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E all'improvviso comparve la testa del serpente marino

Chi ha paura del mostro del lago?

di ilTorinese pubblicato sabato 1 dicembre 2018

Quello d’Orta è il lago più occidentale delle Alpi. Chiuso a sud dalla dolce curvatura delle colline e serrato a nord da una ripida e stretta vallata alpina. Una lunga fenditura provocata nella notte dei tempi dalla potenza erosiva di antichi ghiacciai. Un lago speciale, dal quale emerge a poca distanza dal centro della costa orientale l’ovale dell’isola di San Giulio: un bastione di roccia dura che sale dal fondo buio per incontrare la luce del sole

 

Un lago che va, per così dire, controcorrente. Mentre tutti i bacini delle Alpi scaricano le loro acque verso sud, qui accade l’opposto: l’unico emissario, quella Nigoglia che in tempi normali attraversa pigramente il centro di Omegna, scorre “da mezzogiorno a tramontana“, verso nord. Come tutti i laghi subalpini, anche l’Orta ha sempre avuto la sua esposizione ai venti. Non solo quelli che spirano tutti i giorni durante il bel tempo, come la brezza di monte (tramontana) e la brezza di valle (inverna) che percorrono tutte le vallate alpine con soffio leggero, ma anche quelli più bruschi, di carattere forte e irregolare cadenza. I più noti sono il “Quarnon” (o Maestro) che scende da Quarna e si fa sentire verso Orta, dove il lago è più ampio; il “blemm”, vento di levante, impetuoso quanto breve che quando incontra altri venti cambia il suo nome in “traverson” e diventa un’ira di Dio; oppure il “marescon”, formidabile inverna che spazza il bel tempo portandosi appresso nubi cariche di pioggia. I vecchi pescatori del Cusio li conoscono per nome, li amano o li temono, rispettandoli sempre. Quando soffia la “Magonera” (o Mergozzolo), scendendo d’estate dalla valle del Pescone in direzione nord-est/sud-ovest, sono in arrivo furiosi temporali che rinfrescano l’aria mentre, in autunno, accompagnato da cielo nuvoloso e aria satura d’umidità, da nord-nord-ovest arriva di tanto in tanto il “Cus” che solitamente dura non più di tre giorni tanto che la gente, sulle sponde del lago, ne ha fatto anche un vecchio detto: “Acqua e cus, tre dì a l’us” (acqua e vento, tre giorni all’uscio). Un lago dove sono nate tante leggende come quella del tesoro dell’isola e delle testarde ricerche che impegnarono gentiluomini e banditi alla sua scoperta. Si narrava anche che, attraverso un misterioso canale tra il lago Maggiore e le acque dell’Orta, San Giulio – nel IV secolo – giunse in barca dal Verbano al Cusio. Del canale non c’è traccia ma la via d’acqua immaginaria ha riempito sogni e storie. D’altronde il confine tra la realtà e la fantasia è quanto mai labile e incerto. Per secoli, nonostante le vicissitudini delle varie epoche e le dispute per il possesso e il controllo dei territori che si estendevano da Buccione a Omegna, la vita trascorse abbastanza tranquilla ma mai monotona. Fino ai giorni nostri, quando…

 

***

 

