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“Modigliani e l’Art Nègre” in occasione della 60ma edizione del Festival dei Due Mondi

Bruno Albertino e Anna Alberghina portano a Spoleto 50 opere della loro collezione

di ilTorinese pubblicato lunedì 19 giugno 2017

Si è aperta nel mese scorso a Spoleto la “Casa Modigliani” per ricordare al pubblico anche internazionale che ogni anno si riversa nel piccolo centro umbro, menottiano per eccellenza (come non ricordare qui l’anima del grande compositore e artefice d’eventi?), una delle figure più grandi e importanti del panorama artistico d’inizio Novecento nonché un luogo in cui dare vita alle iniziative e alle attività che nasceranno per organizzare e avviare la celebrazione del centenario (nel 1920) della morte dell’artista. A dare il via ad un discorso che vuole coinvolgere nel futuro imprese e artisti, professionisti e ambiti museali si inaugura nel pomeriggio di giovedì 22 prossimo la mostra Modigliani e l’Art Nègre, curata da Cesare Pippi e posta all’interno delle manifestazioni che circondano la 60ma edizione del Festival dei Due Mondi.

Il fine di questo primo evento formulato da “Casa Modigliani” è quello di rintracciare le assonanze e le influenze e i legami che possono essere intercorsi tra l’opera di Modigliani e l’arte africana nella vivacità culturale della Parigi di inizio secolo, un’arte che ebbe il suo prepotente ingresso nella capitale francese grazie all’interessamento e alla curiosità appassionata di artisti, di collezionisti e di galleristi, da Braque a Matisse a Picasso, da Brancusi a Gertrude Stein a Maurice de Vlaminck, dallo scultore americano Jacob Epstein a Parigi per la realizzazione della tomba di Oscar Wilde al Père Lachaise a Paul Guillaume sempre pronto a coniugare la scultura e la pittura del suo tempo con l’arte africana; e alla quale l’artista livornese si avvicinò in parte, conferendo alle sue opere alcuni dei tratti stilistici ad essa propri ma allo stesso tempo soltanto in parte interessato e coinvolto, essendo piuttosto rivolto alla volontà di sviluppare un proprio mondo scultoreo estremamente personale dove delle differenti sorgenti Modigliani si avvaleva esclusivamente per esprimere al meglio la bellezza femminile.

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A concretizzare maggiormente e visivamente, all’interno del percorso della mostra, queste voci parallele intervengono le circa cinquanta sculture che, tra le 400 totali, fanno parte della collezione privata di Bruno Albertino e Anna Alberghina, due medici torinesi – già in altre recenti occasioni segnalati dal nostro quotidiano – che hanno fatto dell’arte africana la loro più immediata passione, al di là del fascino iniziale costruita attraverso gli studi e le ricerche e i viaggi che li hanno portati in una trentina d’anni pressoché in ogni parte del continente africano, nella scoperta dei luoghi e dei riti, della cultura e delle tradizioni che lo abitano. Un percorso lungo e approfondito, scandito da un lato dalle immagini fotografiche di lei a testimonianza di quelle diverse società, nella ricerca continua di un equilibrio tra l’aspetto etnografico e quello estetico, nella scoperta variopinta di abiti e di decorazioni del corpo, di angoli di villaggi e di acconciature; dall’altro le maschere e i gruppi lignei, gli oggetti d’uso e gli amuleti, che datano dalla metà dell’Ottocento alla prima metà del Novecento e che sono il frutto tangibile di quelle conoscenze e di quei viaggi intrapresi negli anni come dell’apporto di aste e di gallerie italiane, francesi, belghe e statunitensi. Sottolinea Albertino: “Possiamo considerare l’arte africana come l’insieme delle manifestazioni materiali e immateriali che definiscono l’estetica africana, un modo di essere e vivere che si esprime nella scultura sacra e profana, negli ornamenti e nelle decorazioni corporee il cui fine ultimo è rendere il mondo spirituale tangibile attraverso la traduzione visiva dei suoi misteri. Frutto di innumerevoli culture, etnie e tradizioni religiose, l’arte africana, proprio nell’accordo profondo tra percezione universale e realizzazione particolare, ha trovato la sua sublimazione in una visione non solo etnografica ma soprattutto estetico-formale.

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Essa è caratterizzata da visione plastica e da percezione immediata dello spazio”. Forme di scultura alla continua ricerca di un equilibrio in cui convivano trascendente e realtà concreta, innestando nell’opera il supporto della forza vitale: “Una simile arte – afferma ancora il collezionista – sopravvive solo sino a quando esiste la fede in questa visione del mondo, altrimenti nascono forme artistiche distorte, finalizzate al mercato turistico, prive di forza e vita”. E spiega: “L’influenza dell’Art Nègre nell’opera di Modigliani si esprime nella forte stilizzazione delle testa, nei volti allungati con tratti simmetrici e geometrizzati, nel profilo stretto del naso triangolare e appiattito prolungato dal rilievo delle sopracciglia, negli occhi a mandorla, appena accennati, nella bocca rotonda con labbra sporgenti e nei lunghi colli. I volti-maschera di Modigliani paiono celare la vera personalità del soggetto. Nella loro morfologia primitivista i lineamenti sono fissati con poche linee stilizzate, gli occhi sono vuoti o appena accennati. I volti assumono dunque una forma universale. Abbandonato il modello, Modigliani non rappresenta più nessuno ma punta ad un ritratto unico che attraversi le epoche”. Completano la mostra spoletina numerose opere maggiori dell’artista riprodotte con una elevata tecnologia ad altissima definizione su pannelli retroilluminati a Led, fotografie e documenti d’epoca, sistemi tecnologici di video compositing grazie ai quali le fotografie e i video, combinati con le opere di Modigliani e correlate con le maschere e le sculture africane, ci mostreranno le sue fonti d’ispirazione. Si potrà viaggiare all’interno delle opere e confrontarne direttamente le provenienze.

 

Elio Rabbione

 

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nelle immagini:

Bruno Albertino e Anna Alberghina fotografati da Plinio Martelli

Casa Modigliani a Spoleto

Amedeo Modigliani, “Jeanne Hebuterne au chapeau de paille”

Figura di maternità reale Baoulé (Costa d’Avorio), part.