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L’attore regista firma la sua prima stagione allo Stabile torinese

Binasco: “Inventarmi giorno per giorno un modo per tenere viva la gioia creativa”

di ilTorinese pubblicato domenica 27 maggio 2018

Lo deve davvero amare Valerio Binasco il teatro – e di un amore ancora più profondo, se possibile, il “suo” teatro -, lo si è sentito durante il suo lungo intervento, quasi uno spettacolo, come un biglietto da visita a presentare il progetto degli anni a venire, traguardo il 2020, nel corso della conferenza stampa della stagione 2018/2019, alcuni giorni fa nella sala gremita del Gobetti, con i “suoi” ragazzi, i ragazzi dei suoi spettacoli futuri, seduti al fondo e in vena di cori da stadio. Prima, gli interventi più formali di Vallarino Gancia e Fonsatti (banche e istituzioni per una volta non hanno trovato posto), presidente e direttore del Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, a dirci dei “risultati in costante crescita nelle ultime stagioni”, del nucleo culturale inteso come “fabbrica prolifica che quotidianamente svolge funzioni molteplici a favore della comunità”, dell’”efficientamento energetico che si distinguesse per l’attenzione ai consumi e dunque all’abbattimento dei costi” il primo; a ricordarci, dopo il doppio mandato a Martone, l’avvicendamento con il trio tutto piemontese, o meglio “dell’alessandrino”, “il nostro tridente” ormai denominato, formato dallo stesso Binasco direttore artistico, da Fausto Paravidino in veste di dramaturg e Gabriele Vacis alla direzione della Scuola per attori, la volontà di “coinvolgere la comunità in modo consapevole”, le trasferte londinesi, al Coronet Theatre, di due produzioni nate in città, Mistero buffo di Dario Fo, interprete Matthias Martelli, e Novecento di Baricco (accoppiata Allegri/Vacis) nel venticinquesimo anno dal debutto, il secondo. Per non tacere del fatto che da pochi mesi lo Stabile sia stato ammesso a far parte di Mitos 21, un network composto dai più prestigiosi teatri europei con sede a Parigi, Londra, Berlino, Stoccolma, Amsterdam e Budapest, occasione per stringere rapporti di collaborazione: già un assaggio dovrebbero essere intese la coproduzione di La Maladie de la mort – fra gli altri con Les Bouffes du Nord – messo in scena dalla più acclamata regista britannica del momento, Katie Mitchell, e le presenze di Nora/Natale in casa Helmer diretto da Kriszta Székely, giovane regista ungherese residente al Teatro Katona di Budapest, e di Requiem pour L., il nuovo spettacolo di Alain Patel coprodotto dallo Stabile e da Torinodanza.

 