C’era chi era pronto a giurare di averlo visto al largo di Imolo, appena dopo Orta, come il vecchio Luison. Pescatore ormai in pensione, durante i suoi giri in barca, era stato testimone di un gran ribollire di schiuma e poi, come d’incanto, si era trovato davanti un enorme serpente che l’aveva guardato fisso negli occhi prima di sparire sott’acqua. Chi invece, come Giansiro, ci scommetteva la cosa a lui più cara, la sua vecchia “Lampreda”, splendida lancia da lago, pur di far credere di aver visto quel mostro vicino all’attracco di Oira. E così anche il Canaja di Omegna, Cazzul di Borca o il buon Severino Piana di Valstrona: tutti, chi in un modo e chi in un altro, avevano avvistato il misterioso abitante del Cusio. Il caso più clamoroso era però senz’ombra di dubbio quello capitato a Carletto di Brolo, detto “spugna”. L’essersi guadagnato quel nomignolo per la naturale disponibilità del suo organismo a ingerire notevoli quantità di liquidi di vario genere purché avessero una purché minima gradazione alcolica, non l’aveva certamente aiutato. Almeno sul piano della credibilità. Infatti, Carletto di mostri ne aveva visti addirittura due, a braccetto come innamorati, mentre si lasciavano cullare dalle onde davanti al porticciolo di piazza Salera. “Ma va là che sei ubriaco!” gli diceva la gente, scansandolo a malo modo. E come si poteva dar loro torto, visto che Carletto era quello che un giorno aveva visto la Citroën due cavalli di Giusto Lombrichini rombare in cielo sopra il campanile della parrocchiale di Omegna e, in un’altra occasione, la vecchia lambretta di Pinuccio Reali viaggiare a tutto gas di buon mattino per le vie cittadine con aggrappata al manubrio una capra? Sarà stato un caso ma entrambe le volte la sua presenza era stata segnalata, fino a pochi istanti prima, davanti al banco da mescita dell’osteria del Cusio dove abitualmente, e con una puntualità da far invidia agli svizzeri, passava gran parte delle sue giornate. No, quella di Carletto non era proprio una testimonianza a cui poter assegnare un qualche fondamento. Eppure anche altri affermavano di aver notato qualcosa di strano agitarsi sotto il pelo dell’acqua, in prossimità delle rive. Niente di certo, per carità, ma il seme del dubbio oramai era sparso e ogni ipotesi, anche la più balzana, era oggetto di attenzioni, congetture, chiacchiere e accese discussioni. Strane scie sul lago, un ribollire tra le onde apparentemente senza ragione, una lunga sagoma scura che solcava le acque del Cusio tra Pella e Gozzano in una notte di luna piena e tante altre apparizioni avevano ormai monopolizzato l’attenzione cittadina. Nelle osterie non si discuteva d’altro, dimenticandosi persino del tresette e del ramino; davanti ai quarti e ai mezzi di rosso novello che servivano a bagnare la gola di chi parlava e quelle di quanti   stavano assorti ad ascoltare, le storie del mostro del lago si moltiplicavano, arricchendosi di particolari sempre nuovi. Ma di questo si discuteva anche altrove. Il contagio era quasi totale.

 

