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L'affaire Khashoggi

Arabia Saudita tra repressione e business

di ilTorinese pubblicato giovedì 25 ottobre 2018

FOCUS INTERNAZIONALE  di Filippo Re

Che differenza c’è la brutalità del regime saudita e la ferocia dei miliziani jihadisti dell’Isis? Tra i tagliagole del califfo Al Baghdadi e lo spezzatino Khashoggi in salsa turca ordinato da Riad?

Un gruppo di hacker del web è riuscito a inserirsi nel sito ufficiale del Forum economico “Davos nel deserto” in terra saudita postando un’immagine del principe ereditario Mohammed bin Salman, figlio del monarca, ritenuto il mandante dell’omicidio Khashoggi, con la bandiera dell’Isis mentre è sul punto di decapitare il giornalista saudita con le sue mani. C’è da stupirsi? Forse neanche tanto. In fondo, anche il governo saudita, insieme ai turchi, finanziò e armò l’ex Stato islamico, almeno nella sua fase iniziale. Una cosa è certa, quando si va all’estero, è sempre meglio stare ben lontani da consolati e ambasciate arabe e musulmane in genere. Non si sa mai. Naturalmente quello che fanno i sauditi è tipico di ogni dittatura che deve far sparire in qualche modo oppositori e dissidenti sgraditi. Così accade da sempre. In Turchia, per esempio, i giornalisti finiti in carcere con accuse molto pesanti sono molti di più di quelli arrestati da Bin Salman. Ma fare uno spezzatino di una persona scomoda è da film dell’orrore o forse di più. Non si sa con certezza se per il povero Khasoggi è andata proprio così ma, segaossa o non segaossa, deve essere finito proprio male. La verità è che il regime di Riad perseguita e terrorizza sistematicamente anche i dissidenti riparati all’estero. Chi è riuscito a fuggire in tempo ha fatto sapere in questi giorni che quest’anno ci sono stati almeno tre casi simili a quello del giornalista eliminato nel consolato di Istanbul. Agenti segreti sauditi hanno avvicinato alcuni oppositori cercando di farli entrare con un pretesto nelle locali rappresentanze diplomatiche. È accaduto in Canada, negli Stati Uniti e in Australia. La loro sorte sarebbe stata molto simile a quella di Khashoggi. È questa la conferma che il principe ereditario Mohammed bin Salman ha messo nel mirino i dissidenti con l’obiettivo di farli tacere e ci sarebbe un piano del governo per far rimpatriare nel regno tutti gli oppositori. Nel suo ultimo articolo scritto per il Washington Post, Khashoggi, osteggiato da Riad per i suoi articoli critici verso il governo e per la sua vicinanza ai Fratelli Musulmani, sottolineava l’importanza della libertà di stampa in Medio Oriente. L’Arabia Saudita è, secondo Reporter senza frontiere, 169esima su 180 Stati al mondo per la libertà di stampa. Da quando il giovane Bin Salman è diventato il numero due della Casa Reale ma di fatto l’uomo forte di Riad, le richieste di asilo politico di sauditi all’estero sono più che raddoppiate. Come conferma un rapporto dell’Agenzia Onu per i rifugiati, da 600 casi nel 2015 si è passati a 1250 casi nel 2017. La violazione dei diritti umani non si ferma. Con Bin Salman arresti ed esecuzioni si sono moltiplicati e almeno 4000 oppositori sono stati incarcerati. Secondo Amnesty international nel 2018 le esecuzioni supereranno quota 200. Chi imporrà davvero sanzioni a Riad? Nonostante le critiche rivolte ai sauditi gli Stati Uniti hanno di fatto blindato l’Arabia Saudita, gendarme del Golfo, alleato storico ed essenziale in funzione anti-iraniana. Proprio nel giorno della visita del segretario di Stato Usa Mike Pompeo il 16 ottobre, Riad ha versato agli americani 100 milioni di dollari da investire “per normalizzare la situazione in Siria”, in sostanza un primo risarcimento per l’omicidio Khashoggi. Gli affari sono affari. Trump, che non può danneggiare gli interessi del suo Paese, ha affermato: “L’Arabia Saudita è un grande alleato, ma quanto è accaduto è inaccettabile. Ma preferirei che non usassimo come misura punitiva la cancellazione di un lavoro di 110 miliardi di dollari che comporterebbe la perdita di 600.000 posti di lavoro”, con riferimento all’accordo firmato per la vendita di armi al regno saudita. Continueranno a rispettare i contratti di natura militare con l’Arabia Saudita anche la Spagna e il Canada. La Germania ha invece bloccato, sull’onda dello sdegno per quanto accaduto, la vendita di armi a Riad facendo però capire che la sospensione sarà temporanea. D’altronde Berlino ha già venduto al regno saudita armamenti per centinaia di milioni. 

 

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