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Dieci anni fa in piena overdose di contributi pubblici per le Olimpiadi qualche pubblico amministratore si era avventurato in audaci profezie sul turismo come vocazione produttiva alternativa

Boom turistico sotto la Mole, molto rumore per nulla?

di ilTorinese pubblicato domenica 12 luglio 2015

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Sarebbe bene che i nostri amministratori ascoltassero meno le sirene – comunque piuttosto affaticate e decisamente poco incantatrici – dei media subalpini e guardassero un po’ altrove: scoprirebbero che, al lordo dei fattori frenanti di sistema, nei Paesi europei si investe sì in cultura – peraltro, in proporzione alla domanda espressa dai consumatori – ma ancora di più in formazione

 

Tra Ostensione, Expo e vari eventi collegati, Torino sta attraversando un boom turistico: lo dicono i primi numeri ufficiali e si può constatare anche empiricamente, godendosi lo spettacolo delle nostre strade popolate di visitatori. Tutto bene, dunque. Però la situazione reale, appena coperta dalla patina di tipico trionfalismo subalpino, dal sapore provinciale e autoconsolatorio, non è altrettanto rosea. Pochi giorni fa la Banca d’Italia ha pubblicato il rapporto annuale sull’economia regionale, confermando purtroppo una serie di dati negativi, in particolare i livelli alti di disoccupazione, di povertà ( almeno rispetto alla media del Nordovest), e di impoverimento delle famiglie.

 

La Banca d’Italia, insieme ad altri analisti (come Unioncamere e Comitato Rota), fa anche giustizia di un altro mito tutto torinese, perpetuato ormai da dieci anni da ingenui e da interessati: quello secondo cui il boom turistico possa compensare la perdita verticale di occupazione – in particolare nell’industria – e di indice relativo di produzione della ricchezza, che accompagna Torino dagli anni ’90. È vero che le presenze turistiche sono aumentate costantemente (mentre restano altalenanti, ad esempio, le fortune del nostro aeroporto), ma i numeri restano deludenti: l’Ostensione preventiva un numero inferiore al 50% di visitatori rispetto all’edizione 2010. L’effetto traino di Expo è trascurabile, avendo prevedibilmente privilegiato il distretto turistico dei laghi (a conferma che al famoso MiTo non crede più nessuno, con buona pace delle Frecce intercity).

 

Già a gennaio, in un’intervista a Il Sole-24Ore, Josep Ejarque, numero uno della società creata da Expo per la promozione del turismo, con un chiaro riferimento alla sua conflittuale esperienza con i salotti torinesi ai tempi delle Olimpiadi 2006, avvertiva velenosamente che questa volta non ci sarebbe stato il Comitato Olimpico – cioè il contribuente italiano – a pagare per viaggi e soggiorni, e che se Torino voleva agganciare l’Expo avrebbe dovuto darsi da fare per essere competitiva sul mercato privato dei consumatori privati. I numeri definitivi ci diranno se ha ragione lui o hanno ragione certi nostri cantastorie da piola o da salotto. Intanto, sappiamo per certo, sempre da Bankitalia, che l’INTERO comparto ristorazione e accommodation vale, a seconda degli anni, tra un decimo e un ottavo del settore manifatturiero: e questo, paradossalmente immaginando che non un solo Torinese si avventuri, neanche una volta l’anno, in una pizzeria.

 

Dieci anni fa, in piena overdose di contributi pubblici per le Olimpiadi, qualche pubblico amministratore si era avventurato in audaci profezie sul turismo come vocazione produttiva alternativa della città: sono disordinatamente proliferate iniziative, rassegne, festival vari, ognuno dei quali aggiungeva i gravami di stipendi per dipendenti e amministratori. Dal 2011 in poi l’insostenibilità di questo sistema è dimostrata dalle riduzioni dei contributi pubblici, dagli accorpamenti o dalle definitive chiusure di molti carrozzoni.

 

Sarebbe bene che i nostri amministratori ascoltassero meno le sirene – comunque piuttosto affaticate e decisamente poco incantatrici – dei media subalpini e guardassero un po’ altrove: scoprirebbero che, al lordo dei fattori frenanti di sistema, nei Paesi europei si investe sì in cultura – peraltro, in proporzione alla domanda espressa dai consumatori – ma ancora di più in formazione e che nessuno oserebbe dire in pubblico che, se non si riescono più a vendere motori e macchinari, invece di inventare un nuovo modello produttivo, si può rimediare con la cioccolata e le rassegne teatrali. Ci sono, è vero, alcuni Paesi che, non avendo molto altro, vivono di turismo, proteggendo con una certa cura il paesaggio e le antichità: Grecia, Kenya, Egitto. Ah, tra l’altro, Natura volle che questi Paesi abbiano il mare: non vedo la spiaggia artificiale ai Murazzi, piaciuta così tanto ai Torinesi che ne hanno decretato un risultato economico in passivo per 120mila Euro, fare seria concorrenza alla barriera corallina.

 

(Foto: il Torinese)