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Al bar Fiera, a tener banco, erano il maestro Camogli, uomo di lettere e di grande umanità, piccolo e buffo con quel ciuffo di capelli color sale e pepe che gli spuntava ribelle sulla testa pelata e l’avvocato Rubizzi, già principe del Foro di Novara, originario di Vinchio d’Asti, che aveva scelto Omegna per trascorrervi gli anni della pensione. Sulla passeggiata davanti al municipio, a far capannello, ci pensavano invece il vecchio Baroni, farmacista e medicone delle ossa, e la signorina Lina Duranti, un’arzilla donnetta di quasi ottant’anni che aveva innato il dono della parola e, per questa ragione, non stava mai zitta. Tutta gente a posto, magari solo un po’ perbenista e con le sue idee fisse, ma senza grilli per la testa. E soprattutto astemia. Monsignor Telati, senza spargere troppo la voce, aveva persino officiato una messa in canonica, raggruppando un paio di dozzine di pie donne che, sgranando i rosari e propiziando novene, avevano a lungo invocato l’intervento di San Vito per esorcizzare il mostro. Anche qui, per esser chiari una volta di più: nessuno poteva dirsi certo di un qualsivoglia pericolo o mistero ma, nel dubbio, l’anziano prelato aveva preferito giocar d’anticipo mettendo in campo le forze della fede per prevenire brutte sorprese. ” Il maligno” , diceva spesso in quei giorni il prete a Giuditta, la sua perpetua, “è davvero diabolico nell’assumere le più diverse forme. Ah, qui c’e di mezzo lo zampino del Diavolo, lo sento.. può allignare in qualunque cosa o essere, pronto a ghermire il prossimo, a rubargli l’anima. E qui, nella mia parrocchia, di anime devote ce n’e più di una e sono certo che ai suoi occhi rappresentano un invitante richiamo”. E mentre dalla canonica usciva il ritmato lamento delle preghiere, a qualche centinaio di metri, nel cuore del centro storico e per essere più precisi nella sala del Carrobbio, da diverse sere gli ambientalisti cusiani discutevano della vicenda da par loro. Il dibattito si era sviluppato animatamente e in breve si era tramutato in scontro aperto. Le idee erano molte e molto diverse tanto che, nell’attizzarsi della polemica che vedeva gli uni contro gli altri, si divisero. Solo dopo numerose sedute ed altrettante baruffe, ormai esausti, si accordarono (più per stanchezza che per convinzione) su di un punto: promuovere una raccolta di firme in calce a una petizione che chiedeva a tutte le autorità di preservare “la sospetta, anomala, presenza nelle acque del Lago d’Orta” che, a loro parere, rappresentava “un bene ambientale e naturalistico di assoluto rilievo”. Le uniche mosche bianche in tutto questo prender parte a favore o contro il mostro erano gli avventori del Cusio che non si sbracciavano più di tanto. Tirati fuori dei fiaschi di vino giovane fatto con l’uva americana, un paio di filoni di pane fatto in casa da accompagnare con salame e formaggio, ci avevano imbastito su una bella merenda. “Alla faccia del mostro e di tutti quei somari che ci credono“, aveva sentenziato Eligio, portandosi il bicchiere colmo alle labbra. E tutti gli altri avevano manifestato il loro consenso, ingozzandosi. E il mostro? Dov’era il mostro, ammesso che poi davvero ci fosse questo tanto chiacchierato mostro del lago? Per esserci c’era. Eccome se c’era. Dal centro dello specchio lacustre, ruotando il lungo collo, poteva scorrere con lo sguardo l’intero perimetro delle acque. Lo faceva di notte ed era uno spettacolo sempre nuovo, emozionante. I puntini luminosi delle lampadine accese sui lampioni delle strade che fasciavano la costa, segnavano il confine della terraferma; i fari delle auto erano sciabolate di luce che si rincorrevano, rapide e scattanti, pronte a duellare per qualche secondo quando si incrociavano provenienti da opposte direzioni; erano scie luminose che richiamavano il movimento mentre   l’assoluta, rilassata tranquillità veniva offerta dalle luci gialle dei riflettori che avvolgevano in un caldo e soffuso abbraccio l’isola di San Giulio, la torre di Buccione, una parte del Sacromonte dei francescani. Lui, il “mostro” si guardava attorno, stupito. Osservava quelle luci che parevano stelle cadute dal cielo e guardava in alto, scrutando la volta celeste per scoprire quante ne mancassero.

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Quelle emozioni erano un tuffo al cuore . Altro che “mostro”, animale dal sangue freddo, privo di sentimenti ed emozioni! Fin dal giorno in cui, con una nuotata lenta e ritmata aveva lasciato lo scuro fondale del lago per raggiungere la superficie, si era reso conto di amare quel lago, quelle luci, il cielo sovrastava tutto. Eppure nel lago ci viveva da tantissimo tempo che non riusciva nemmeno a immaginarsi quanto con esattezza. Ma solo da poco aveva preso la decisione di risalire all’aria, staccandosi da quel fondale buio che l’aveva avvolto e cullato sin da piccolo. Era stata una decisione sofferta, maturata dopo lunghi ripensamenti, poiché già una volta, molti anni prima, aveva abbandonato la caverna nascosta ai piedi della grande roccia su cui sorgeva l’isola, rimediando un gran spavento. Che cosa terribile! Appena la sua testa giunse a far capolino al largo della punta di Crabbia, dopo aver nuotato per un po’ a non più di una decina di metri di profondità, un essere enorme gli era quasi finito addosso e se era ancora tutto intero lo doveva alla sua prontezza di riflessi che gli consentì di inabissarsi immediatamente. Lui, discendente dei grandi serpenti marini che percorrevano gli oceani, finito per caso o per uno scherzo del destino in quel catino d’acqua dolce che, col passar degli anni, era diventata anche un poco acida, non aveva mai visto cose del genere e, raggiunta di nuovo la caverna, non volle più uscirne per paura. Che cosa vide esattamente è difficile stabilirlo con esattezza ma si può avanzare un’ipotesi più che probabile. Occorre sapere che, prima dell’entrata in funzione della ferrovia Novara-Domodossola e della posa delle prime, scintillanti rotaie lungo la costa orientale del lago, le acque erano solcate da due piccoli piroscafi, adibiti al servizio di trasporto passeggeri: il “Cusio” e il “Margozzolo”. Successivamente, il 26 luglio 1879, venne calato nelle acque dell’Orta un terzo, e più grosso, piroscafo, l’Umberto I. La navigazione per tutta l’estensione del lago continuò ancora per qualche anno fin quando, completata la ferrovia, iniziarono a sferragliare i primi convogli. Il servizio dei battelli a vapore venne ridotto un po’ per volta, fin quando – nel 1892 – cessò definitivamente, lasciando sul lago solo le imbarcazioni leggere dei pescatori che, talvolta, prendevano a bordo anche i villeggianti o gli abitanti dei paesi del lago per condurli da una riva all’altra. Fu uno di questi piroscafi l’essere enorme che per un niente il mostro riuscì a scansare, rimediandosi solo un gran bel spavento? Forse sì, è probabile ma questa e’ comunque un’altra storia che, magari un giorno, se vorrà farlo, la racconterà qualcun altro. Beh, tornando a noi: dimenticata quella brutta avventura, il nostro serpente marino, con il cuore palpitante sotto le squame, risalì verso la luce. Là sopra si trovò di fronte a uno strano pesce rosso e grigio, tagliato a metà e con all’interno un’animale strano, con quattro zampe e coperto di peli sulla testa che, appena lo vide gridò qualcosa che non era in grado di capire. Nel dubbio ma senz’essere spaventato questa volta, ritornò sott’acqua. Di pesci ne aveva già visti tanti ma un pesce a metà pesce e a metà chissà cosa, non se lo ricordava.

