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Erano gli ultimi giorni di ottobre del 1917

Caporetto, cent’anni dopo

di ilTorinese pubblicato domenica 22 ottobre 2017

di Marco Travaglini

Ponte de Priula l’è un Piave streto / i ferma chi vién da Caporeto; Ponte de Priula l’è un Piave streto / i copa chi che no ga ‘l moscheto. Ponte de Priula l’è un Piave mosso / el sangue italiàn l’ha fatto rosso…”. Massimo Bubola,  autorevole interprete della canzone d’autore italiana, descrive così, in una struggente canzone,  la ritirata italiana da Caporetto al Piave, dove si trovava il ponte. Dopo la sconfitta nella 12° battaglia dell’Isonzo, l’esercito italiano si assestò sulla linea del Piave. Furono giorni di confusione e di tensione, anche tra i vertici militari e le truppe. Non c’è bisogno di tradurre il testo dal veneto per capirne il significato, legato al dramma della ritirata, con molti soldati italiani “giustiziati” come disertori. Erano gli ultimi giorni di ottobre del 1917 e la rotta di Caporetto portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna (che cercò di nascondere i suoi gravi errori tattici imputando le responsabilità alla presunta viltà di alcuni reparti) con Armando Diaz.

 

Kobarid/Caporetto…oggi

Il Kobariški muzej, il museo di Caporetto si trova al numero 10 di Gregorčičeva ulica a Kobarid, in Slovenia, nello stesso edificio che ospitava la sede del tribunale militare italiano durante la Grande guerra.  Nelle sue sale si può visitare la mostra permanente corredata di carte geografiche che rappresentano i fronti aperti in Europa durante la prima guerra mondiale e le modifiche dei confini politici apportate a guerra finita. Ci sono le bandiere, i ritratti di combattenti delle diverse nazionalità, persino  le pietre tombali recuperate nei cimiteri militari dell’Alto Isonzo. Caporetto, circa quattromila abitanti,  sorto all’incrocio delle due vallate dell’Isonzo e del Natisone che mettono in comunicazione il Friuli con la Carinzia, proprio per questa sua posizione  fu teatro di molteplici scontri. Nella sua piazza , durante l’ultimo secolo, vennero issate dieci bandiere diverse. Caporetto (Kobarid in sloveno, Cjaurêt in friulano, Karfreit in tedesco), oggi è territorio sloveno ma  le distanze dal confine italiano non sono grandi: 27 chilometri da Cividale, 44 da Udine, 50 da Gorizia e Tarvisio.

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Caporetto, sinonimo di catastrofe

La località principale, Caporetto, sede comunale, conta poco più di mille abitanti ma il  comune è formato da ben  22 località: la più popolata è  il centro omonimo, mentre quella con meno persone residenti è Magosti (Magozd) ,dove vivono in una sessantina.  Caporetto forse sarebbe rimasta un’anonima località se non si fosse combattuta la più cruenta e decisiva delle battaglia sull’Isonzo, tra il 24 ottobre e il 26 ottobre del  1917. Un disastro per le truppe italiane che si dovettero ritirare fino al Piave perché erano naufragati i piani per la difesa delle posizioni, essendo la strategia del Regio Esercito basata esclusivamente sull’offensiva. Caporetto, da allora, è diventato sinonimo di catastrofe. L’immagine che balza in mente è quella di una disfatta dai costi umani altissimi: 10.000 morti, 30.000 feriti, 300.000 prigionieri, 350.000 sbandati e disertori. Furono abbandonati o persi nella ritirata due terzi dei grossi calibri d’artiglieria, metà dei medi e due quinti dei pezzi leggeri. Non solo: sul campo restarono 1700 bombarde, 3000 mitragliatrici e un’enorme quantità di munizioni, viveri e rifornimenti di ogni genere. Il tutto avvenne in una situazione dominata dal caos, con diserzioni e fughe che sfociarono nelle già citate fucilazioni. Un vero e proprio macello. Basta recarsi sul Colle di Sant’Antonio che domina la conca di Caporetto per vederne le tracce indelebili. Lì c’è il sacrario dei militari italiani. In quell’ossario furono traslate le salme di 7014 soldati italiani, noti ed ignoti, caduti in quelle battaglie. I loro nomi sono incisi in lastre di serpentina verde. Ai fianchi della scalinata centrale sono disposti i loculi contenenti i resti di 1748 militi ignoti.

Sul Carso, “spazzato dai venti..”

La visita al Museo ci accompagna in questa storia , esposta in quattro grandi sale  ( quella del Monte Nero, la sala Bianca, quella delle retrovie e la sala Nera)  e, al secondo piano,  nella caverna. Nella sala Monte Nero si incontra il periodo iniziale degli scontri lungo l’Isonzo avvenuti dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il 24 maggio del 1915. Gli alpini italiani conseguirono la prima brillante vittoria del fronte isontino con la conquista della cima del Monte Nero (2244 m) strappato ai difensori ungheresi. Al centro di questa sala è collocata una riproduzione plastica su scala 1:1000 del Krn (il Monte Nero), della Batognica (il Monte Rosso) e delle cime limitrofe. Proseguendo nella sala Bianca prendono corpo le indicibili sofferenze patite dai soldati che si scontrarono su queste montagne per ventinove lunghi mesi. Il Carso, “fatto di roccia che riflette il calore, spazzato dai venti, privo d’acqua quando non allagato, difficile da percorrere camminando e ancor più correndo, era l’ultimo posto del pianeta dove andare a combattere una guerra di trincea”, viene descritto dallo storico inglese Mark Thompson nel suo libro “La guerra bianca”, come un vero e proprio luogo infernale.

