli investimenti?

Gli investimenti rientrano in questo discorso e sicuramente ci saranno. Quando parlo di politiche, mi riferisco, tra le altre cose, al cofinanziamento dei fondi europei, a partire dalla cultura, senza naturalmente trascurare il sociale e altri importanti capitoli di azione regionale.

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