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Tutti i soldi del mondo” di Ridley Scott

Anacronismi, lentezze e mancanza di autenticità per il rapimento del rampollo Getty

di ilTorinese pubblicato martedì 9 gennaio 2018

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Ci può essere la curiosità, di derivazione gossipara, di andare a vedere Tutti i soldi del mondo per rendersi conto di quanto Ridley Scott abbia lavorato (9 giorni di riprese aggiuntive per 17 ore a giornata, non tacendo i dieci milioni di dollari sborsati per coronare l’impresa, già impiegati i trenta precedenti) cancellando e rigirando il ruolo del vecchio Paul Getty che era appartenuto a Kevin Spacey prima che i lampi del mondo hollywoodiano non esplodessero e non si tornasse a essere improvvisamente puritani, scacciando lontano da sé il reprobo macchiatosi per anni di abusi sessuali: sacrosanto dubbio finale, facciamo del cattivone tabula rasa perché con l’aria che tira gli incassi potrebbero andare un po’ storti, non per ansiosità morali. Così, come tutti ormai sanno, la palla è passata a Christopher Plummer che ha calzato come un soffice guanto il ruolo granitico, scolpendo tutta l’avidità (con la a minuscola) grigia di un uomo che si crede la reincarnazione dell’imperatore Adriano e si fa costruire la villa di Malibu ad immagine di quella antica diTivoli, che in albergo si lava calzini e mutande per risparmiare sulla lavanderia e in casa ha fatto installare una cabina telefonica semmai gli ospiti dovessero fare un’interurbana. E rendendo viva e vivifica una interpretazione che è un’ancora di salvataggio per l’intero film. Perché non sono soltanto le traversie della produzione a interessare, ma vivaddio pure quei risultati che colano allo stesso tempo buona professionalità e dabbenaggini, disaccordi temporali e narrativi, ridicolaggini, per non parlare di quel procedere lento e ripetitivo che esclude una guida che ben più fermamente, bisturizzando all’interno della vicenda, della società dell’epoca, dei rifiuti e dei compromessi, delle cilecche delle forze dell’ordine, avrebbe

dovuto reggere il gran materiale di cronache, di ricordi e di testimonianze a disposizione. Perché alla base ci sta la biografia Painfully Rich: the Outrageous Fortunes and Misfortunes of the Heirs of J.Paul Getty di John Pearson, inedita in Italia, cui s’aggiunse nel 2013 Uncommon youth scritto da Charles Fox, ovvero il giornalista statunitense che già all’epoca s’era occupato del caso, avendo di prima mano le parole degli inquirenti e dei famigliari, e raccolse poi dal rampollo della dinastia ad alto sapore petrolifero il racconto autentico e monologante del rapimento, sino al 2011, anno in cui – colui che aveva riempito le pagine dei giornali con la sua faccia, con il suo orecchio mozzato, con l’iniziale sospetto di un teatrino personalmente tirato su alla spicciolata per spillare un bel gruzzolo al nonno – era scomparso, cieco paralizzato e disartrico a seguito di un ictus che lo aveva colpito trent’anni prima.Questa la storia, che avrebbe potuto rivestire una incisiva correttezza cinematografica. Invece. Invece Ridley Scott dice di essersi ritrovato tra le mani una “splendida” sceneggiatura, quella di David Scarpa e di aver dato corpo a un soggetto che da anni avrebbe voluto affrontare. E allora disturbano perché davvero riempitive e non necessarie le scene iniziali nel deserto a spiegare come la ricchezza del Grande Vecchio abbia avuto origine; disturbano anche i particolari, se si pensa che il diciassettenne fu prelevato la sera del 10 luglio del ‘73 in piazza Farnese (sarebbe stato rilasciato il 17 dicembre, sulla Salerno-Reggio Calabria, scoperto tutto solo da un camionista di passaggio) e non di fronte a ruderi romani che fanno tanto affresco della capitale e in mezzo a un crocicchio di puttane dispensatrici di consigli morali, a protezione dell’infanzia; disturba, s’è detto, la lentezza e la ripetitività con cui è trascinata la vicenda, le telefonate tra mamma e rapitore (anche dal cuore tenero), gli incontri senza eccessivi scossoni emotivi dei tanti incontri tra mamma (papà, il II° della serie, è troppo occupato in Marocco a farsi di droga con l’amico Mick Jagger) e vecchio genitore, l’una troppo trattenuta, studiata a tavolino (Michelle Williams), l’altro un incrocio troppe volte tra un racconto natalizio di Dickens e Paperon de’ Paperon di disneyana memoria. Disturbano le scene ad effetto, il taglio dell’orecchio su cui la macchina da presa indugia o il disperdersi nel plumbeo cielo inglese dei fogli di giornale che la mater dolorosa ha mandato in regalo perché la controparte si possa rendere conto dello stato del sangue del suo sangue; sono fuori luogo, da cartolina del sud, i rapitori con aria truce ma anche con tarantella e tamburello neppure in grado di calarsi una calzamaglia sul viso quando accompagnano alla latrina il prigioniero, da debole raccontino come le comparse italiane ingaggiate per l’occasione. Siamo in pieno ridicolo con la scampagnata nel covo delle Brigate Rosse dello svogliato negoziatore Mark Wahlberg, pregasi suonare il campanello per ritrovare foto di Lenin e gagliardetti autoreferenziali, siamo all’imbroglio cinematografico se si pretende di far crepare, immerso tra i propri fantasmi notturni e tra i bagliori horror del camino, Getty I che invece se ne andrà al Creatore due anni dopo, con molte colpe (all’inizio fu la frase “ho 14 nipoti, se comincio a pagare per uno, finirà che me li rapiranno tutti quanti”) e poco ravvedimento: richiedendo indietro al nipote la somma sborsata (si era partiti da 17 milioni di dollari, si arrivò a poco meno di due miliardi di lire) con gli interessi del 4%. Ci si stupisce in ultimo che l’autore di Thelma & Louise, del Gladiatore e di Alien si sia lasciato aggrovigliare in un finale da copione televisivo, con vittime carnefici e soccorritori che si mettono a giocare a guardie e ladri sotto il protettivo suono delle pale degli elicotteri, che più arrivano i nostri! non potrebbe essere. È mancato lo studio di un grande tema come quello dell’Avidità (con la a maiuscola), analizzata con il Denaro che si fa Essere umano e privata di tutto un contorno che continua a saper troppo di facile caricatura, è mancata la profondità del racconto, pubblico e privato. O anche soltanto il buon senso.

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