 

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A chiarirgli le idee sul “mondo di sopra” fu una sua amica, Geltrude. Lei, una vecchia tinca sopravvissuta per miracolo grazie alla sua pelle dura come un tamburo e corazzata da squame trattate con varie sostanze prodotte dall’eccessivo e perdurante inquinamento del lago, aveva un’esperienza che con grande piacere mise a disposizione del suo amico “biscione“. Quello che hai visto lassù non e un pesce ma una barca – spiegò la tinca, con pazienza – e sulla barca c’era senz’altro un pescatore che, appena ti ha visto, gli avrà preso un bel colpo. Chissà come avrà remato per raggiungere la riva“, sogghignò Geltrude, immaginandosi la scena. “Anzi, secondo me, dal colore della barca e dai capelli lunghi, doveva essere proprio il vecchio Luison”, aggiunse Geltrude. “E’ un pescatore ormai in pensione che mi ha dato la caccia per trent’anni, senza potersi togliere la soddisfazione di prendermi all’amo. Ma non pensar male di lui: dopotutto è una brava persona e a noi pesci ha fatto meno danni di quegli sporcaccioni che ci avvelenano, noi e il lago, con la chimica e le altre porcherie”. Geltrude fu generosa di particolari e, dopo diverse lezioni, anche il nostro biscione ne sapeva un po’ di più di quanto accadeva sopra il pelo dell’acqua del lago. Per questo preferiva, adesso che si pescava poco o niente e raramente gli uomini uscivano in barca dopo il calar del sole, riemergere di notte e farsi qualche nuotata in superficie. Omegna era in gran fermento. I turisti, da alcuni giorni, arrivavano a frotte, richiamati dall’evento che ormai girava sulla bocca di tutti. Aveva cominciato un giornale locale, pubblicando in prima pagina la notizia di un misterioso essere che si aggirava nel lago e, come un fulmine, era rimbalzata sulle cronache di quasi tutti i quotidiani. La maggior parte dei curiosi erano italiani, per lo più piemontesi, lombardi e liguri. Ma con una certa facilità si potevano anche individuare gli stranieri:francesi, inglesi, tedeschi e spagnoli. Per i giapponesi non c’era problema: si notavano subito. Non tanto per il colore della pelle e gli occhi a mandorla ma perché erano pronti a immortalare qualunque cosa fosse a portata degli obiettivi delle loro macchine fotografiche. Nelle vie cittadine, a parte quelle già a senso unico, il Sindaco aveva dovuto intervenire con un ordinanza per disciplinare il traffico ormai vicino al collasso. E se a Omegna era un via vai di gente, a Pettenasco, Orta, S.Maurizio d’Opaglio, Gozzano e gli altri centri rivieraschi il caos era totale. Negli alberghi non c’era più posto. I campeggi erano esauriti. Nel capoluogo del lago intere comitive dormivano, a turno, nel salone del cinema Sociale e dell’Oratorio che, da due settimane, si erano trasformati in ostelli di fortuna. La presenza del mostro del lago era una calamita formidabile. Le più importanti reti televisive del mondo avevano inviato le loro troupe nel Cusio nella speranza di poter filmare l’evento. Tra queste c’era anche quella di Marco Giudici, operatore televisivo della TV Svizzera, si era portato con sé il figlio di dieci anni, Alex. “Una vacanza gli farà bene – disse alla moglie – e se non ricordo male il lago d’Orta è proprio un posto tranquillo, bello da vedere”. Alex non stava più nella pelle dalla felicità. Andare in un posto che non aveva mai visto alla scoperta di un mostro, e per di più con il papà che vedeva solo di rado perché sempre in viaggio per lavoro.

