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DOVE IN PRIMA FILA STA L'UOMO

A Caporetto, quasi un secolo dopo l’ultima battaglia sull’Isonzo

di ilTorinese pubblicato giovedì 13 novembre 2014

caporettocaporetto museocaporetto2caporetto civilicaporetto5caporetto6caporetto8C’è un modo per capire cosa sia successo, come venne combattuta quella guerra e quali furono le posizioni dell’esercito italiano in questa porzione di territorio? Sì, c’è: visitando il Museo all’aperto del Kolovrat, “la terza linea di difesa italiana“, sull’omonimo altopiano al confine tra Italia e Slovenia

 

 

 REPORTAGE DI MARCO TRAVAGLINI

 

 

Nel periodo tra maggio 1915 e novembre 1917, il Friuli Venezia Giulia e la confinante Slovenia furono teatro di scontro tra gli eserciti italiano e austro-ungarico che si fronteggiarono duramente per molti mesi. Carso, Isontino, Alpi e Prealpi Giulie, Alpi Carniche e la zona collinare lungo la linea del Tagliamento furono il teatro di guerra , mentre tutta la zona di pianura diventò una grande retrovia al servizio delle forze armate per poi venir invasa dalle truppe austro-germaniche dopo la disfatta di Caporetto. Venire fin qui , un secolo dopo, aiuta a capire un po’ di più quella terribile vicenda storica. E poco importa se ci tocca guidare per gran parte dei quasi seicento chilometri (Domenico non ha la patente, Giovanni ci vede poco ed Enrico non  ama stare al volante…pazienza). La pioggia invece, seppur indesiderata, è ospite fissa e ci accompagnerà per tutto il tempo.

 

 

Nelle valli del Natisone

 

Siamo nelle valli del Natisone (“Benečija” o “Nediske Doline” nel dialetto sloveno locale) , nella parte più orientale del Friuli Venezia Giulia. Un territorio che collega Cividale , l’antica Forum Julii romana, alla valle dell’Isonzo in Slovenia. In mezzo scorre  il Natisone (Nadison in friulano, la  Nediža in dialetto sloveno locale ) , il più importante  fiume del Friuli orientale mentre nel ventaglio delle altre valli scrosciano le acque dei suoi affluenti: l’Alberone, il Cosizza e l’Erbezzo. Su tutto e tutti domina il monte Matajur (1641 m) , dalla cui cima erbosa si può vedere l’Adriatico. Un territorio montano, ricco di fascino, dove piccoli borghi si alternano a boschi imponentidove, un secolo fa, si combattè furiosamente durante la Prima Guerra Mondiale.

 

 

Kolovrat, “la terza linea di difesa italiana”

 

C’è un modo per capire cosa sia successo, come venne combattuta quella guerra e quali furono le posizioni dell’esercito italiano in questa porzione di territorio? Sì, c’è: visitando il Museo all’aperto del Kolovrat, “la terza linea di difesa italiana“, sull’omonimo altopiano al confine tra Italia e Slovenia. Lo raggiungiamo percorrendo la strada provinciale 45 che, partendo da Ponte San Quirino, località tra Cividale e San Pietro al Natisone, arriva a Drenchia, il più piccolo comune della regione per numero di abitanti, formato da diverse frazioni e borghi e posto sulla cresta di un anfiteatro morenico ai confini con la Slovenia. Si parte dal Passo Solarie, uno dei tanti valichi confinari del Cividalese, che collega la Val Cosizza con l’abitato sloveno di Volzana e quindi con la valle dell’Isonzo.

 

Il primo caduto italiano della Grande guerra

Nei pressi del rifugio s’incontra un monumento. E’ una piccola piramide tronca, posta su una roccia ai lati della strada, sormontata dalla sagoma in ferro di un’aquila in volo. Un’epigrafe recita:”Qui / gli Alpini del Cividale / caricate le armi / balzavano incontro / alla morte e alla gloria / offrendo sull’are / della Patria / il primo caduto / nella Grande Guerra / Riccardo di Giusto / 24 maggio 1915″. Sì, perché il ventenne alpino friulano del Battaglione Cividale, è stato la prima vittima italiana “ufficiale” della guerra del ’15-’18. Alle due di notte del 24 maggio 1915, appena dichiarata la guerra all’Impero d’Asburgo, l’esercito italiano mosse i primi passi all’interno del territorio austro-ungarico. Riccardo di Giusto ebbe il compito, assieme alla sua colonna, di occupare la cima del Monte Natpriciar ma un colpo di fucile sparato dai gendarmi disposti lungo il valico di Solarie lo uccise all’istante. Per questo motivo gli fu immediatamente conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Seppellita nel piccolo cimitero di San Volfango, una delle tante frazioni di Drenchia, ai piedi dell’altopiano, nel 1923 la salma fu traslata all’interno del Tempio Ossario di Udine dove riposa tutt’ora.