Territorio e apertura all’Europa. E Binasco? Divide il suo straripante monologo, costellato dalle risate della sala e dagli applausi, in quattro paragrafi principali, “about me” il primo. Ovvero, alla domanda precisa, affermare “qual è la mia idea di teatro”. Mettere per la prima volta la propria firma a un cartellone teatrale “richiede molto lavoro psicologico”, anche. E poi, “si devono dire con disinvoltura alcune bugie su noi stessi, per esempio bisogna dare importanza alle nostre idee e far finta di credere di essere importanti a nostra volta”. Capitolo due, “about you”. “Penso che si tratta sempre di ‘seguire’ qualcuno. E’ difficile pensare che in arte qualcuno vada per una strada solitaria. Ci si passa sempre un testimone”, una lezione che in molti modi tramanda, tra amicizia e complicità, “ho sviluppato una sensibilità nei confronti degli attori e dei loro problemi, vorrei lavorare solo con attori creativi, anime semplici, cuori imprevedibili”. Capitolo “about love”, con l’idea del mondo, o meglio ancora dell’uomo, che necessariamente anticipa l’idea del teatro per cui “non amo il teatro in sé, ma solo come arte che mi permette di mettere in scena le persone”. Con il loro bel mucchio, pure esse non soltanto chi agisce sul palcoscenico in prima persona, di confusioni e di tormenti e di incoerenze, il tutto trasmesso da “un gruppo di attori capaci di studiare e di approfondire la recitazione e la cultura del nostro mestiere”. Nascerà il Lemon Ensemble, scuola e lavoro alle Fonderie Limone, con l’aiuto di maestri dagli States come dall’Est europeo. In tutto questo questo troveranno, ancora, posto i classici, “about classics”. Di contro, replica immediata: “La gente non è stufa di vedere Amleto, Arlecchino, Don Giovanni? Seconda in classifica come domanda frequente sarà: Bè? Non è un po’ banale fare i grandi titoli? Risposta alla prima domanda: no. Risposta alla seconda domanda: no”. Immediato. Alla fine le titubanze iniziali hanno uno sbocco, Binasco quella sua idea la lancia all’intera platea, “quando dico ‘Teatro’, penso subito a un gioco e a una festa”. La festa che abbiamo già avuto al Carignano con il suo positivissimo Don Giovanni (in tournée nella stagione prossima),se la porterà dietro, rivestita addosso speriamo, l’Arlecchino goldoniano che avrà i tratti di Natalino Balasso per inaugurare la programmazione ad ottobre, l’essere o non essere del dubbioso Amleto lo sentiremo a maggio. Dovrebbe essere una gioia, e siamoben disposti a crederci, perché “i classici sono carichi di una energia inesauribile, e non sono mai tristi, anche quando sono tragici”.

 

Insomma a teatro, con Binasco, come lui ci aveva promesso, la parola “divertimento” sarà d’obbligo. Esprime ancora un “desiderio”, come uomo e come nuovo incaricato, “quello di sapermi inventare giorno per giorno un modo per tener viva la gioia creativa in questa epoca di tristezza che affligge il mio amato Paese”. Che Dio lo benedica. Perché nelle invenzioni – e nelle promesse che dovremmo veder attuate – di ogni giorno, appuntiamoci tra i 67 spettacoli, di cui 17 produzioni e 32 spettacoli ospiti per un totale di 401 recite in sede, lungo i mesi passati tra Carignano Gobetti e Fonderie, L’isola dei pappagalli con Bonaventura prigioniero degli antropofagi di Tofano e per la regia di Antonio Latella, Se questo è un uomo a seguire l’odissea di Primo Levi, regista Valter Malosti, La ballata di Johnny e Gill scritto e diretto da Fausto Paravidino, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte che Simon Stephens ha derivato dal bestseller di Mark Haddon, regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitali. Arriveranno ancora il collaudato Copenaghen di Frayn, Franco Branciaroli con I miserabili, l’apprezzato volto televisivo, e non solo, di Lino Guanciale con La classe operaia va in paradiso, dal film di Petri per la regia di Claudio Longhi, e con il pasoliniano Ragazzi di vita diretto da Massimo Popolizio, Il gabbiano cecoviano diretto da Sciaccaluga con Elisabetta Pozzi, Lavia con I ragazzi che si amano da Prévert, Cederna, Sonia Bergamasco, Maddalena Crippa, Ascanio Celestini, Jurij Ferrini con il riallestimento del suo Cyrano. Il Piccolo di Milano arriverà a novembre con La tragedia del vendicatore, capolavoro di Thomas Middleton, scritto nei primi anni di regno di Giacomo I, un trionfo di corruzione e malcostume, omicidi e teschi avvelenati, la regia è firmata da Declan Donnelan, Leone d’Oro alla carriera.

 

Elio Rabbione

 

 

Nelle foto:

 

Valerio Binasco, nuovo direttore artistico del Teatro Stabile di Torino- Teatro Nazionale (ph. Donato Aquaro)

“Copenaghen” di Michael Frayn, con Umberto Orsini, Giuliana Lojodice e Massimo Popolizio, regia di Mauro Avogadro (ph-Marco-Caselli-Nirmal)

Gabriele Lavia in “I ragazzi che si amano” da Jacques Prévert (ph. Filippo Manzini)

“La Maladie de la mort” da Marguerite Duras, regia di Katie Mitchell (ph. Stephen-Cummiskey)