 

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Era un sogno, un avventura fantastica. Arrivati a Omegna, dopo aver depositato i bagagli nella stanza dell’albergo che li ospitava, fecero subito un giro in barca a vela. La brezza dell’inverna faceva scivolare l’imbarcazione sulle piccole onde. Alex guardava in tutte le direzioni, affascinato da quel lago dall’acqua smeraldina dove si riflettevano i profili del Mottarone e delle colline. Non era pericoloso, secondo Egisto Maestroni, proprietario della “Bella di Borca” che li ospitava a bordo. Non era pericoloso perché, di giorno, il mostro non l’aveva mai visto nessuno sul lago. “Probabilmente se ne sta sul fondo“, disse Egisto . Erano già da un’ora in acqua quando, giunti davanti all’isola di San Giulio, videro i sommozzatori dei Vigili del Fuoco risalire sulla loro chiatta dopo un altro giro a vuoto. “Lì sotto non si vede niente, nemmeno con le torce elettriche“, affermò sconsolato il comandante. “E’ da quindici giorni che scandagliamo il fondale ma di questo mostro non abbiamo visto nemmeno l’ombra. Secondo me è una storia che raccontano quelli di Omegna per far cassetta con i gonzi!”. Doppiata l’isola, ritornarono verso il porticciolo della Canottieri di Omegna. Il papà di Alex aveva fatto qualche ripresa dei posti, una breve intervista a due sommozzatori, alcune immagini delle belle ville che costeggiavano il lago verso Orta. Un materiale anche interessante ma il pubblico- nel suo caso i ticinesi della Svizzera italiana – voleva vedere il mostro. Era diventata quasi un’ossessione. In passato, stando ai racconti di Geltrude che si basavano su testimonianze dirette e su quanto si diceva nel lago dove esisteva un fitto dialogo tra i pesci che, quando gli và, parlano e non sono affatto muti come comunemente si pensa, quel grosso catino d’acqua dolce era una festa per la natura e i suoi abitanti. Bastava far capolino dall’acqua, standosene ben attenti a non farsi scorgere dagli uccelli predatori come i gabbianelli, per veder passare una miriade di uccelli. La valle del lago d’Orta era un’importantissima via di passaggio per le anatre e le varie specie di trampolieri anche se, per la ristrettezza del bacino, poche anatre vi si soffermavano e i trampolieri, in assenza di spiagge e insenature acquitrinose a causa delle rive tagliate a picco, preferivano altri lidi per soggiornare. Germani reali, fischioni, varie specie di “garganèl” , le morette con il ciuffo e i “cazzulott” erano senz’altro i palmipedi più assidui, così come i cigni e le oche. Della grande famiglia dei trampolieri era invece più frequente la presenza della fòlaga che di solito, da novembre a marzo, a coppie o in piccoli stormi, si fermava sul lago. Moltissimi – un vero esercito – erano i martin pescatori e i merli acquaioli mentre ardee, chiurli, beccaccie, beccaccini e gallinelle, pur presenti, erano piuttosto rari da vedere. Se nel mondo “di sopra” c’erano tutti questi volatili (di cui era un grande esperto e estimatore l’anziano Giuanin, un luccio ormai sdentato che in gioventù aveva fatto razzie di uccelli quando questi avevano la sventatezza di posarsi sull’acqua proprio nei pressi dove lui amava girovagare), nel loro mondo la comunità dei pesci del lago era quanto mai nutrita.