 

Tra le trincee del museo all’aperto

Proseguendo in leggera salita s’incontra un pannello informativodedicato alla presentazione del museo. Da quel punto si procede fino al Passo Zagradan, a quota 1042. Sulla sinistra si intravede il fianco del Monte Piatto mentre a destra si trova il Monte Klabuk, la cima dove la Fondazione “Poti miru v Posočju” di Caporetto (Sentieri di pace dell’Alto Isonzo) ha recuperato parte delle postazioni di difesa italiane. Seguendo le tracce sul terreno è possibile raggiungerlo ed ammirare da vicino questi interessanti resti perfettamente conservati e ristrutturati. Il museo all’aperto Na Gradu è sistemato sulla cresta del Kolovrat. Da qui si apre una bella veduta panoramica sul fronte che spazia dal massiccio del Krn (Monte Nero) alla Sveta Gora (Monte Santo) ed alla pianura friulana. Praticamente su tutta la linea del fronte della II armata comandata dal generale Cappello e composta da circa 800 mila uomini. Vi si trovano posti di comando e di osservazione, postazioni di mitragliatrici e di cannoni, caverne e una rete di trincee e di camminamenti a pi� piani. La particolarità degli interventi di recupero di queste posizioni consiste nell’impiego di materiale edile originale (reti metalliche per consolidare le scarpate, lamiera ondulata, lastre di ardesia) risalente all’epoca della prima guerra mondiale. E’ un lavoro eccellente di recupero e manutenzione quello che interessa le posizioni italiane del versante sloveno del Kolovrat, soprattutto trincee e ricoveri in caverna che avevano funzioni di difesa del passo Zagradan e, in generale, quelle di caposaldo della linea d’Armata nel tratto del Kolovrat. Tornati sul passo la visita alla terza linea di difesa italiana continua sul vicino Monte Piatto. Anche qui, sul sentiero che segue la sua dorsale, si vedono i resti di piazzole d’artiglieriaed i ruderi di alcuni edifici. Al ritorno, anziché scendere nuovamente dalla parte di Drenchia, ci si dirige verso Clabuzzaro e da lì fino alla piccola frazione di SanVolfango dove sorge un grande monumento ai caduti nel luogo in cui era stato costruito un cimitero militare.

 

Gadda e Rommel

Sul monte Krasij, a nord di Caporetto,  si trovava anche il battaglione degli alpini  del sottotenente Carlo Emilio Gadda, uno dei più grandi scrittori del Novecento. Dall’altra parte della barricata si distinse un giovane tenente tedesco del Regio esercito del Württenberg che si chiamava Erwin Rommel. Sì, proprio “quel” Rommel che sarebbe diventato in seguito famoso come “la volpe del deserto”, guidando con il grado di Feldmaresciallo l’Afrikakorps nella seconda guerra mondiale. La sua abilità militare era davvero straordinaria. Con il suo gruppo di soldati del Württenberg , Rommel avanzò sul Kolovrat e conquistò il monte Matajur, la cima più alta delle Valli del Natisone. In meno di due giorni contribuì alla disfatta italiana, catturando migliaia di soldati  del Regio esercito durante la dodicesima battaglia dell’Isonzo.

 

 

La medaglia negata a Pertini

Durante l’’Undicesima battaglia dell’Isonzo, combattuta tra il 17 e il 31 agosto del ’17 sul fronte delle operazioni italiano, si mise in luce anche un socialista che aveva osteggiato la guerra e, dopo aver rifiutato il corso per ufficiali, era stato assegnato all’artiglieria: Sandro Pertini. Il capo di stato maggiore italiano, il pallanzese Luigi Cadorna, aveva concentrato tre quarti delle sue truppe sull’Isonzo: 600 battaglioni (52 divisioni) con 5.200 pezzi d’artiglieria. L’attacco venne sferrato su un fronte che si estendeva da Tolmino (nella valle superiore dell’Isonzo) fino alle coste dell’Adriatico. Ma fu sull’altipiano della Bainsizza che il combattimento fu aspro e sanguinoso, fino a conquistare quel territorio e il Monte Santo. Richiamato come sottotenente, il giovane Pertini si distinse per una serie di atti di eroismo e venne proposto per la medaglia d’argento al valore militare per aver guidato, in quella battaglia, un assalto al monte Jelenik, espugnando con pochi uomini delle postazioni austro-ungariche difese da mitragliatrici. La medaglia, però, non venne approvata subito e, successivamente, il regime di Mussolini occultò la notizia, dato che Pertini era socialista e antifascista. La richiesta di medaglia venne riscoperta quando Pertini venne eletto Presidente della Repubblica Italiana ma gli venne consegnata solo nel 1985 allo scadere del suo mandato.