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“Retrovie”, parola magica

La sala delle Retrovie descrive la realtà della zona a ridosso del fronte: un vero e proprio formicaio di centinaia di migliaia di soldati e operai dislocati lungo la linea compresa tra il Rombon e il golfo di Trieste. Del resto il congegno militare di ambedue gli eserciti  richiedeva una ragnatela di postazioni, strade, acquedotti, funicolari, ospedali, cimiteri, officine, case di tolleranza e tanto altro ancora. “Retrovie” era quasi una parola magica che equivaleva a  riprender fiato, dormire, bere acqua pulita, disporre di cibo, di godere una pausa  dalla paura. E tutto in attesa di ritornare nel fango e nel fuoco delle trincee. Nella sala Nera – la sala del monito –  si conclude la descrizione di questa guerra assurda  con i ritratti degli alpini che pregano prima di andare in battaglia, dalla porta d’ingresso di una prigione militare italiana, dall’affusto di un cannone abbandonato su una rovina di sassi e rottami di ferro e dalle fotografie disposte nella parte superiore a rappresentare gli orrori di questa assurda carneficina.

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”Se tu verrai quassù fra le rocce..”

Al secondo piano è esposto il materiale riguardante l’evento conclusivo della 12° battaglia dell’Isonzo, consumatosi a Caporetto nello spazio di meno di quindici giorni , tra il  24 ottobre  e il  9 novembre di cent’anni fa. Da parte austro-ungarica fu il primo successo di una guerra-lampo (blitzkreig) nella storia bellica e l’azione di sfondamento meglio riuscita del primo conflitto mondiale. Una riproduzione plastica di 27 metri quadri rappresenta l’Alto Isonzo su scala 1:5ooo, illustrando ai visitatori del museo la portata di quest’operazione mentre gli spostamenti e gli schieramenti delle unità combattenti sono riprodotti su grandi carte geografiche, accompagnate  da una ricca collezione di fotografie  che illustrano i preparativi e lo svolgimento della battaglia. Si tratta per lo più di fotogrammi originali scattati  nella seconda metà dell’ottobre del ‘17 e nei primi giorni della battaglia. C’è anche un filmato di una ventina di minuti,  disponibile in undici lingue mentre è particolarmente toccante la riproduzione sonora della lettera scritta al padre da un soldato collocato nella “caverna italiana” scavata sul massiccio del monte Nero. Il contenuto della lettera e l’accompagnamento musicale ( la popolare canzone friulana “Stelutis alpinis”, stelle alpine) non lasciano indifferenti , inducendo a meditare sulle angustie e le sofferenze umane vissute dai soldati di ambedue gli schieramenti. Ascoltiamo in silenzio le prime strofe della canzone che recitano:”Se tu verrai quassù fra le rocce,dove fui sotterrato,troverai uno spiazzo di stelle alpine bagnate del mio sangue. Una piccola croce è scolpita nel masso; in mezzo alle stelle ora cresce l’erba; sotto l’erba io dormo tranquillo”.

 Non un museo di guerra ma dell’uomo..

Il prof.Branko Marusic, storico sloveno,conosce le vicende del ‘900 in queste terre come le sue tasche. Per ventidue anni ha diretto il  Goriški muzej di Nova Gorica e ha contribuito all’allestimento delle sale storiche di Kobarid. Il museo di Caporetto non è un museo di guerra, bensì dell’uomo e delle sue angustie”, ha scritto. Aggiungendo:”Non è un museo della vittoria e della gloria, delle bandiere liberate o calpestate, della conquista e della vendetta, del revanscismo o dell’orgoglio nazionalistico. In prima fila sta l’uomo, colui che ripete ad alta voce oppure tra sé e sé, a se stesso oppure ai compagni di sventura esprimendosi nelle diverse lingue del mondo: “Maledetta guerra!” In questa concisa imprecazione sta la fondamentale testimonianza del museo di Caporetto, il suo successo ed il suo diritto e la necessità di esistere e progredire”. Fuori dal Kobariski muzej il cielo ci accoglie con il suo volto peggiore, rovesciandoci addosso una pioggia fredda e intensa. Tutt’attorno la vita scorre tranquilla all’ombra delle cime del Monte Nero, del Matajur e dello Stol, mentre scorrono le acque verde cupo dell’Isonzo e quelle un po’ torbide del Natisone  nello stupendo paesaggio delle Alpi Giulie . Questa località oggi attira i turisti che rifuggono dagli affollati centri turistici , alal ricerca di un ambiente tranquillo che offra possibilità di passeggiate o di attività sportive per il tempo libero.  E ciò avviene all’ombra dei rilievi montuosi  che furono taciti testimoni degli eventi di cent’anni fa che resero noto nel mondo il nome di Kobarid – Caporetto – Karfreit.