 

 

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Oltre alle tinche come Geltrude c’erano trote,alborelle, cavedani, agoni, lucci, anguille,pesci persici, scàrdole, bottatrici, lamprede, barbi, vaironi e scazzoni . Insomma, una gran bella e allegra compagnia, con la quale c’era da divertirsi. Tutti affiatati, nella buona e nella mala sorte quando si dovevano fare i conti con i pescatori che – con lenza, rete o tirlindana – erano più testardi dei muli nel dar loro la caccia. Più volte le anguille, quando c’era aria di tempesta e il lago prendeva colori cupi, si rifugiavano verso Omegna per cercare ricovero nella Nigoglia: puntualmente si infilavano in gran numero nei cassoni disposti lungo le rive che si trasformavano in trappole mortali. Allora, per qualche giorno, il lago era triste e i pesci si radunavano tutti verso l’isola di San Giulio. “Purtroppo, negli ultimi decenni – diceva spesso Geltrude – le cose non sono andate per il meglio.Le acque, sempre chiare e limpide, si sono intorbidite. Molti amici sono morti e noi reduci, ostinati a resistere, ci siamo ritrovati sempre in meno anche se ora, almeno in apparenza, pare che vada meglio”. Il serpente marino ringraziò Geltrude. Ora poteva dire di conoscere meglio la storia di quel lago dove aveva vissuto per tanto tempo acquattato sul fondo, senza mai guardarsi attorno se non quando avvertiva più forti i crampi della fame e, da vegetariano qual’era, usciva dalla grotta per far provviste di alghe, sempre più rare e sempre meno buone. Ma le cose che più lo avevano colpito erano state le storie sugli uomini. Chi erano, com’erano fatti e persino come, in quei tempi, parlassero di lui. La vecchia Tinca, con uno sforzo di sincerità, non gli aveva nascosto nulla. E lui, nell’apprendere tutto il trambusto che si stava creando attorno alle rive, ci era rimasto un po’ male. Si sentiva offeso per quelle scritte con la vernice spray nera che si potevano leggere sui muri della strada tra Imolo e Buccione: “Chi ha paura del mostro del lago?”. “Un mostro, io ? Ma se neanche mi conoscono! Questa è bella!, pensava. “Io non sono un mostro. Sono capitato qui per caso. Non so nemmeno come, ma non sarà una colpa, adesso.. E poi non ho fatto niente di male. Ma, diciamola tutta, si sono mai visti quelli? Uno diverso dall’altro. Un po’ alti e un po’ bassi. Grassi, magri, con la pancia gonfia o con appena un velo di pelle a coprirgli le ossa. Con orecchie a sventola o grandi nasi che, nel caso gli prendesse unraffreddore, rischiano davvero grosso. E poi quella buffa peluria in testa e sul viso. Se sono un mostro io, quelli lì come dovrebbero chiamarli?”, diceva arrabbiato, sibilando la lingua sottile tra i denti. Non era mai andato a riva per importunarli; non si sognava nemmeno di farlo. La lunga solitudine gli aveva fatto capire che non era quello il suo mondo e che, dopotutto, era meglio farsi gli affari propri piuttosto che mettere il naso in quelli degli altri. Ma, nonostante tutto, quegli esseri a due gambe facevano un tal fracasso attorno alla sua presenza che persino sui fondali del lago non si parlava d’altro. Aveva un bel dire la sua amica Geltrude di non prendersela, di starsene buono che, prima o poi, tutto si sarebbe calmato. Era già successo in un altro lago, molto più lontano, dove probabilmente viveva una sua parente, una tal Nessie Si erano sfogati, avevano scandagliato i fondali, avevano raccontato storie, attirato curiosi e poi, un po’ per volta, la situazione era tornata normale. Eh, cara Geltrude! Cosa avrebbe fatto senza di lei? “Speriamo che abbia ragione” pensò, nuotando verso la sua dimora.