 

Kobarid/Caporetto

Il Kobariški muzej, il museo di Caporetto si trova al numero 10 di Gregorčičeva ulica a Kobarid, in Slovenia. In quello stesso edificio si trovava la sede del tribunale militare italiano durante la Grande guerra.  Fuori il cielo è grigio e minaccia pioggia ( più tardi, infatti, pioverà). Dentro nelle sale si può visitare la mostra permanente corredata di carte geografiche che rappresentano i fronti aperti in Europa durante la prima guerra mondiale e le modifiche dei confini politici apportate a guerra finita.  Ci sono le bandiere, i ritratti di combattenti delle diverse nazionalità, persino  le pietre tombali recuperate nei cimiteri militari dell’Alto Isonzo. Questo paese di circa quattromila abitanti,  sorto all’incrocio delle due vallate dell’Isonzo e del Natisone che mettono in comunicazione il Friuli con la Carinzia, a causa della sua posizione  fu teatro di molteplici scontri e guerre. Nella sua piazza , nel corso dell’ultimo secolo, vennero issate dieci bandiere diverse. Sì, perché  Caporetto (Kobarid in sloveno, Cjaurêt in friulano, Karfreit in tedesco), oggi è territorio sloveno ma  le distanze dal confine italiano non sono grandi. Da Cividale sono 27 chilometri, 44 da Udine, 50 da Gorizia e Tarvisio.

 

Caporetto, sinonimo di catastrofe

La località principale, Caporetto, sede comunale, conta poco più di mille abitanti ma il  comune è formato da ben  22 località: la più popolata è , appunto, il centro omonimo, mentre quella con meno persone che ci vivono  è Magosti (Magozd) , dove i residenti sono una sessantina. Posta in posizione strategica nell’alta valle dell’Isonzo, cambiò spesso – nel corso di un secolo – i colori delle  bandiere sulla sua piazza principale. Ma il suo nome è tristemente famoso per la battaglia della prima guerra mondiale che si combatté in queste zone tra il 24 ottobre e il 26 ottobre del  1917, tra le truppe italiane e quelle austriache, e si concluse con la celebre rotta delle truppe italiane che si dovettero ritirare fino al Piave perché erano naufragati i piani per la difesa delle posizioni, essendo la strategia del Regio Esercito basata esclusivamente sull’offensiva. Caporetto, da allora, è diventato sinonimo di catastrofe. L’immagine che balza in mente è quella di un disastro dai costi umani altissimi: 10.000 morti, 30.000 feriti, 300.000 prigionieri, 350.000 sbandati e disertori. Furono abbandonati o persi nella ritirata due terzi dei grossi calibri d’artiglieria, metà dei medi e due quinti dei pezzi leggeri. Non solo: sul campo restarono 1700 bombarde, 3000 mitragliatrici e un’enorme quantità di munizioni, viveri e rifornimenti di ogni genere. Il tutto avvenne in una situazione dominata dal caos, con diserzioni e fughe che sfociarono anche in fucilazioni. Un vero e proprio macello. Basta recarsi sul Colle di Sant’Antonio che domina la conca di Caporetto per vederne le tracce indelebili. Lì c’è il sacrario dei militari italiani. In quell’ossario furono traslate le salme di 7014 soldati italiani, noti ed ignoti, caduti in quelle battaglie. I loro nomi sono incisi in lastre di serpentina verde. Ai fianchi della scalinata centrale sono disposti i loculi contenenti i resti di 1748 militi ignoti.

 

“Il Carso, spazzato dai venti..”

La visita al Museo ci accompagna sul fronte isontino  e la storia è esposta in quattro grandi sale  ( quella del Monte Nero, la sala Bianca, quella delle retrovie e la sala Nera)  e, al secondo piano,  nella caverna. Nella sala Monte Nero si incontra il periodo iniziale degli scontri lungo l’Isonzo avvenuti dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il 24 maggio del 1915. Gli alpini italiani conseguirono la prima brillante vittoria del fronte isontino con la conquista della cima del Monte Nero (2244 m) strappato dalle mani dei difensori ungheresi. Al centro di questa sala è collocata una riproduzione plastica su scala 1:1000 del Krn (Monte Nero, della Batognica (il Monte Rosso) e delle cime limitrofe. Proseguendo nella sala Bianca  prendono corpo le indicibili sofferenze patite dai soldati che fecero la guerra  nel duro ambiente delle montagne per ventinove mesi. Il Carso, “fatto di roccia che riflette il calore, spazzato dai venti, privo d’acqua quando non allagato, difficile da percorrere camminando e ancor più correndo, era l’ultimo posto del pianeta dove andare a combattere una guerra di trincea”, viene descritto dallo storico inglese Mark Thompson nel suo libro “La guerra bianca”, come un vero e proprio luogo infernale.

