Home » CULTURA E SPETTACOLI » “American Pastoral”, il sogno americano e lo sguardo inesperto di Ewan McGregor
McGregor ha preso in mano il copione di John Romano e ci ha dato una rilettura cinematografica dignitosa

“American Pastoral”, il sogno americano e lo sguardo inesperto di Ewan McGregor

di ilTorinese pubblicato mercoledì 26 ottobre 2016

Pianeta Cinema a cura di Elio Rabbione

 

Ewan McGregor (all’attivo titoli di tutto rispetto, da “Trainspotting” a “Star Wars” dov’era un giovane Obi-Wan Kenobi, da “Moulin Rouge” a “Sogni e delitti” di Allen a “L’uomo nell’ombra” con la firma di Polanski) poteva benissimo vivere di rendita e godersi gli allori tutti attoriali, se non si fosse imbattuto in “Pastorale Americana” e nelle sue circa 400 pagine, autore d’eccellenza Philip Roth. Che poi questo sfrenato amore sia un rattoppo degli uffici stampa d’oltre oceano per coprire la rinuncia di Philip Noyce a proseguire nel progetto, non ci è dato sapere con esattezza.

america-pastor-film

Tant’è che con passione e soprattutto con un atto di spavalderia e di sfida McGregor ha preso in mano il copione di John Romano e ci ha dato una rilettura cinematografica dignitosa, corretta, a tratti estremamente descrittiva della grande storia di Roth, per qualche verso persino vuota nella conduzione di alcune scene, non certo favolosa o eccelsa come l’attesa di questi mesi recenti ci avevano fatto intendere. Se è vero, come è vero, che ogni film tratto da un romanzo deve aver la sacrosanta libertà di vivere di vita propria (giudizio assoluto quando l’opera filmica non arrivi a stravolgere l’idea e lo sviluppo di un autore), qui McGregor (inevitabilmente) sfoltisce quel che di questione civile e sociale arricchisce la pagina scritta – siamo nel ’68, la guerra del Vietnam sta provocando migliaia di morti e i disordini e le vittime non sono risparmiati nemmeno sul suolo americano -, ce lo mostra di lontano, ci fa assistere dal riquadro di una finestra. Si concentra invece sulla contrapposizione padre/figlia, sulla distruzione all’interno della famiglia poi, sfumata, all’esterno del sogno americano che il protagonista incarna. A Newark, nel New Jersey, Seymour Levov, detto “lo Svedese”, bell’aspetto, bella casa, grandi fortune, anima del liceo per i suoi successi sportivi, sposo felice di una ex reginetta di bellezza, perno insostituibile ed erede di una fabbrica di guanti di sicuro avvenire, non potrebbe sperare di meglio. Irrequieta la figlia Merry, che si porta dentro un problema di balbuzie, tanta rabbia poco a poco crescente e un amore per quel padre che a tratti vorrebbe invadere anche terreni non propriamente filiali: una rabbia che si manifesta quando la ragazza, sedicenne, unitasi ad un gruppo terroristico, non provocherà una vittima innocente nell’esplosione di un ufficio postale ed entrerà in clandestinità. La scoprirà dopo anni, emarginata tra gli emarginati, vuota, sola, nascosta. Tutta la vicenda racchiusa nel racconto di una sera, complice l’affetto e la curiosità di Nathan Zuckermann, l’alter ego dello scrittore già chiamato in causa in più di un’occasione letteraria.

pastoral1

Sono più piani narrativi che s’accentrano in un’unica prospettiva, condotta con un’altalenante ricerca di momenti personali e no, a tratti riusciti, troppe volte vittime di una debolezza che può essere propria di chi s’è messo per la prima volta dietro la macchina da presa. Si sente la mancanza di momenti forti, narrati con un certo respiro addirittura “epico”, vorremmo che tutto non si risolvesse nella semplice tragedia familiare ma che si guardasse al fuori, alla tragedia generale, costruendosi in noi la certezza che la mano ferma e l’occhio assai più esperto di un regista di diversissima bravura avrebbe compiuto il miracolo. Certo avrebbe saputo guidare verso uno spessore ben più concreto, qui con imbarazzo siamo quasi al limite dell’anonimato interpretativo (e il doppiaggio questa volta certo non aiuta), il protagonista, racchiudendosi McGregor non nel doveroso ritratto di un uomo nato nel successo e schiacciato dalla distruzione, dalla deflagrazione della propria esistenza, ma mostrando sul suo viso tutta la fragilità di una prova d’attore incapace d’esprimere il macigno che gli sta rovinando addosso. Lo stesso discorso, e per lei la materia non era poca e indifferente, va fatto per Dakota Fanning, quasi inesistente, mentre è Jennifer Connelly a superare gli ostacoli e a mostrare un vero percorso nella bellezza, nei sentimenti, nella dispersione della propria mente.