 

 

***

 

Intanto, sulla terraferma, le avevamo provate proprio tutte. “Niente. Là sotto abbiamo trovato vecchi rottami, pesci, alghe, una vita che si sta riorganizzando a fatica dopo l’inquinamento degli ultimi anni. Ma di questo mostro non c’e traccia”. Il comandante Iacques Deville, comandante del battiscafo “Lassalle”, gioiello della marina francese, era sconsolato. Ore e ore di immersione; uno scandaglio accurato dei fondali dove era stato avvistato lo strano essere in base alle testimonianze raccolte; l’uso di speciali telecamere subacquee, munite di fotocellule ad alto potenziale per rischiarare gli angoli più bui: tutto inutile. I tecnici dell’Istituto di Idrobiologia di Pallanza, i sommozzatori, gli ufficiali della marina di almeno quattro nazioni uniti a tutti gli altri che presenziavano all’operazione “Mostro del Lago“, non nascondevano la loro delusione. Erano passate almeno tre settimane da quanto le ricerche erano state avviate e il lago, passato al setaccio in lungo e in largo, non aveva svelato il suo mistero. A patto che questo mistero fosse poi reale e non un’invenzione di fine estate come qualche scettico sosteneva da tempo. Molte comitive di turisti, un po’ delusi nonostante la bella vacanza trascorsa sulle rive del Cusio, avevano lasciato Omegna e le altre località. Con loro se n’erano andate anche gran parte delle troupe televisive, restate a mani vuote senza poter immortalare sulle pellicole la straordinaria immagine di un essere mostruoso, probabilmente sopravvissuto ai mutamenti delle ere e riconsegnato intatto all’opinione pubblica agli albori del terzo millennio. Anche tra gli operatori turistici serpeggiava uno stato d’animo impastato da tristezza e rassegnazione. Avevano immaginato al possibile sviluppo degli affari che si sarebbero realizzati grazie alla storia del mostro del lago. Un business che, nel volgere di qualche giorno, dopo aver solleticato la fantasia di tutti, rischiava di sfumare nel nulla. Certo, molta gente era rimasta contenta. Avevano scoperto un angolo dell’Italia interessante, tranquillo. Ma senza il Mostro, sarebbero davvero tornati così in tanti? Il dubbio era più che giustificato. Anche per Marco Giudici e suo figlio Alex era ormai giunto il momento di preparare le valigie per far ritorno in Svizzera, a Bellinzona. Solo le insistenze del bambino e la promessa di un giro serale a bordo della “Bella di Borca” dell’amico Maestroni, avevano trattenuto l’operatore televisivo sul lago d’Orta, rinviando al giorno dopo la partenza. Era ormai quasi il tramonto quando il sei metri, sciolti gli ormeggi, prese il largo dal porticciolo di Orta. Il sole, con un ultimo sussulto di luce settembrina, stava calando dolcemente alle spalle dei monti verso la Valsesia. L’acqua del lago, insolitamente trasparente, rimandava dei bagliori ramati. La calma era spezzata solo da un soffio leggero del vento sufficiente a mantenere la vela. Sul lago non c’era l’ombra di un’imbarcazione. Data l’ora di cena, il traffico lungo le rive era minimo. Maestroni, alla barra del timone, guidava lo scafo con mano sicura verso l’isola di San Giulio con l’intento di doppiarla per poi raggiungere la punta di Crabbia e da lì, dopo una veloce puntata al golfo di Omegna, risalire la costa occidentale fino a S.Maurizio d’Opaglio. Fu l’improvvisa caduta della brezza di monte a costringerli, obbligati dalla bonaccia, a far scalo all’isola. Scesi a terra il Maestroni e suo padre, Alex rimase solo sulla barca a guardare il lago. Le ombre della sera disegnavano strani giochi sull’acqua, quando l’attenzione del bambino venne attratta da un lento ribollire a meno di cento metri dall’imbarcazione,verso nord. Le bollicine d’aria increspavano il lago, formando un cerchio di un paio di metri quando, all’improvviso comparve la testa del serpente marino. Verde, squamosa, a forma triangolare con in mezzo due occhi scintillanti, vivi. Il lungo collo, grondando goccioline d’acqua, era emerso per oltre un buon metro. Rimaneva lì, fermo a guardare verso la barca. Alex era stupito ma non aveva paura. Non riusciva a credere che il “mostro del lago” era a poche decine di metri da lui, l’unico – forse – ad essersi trovato davvero faccia a faccia con lui. Dalla luce che gli brillava negli occhi non sembrava per nulla pericoloso. E neppure cattivo. Lentamente il serpente marino si mosse nella sua direzione; la coda, sottile come una sàgola, emergeva dall’acqua qualche metro dietro alla testa. Alex appoggiò entrambe le mani sulla fiancata, tenendo lo sguardo fisso su quello strano essere. Quando quest’ultimo fu a meno di dieci metri il giovane , schiarendosi la voce, pronunciò un timido “Ciao!“. Il mostro si fermò, immobile. I grandi occhi si chiusero, dolcemente, per riaprirsi subito dopo. Non aveva capito cosa gli avesse detto quel ragazzino, ma nel timbro della voce non aveva trovato paura, ostilità. Nemmeno lui avvertiva un pericolo. E lo stesso pensava Alex. Quel movimento degli occhi gli era sembrata una risposta al suo saluto. Quell’essere aveva uno sguardo velato dalla tristezza. Era come se chiedesse di lasciarlo in pace. Lo vide avvicinarsi ancora, fino a ridosso della barca. E, quando gli fu talmente vicino da toccarlo, allungando una mano, il serpente – mostrando una lingua fine e lunga – gli sfiorò la mano, fissandolo ancora negli occhi. Alex non fece in tempo a dire e a fare niente. Un attimo dopo il mostro del lago era sparito in uno spruzzo d’acqua. Il bambino guardò ancora nel puntò dove si era immerso, ma l’acqua del lago era tornata calma. Stava ancora scrutando la superficie lacustre quando, alle sue spalle, udì le voci del padre e del signor Maestroni che tornavano verso l’imbarcazione.