 

Retrovie, parola magica

La sala delle Retrovie descrive la realtà della zona a ridosso del fronte isontino : un vero e proprio formicaio di centinaia di migliaia di soldati ed operai dislocati lungo la linea compresa tra il Rombon ed il golfo di Trieste. Del resto il congegno militare di ambedue gli eserciti  richiedeva una ragnatela di postazioni, strade, acquedotti, funicolari, ospedali, cimiteri, officine, case di tolleranza e tanto altro ancora. “Retrovie”, quasi una parola magica che equivaleva a  riprender fiato, dormire, acqua pulita, cibo, fine o almeno pausa  della paura, divertimento. E tutto in attesa di ritornare nel fango e nel fuoco delle trincee. Nella sala Nera– la sala del monito –  si conclude la descrizione di questa guerra assurda  con i ritratti degli alpini che pregano prima di andare in battaglia, dalla porta d’ingresso di una prigione militare italiana, dall’affusto di un cannone abbandonato su una rovina di sassi e rottami di ferro e dalle fotografie disposte nella parte superiore a rappresentare gli orrori della guerra.

 

”Se tu verrai quassù fra le rocce..”

 

Al secondo piano è esposto il materiale riguardante l’evento conclusivo del fronte isontino, la 12° battaglia dell’Isonzo, quella di Caporetto, consumatasi in due settimane tra il  24 ottobre  e il  9 novembre 1917. Da parte austro-ungarica si  rivelò come la prima azione riuscita di guerra-lampo (blitzkreig) nella storia bellica e l’azione di sfondamento meglio riuscita della prima guerra mondiale. Una riproduzione plastica di 27mq che rappresenta l’Alto Isonzo su scala 1:5ooo, illustrando ai visitatori del museo la portata di quest’operazione mentre gli spostamenti e gli schieramenti delle unità combattenti sono riprodotti su grandi carte geografiche, accompagnate  da una ricca collezione di fotografie  che illustrano i preparativi e lo svolgimento della battaglia. Si tratta per lo più di fotogrammi originali scattati  nella seconda metà dell’ottobre del ‘17 e nei primi giorni della battaglia. C’è anche un filmato di una ventina di minuti,  disponibile in undici lingue mentre è particolarmente toccante la riproduzione sonora della lettera scritta al padre da un soldato collocato nella “caverna italiana” scavata sul massiccio del monte Nero. Il contenuto della lettera e l’accompagnamento musicale ( la popolare canzone friulana “Stelutis alpinis”, stelle alpine) non lasciano indifferenti , inducendo a meditare sulle angustie e le sofferenze umane vissute dai soldati di ambedue gli schieramenti. Ascoltiamo in silenzio le prime strofe della canzone che recitano:”Se tu verrai quassù fra le rocce,dove fui sotterrato,troverai uno spiazzo di stelle alpine bagnate del mio sangue. Una piccola croce è scolpita nel masso; in mezzo alle stelle ora cresce l’erba; sotto l’erba io dormo tranquillo”.

 

Non un museo di guerra ma dell’uomo

 

Il prof.Branko Marusic, è uno storico sloveno che conosce le vicende del Novecento in queste terre a cavallo dell’Isonzo come le sue tasche. Per ventidue anni ha diretto il  Goriški muzej di Nova Gorica e ha contribuito all’allestimento delle sale storiche di Kobarid.Il museo di Caporetto non è un museo di guerra, bensì dell’uomo e delle sue angustie”,ha scritto. Aggiungendo:”Non è un museo della vittoria e della gloria, delle bandiere liberate o calpestate, della conquista e della vendetta, del revanscismo o dell’orgoglio nazionalistico. In prima fila sta l’uomo, colui che ripete ad alta voce oppure tra sé e sé, a se stesso oppure ai compagni di sventura esprimendosi nelle diverse lingue del mondo: “Maledetta guerra!” In questa concisa imprecazione sta la fondamentale testimonianza del museo di Caporetto, il suo successo ed il suo diritto e la necessità di esistere e progredire”. Usciamo dal Kobariski muzej mentre il cielo ha ricominciato a buttar giù una pioggia fredda e intensa. Tutt’attorno la vita scorre tranquilla all’ombra delle cime del Monte Nero, del Matajur e dello Stol, mentre scorrono le acque verde cupo dell’Isonzo e quelle un po’ torbide del Natisone  nello stupendo paesaggio delle Alpi Giulie . Questa località oggi attira i turisti che rifuggono dagli affollati centri turistici per dare la preferenza ad un ambiente tranquillo che offra possibilità di passeggiate o di attività sportive per il tempo libero. Eppure questi  rilievi montuosi  sono lì, come  taciti testimoni di quegli eventi di cent’anni fa che resero noto nel mondo il nome di Kobarid, Caporetto, Karfreit.

 

Marco Travaglini