 

 

***

 

Era ormai quasi buio. La “Bella di Borca” prese il largo e dopo un breve giro nel piccolo golfo di Omegna, virò verso sud, dirigendo la chiglia sulla rotta di Orta. Alex aveva deciso di non dire niente, di tacere dell’incontro anche con suo padre. Quel segreto dove rimanere tra loro due, lui e quella creatura. L’indomani Alex e il padre tornarono a casa con il materiale per un documentario del lago d’Orta. In breve le rive si spopolarono dei curiosi e la vita tornò alla normalità di sempre. Sul lago erano rimasti in pochi. Tra questi c’erano Giansiro e Luison, con le loro barche, a gettar reti nella speranza – mai abbandonata – di ritirarle a secco con qualcosa dentro e, chissà, magari il mostro del lago. Solo a dicembre ci fu un po’ di trambusto quando, dalle parti di Gozzano, in una spiaggia, dopo una tempesta, ritrovarono un vecchio tubo di gomma coperta da una tela cerata color verde cupo. Era un manicotto, lungo circa cinque metri, che serviva alle cisterne dell’acqua e, chissà come, era finito nel lago. Subito ci furono quelli che collegarono il ritrovamento alla storia del mostro, sostenendo che erano la medesima cosa, con l’intenzione nemmeno troppo nascosta di ridicolizzare tutti quanti avevano prestato fede alla storia che qualche tempo prima era sulla bocca di tutti. La scoperta creò qualche mugugno di delusione. Non mancarono quelli che schernirono “ i creduloni”, chi ritrattò le più ardite teorie semi-scientifiche circa la misteriosa presenza nelle acque dell’Orta e chi rimase dell’opinione, un po’ più venata di scetticismo ma sempre irriducibile, che quella del mostro non fosse una leggenda. Ma ben presto tutti si scordarono anche del tubo, avvolti nei loro pensieri e impegnati nelle faccende di tutti i giorni. E il serpente marino? E il mostro, come ormai lo chiamavano, scherzosamente, anche Geltrude e gli altri pesci? Viveva tranquillo della sua tana. Di tanto in tanto, dopo aver mandato qualcuno dei suoi amici in avanscoperta, faceva una puntatina a galla. Ma solo di notte. E preferibilmente nelle notti buie, senza luna. Non stava poi male, a casa sua. Certo, se tutti fossero stati come quel ragazzino, avrebbe volentieri fatto altre conoscenze ma, nel dubbio, era rimasto lì, alimentando il misterioso segreto celato tra le acque di quel lago tra verdi e boscose colline e le prime, aguzze vette delle Alpi.

 

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