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Sugli schermi “Il primo re” di Matteo Rovere

Ambizione e pensare in grande, un nuovo “modo” per il cinema italiano

di ilTorinese pubblicato domenica 3 febbraio 2019

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

È come se il cinema italiano voltasse (per un attimo? chi scrive vorrebbe poter sperare in un risanamento e in una progettualità a lunga durata) pagina, come se non ci costringesse a vedere ogni settimana l’uscita di commediole insulse,

 

come se un colpo di spugna ci facesse dimenticare i perenni Boldi&De Sica infaustamente rappacificati, la Cortellesi che gioca alla Befana con un pubblico improvvisamente retrocesso in blocco alla preinfanzia, i vari Miniero e Massimiliano Bruno, i Micciché e compagni. I Frank Matano di turno. Certo, ci sono anche le punte alte come il Dogman scartato agli Oscar, ma la certezza è che siano deboli isolotti spazzati via da una corrente assai più potente e micidiale. C’è una speranza, perché sullo schermo scopri che da noi si può progettare un film come Il primo re, film robusto e ambizioso, che non avrà tutte le carte in regola (di gran lunga migliore la prima parte, alla metà si gira un po’ a vuoto, il colpo d’ala lo si avverte di nuovo nel funereo finale) ma che è pensato in grande, affonda in un passato lontano mentre in modo adulto (dimenticate i peplum e nel caso i gonnellini candidi del Romolo e Remo di Corbucci, anno di grazia 1961, con i pettoruti Reeves e Scott: qui c’è la polvere e il fango, la pioggia che impantana ma che arriva anche a dissetare, il terrore e gli animali che scarnificano, le spade che trapassano da parte a parte, e tutto è credibile, nulla che mai t’induca a un sorriso che vuol dire falsità di racconto) coinvolge lo spettatore che ancora ama essere coinvolto, getta ponti suggestivi con esempi che lo hanno preceduto, su vari fronti, dalla brutale poesia dell’Apocalypto di Gibson alle altezze narrative e visive del Malik di The New World, dal Sebastiane di Derek Jarman alla Passione ancora di Gibson al Revenant di Inàrritu.

In un Lazio amorevolmente scovato e ricomposto tra il bosco del Foglino e i comuni di Viterbo e Manziana, dove una natura “antica” è resa in ogni sfumatura dalla fotografia di Daniele Ciprì (un primo premio in futuro dovuto al film) che lavora di luce naturale e delle fiamme delle torce notturne, in una coproduzione che ha raccolto quattrini di casa nostra e apporti belgi per un totale si dice di 8 milioni di euro, nella sceneggiatura di Filippo Gravino, Francesca Manieri e del regista Matteo Rovere (Veloce come il vento, carico di premi) cui hanno dato il loro aiuto archeologi e semiologi della Sapienza di Roma a ricreare un protolatino che necessariamente doveva fare da elemento collante tra lo svolgersi della vicenda, tra i corpo a corpo, la violenza e la ferocia, gli attacchi e i supplizi, il mistero, Romolo e Remo giocano la loro partita contro le asprezze della natura e contro il nemico. Seppellita da qualche parte la favoletta della lupa che li allattò, già li troviamo in età adulta ad accudire al loro gregge quando un’esondazione del Tevere li travolge (i miracoli della computer grafica, che nemmeno Naomi Watts nelle spire acquatiche di The impossible), una terra poco accogliente li accoglie, dallo stato di schiavi con i nuovi compagni passano alla ricerca di nuovi territori e di una nuova sopravvivenza. È Remo a prendere il comando del gruppo, uomo che volle farsi re (“il potere si fonda sulla paura”), Romolo con un passo falso della sceneggiatura è per i due terzi del film in stato pressoché comatoso, appartato in una povera tenda che per un attimo racchiude un film che felicemente fa della natura il suo unico scenario. “Un dio che può essere compreso non è un dio”, leggiamo all’inizio sullo schermo, affermazione di William Somerset Maugham: l’arroganza di Remo non soltanto non lo comprende quel dio, quel fuoco che la giovane vestale non dovrà mai lasciar spegnere, ma non lo accetta e si sostituisce ad esso. Ogni sua ribellione avviene per piccoli tratti, in una ferocia primitiva, tra urla che sanno di animale ferito ma ancora in grado di combattere. Matteo Rovere approfondisce e stravolge con grande intelligenza la mitologia che vedeva Remo saltar dentro con sprezzo al solco tracciato dal fratello, lo rende moderno, ne ispessisce il carattere, come quello degli antagonisti, pone basi nuove, a tratti tergiversa e non tiene a freno la materia che ha tra le mani ma riesce comunque in un’operazione che può essere, si diceva, un punto di ripartenza per il nostro cinema. Credibilissima è la ciurma di disperati che circonda i fratelli (Max Malatesta e Lorenzo Gleijeses che provengono dal teatro, Fabrizio Rongione alter ego dei fratelli Dardenne), i corpi e i volti sono stati scelti con attenzione, la preparazione alla lotta e alle armi è stata lunga e i risultati ci sono, stuntman e trucchi aiutando. Tania Garribba convince nella sua maschera di sacerdotessa, carica di mistero, inquietante, debole nei fremiti che l’accompagnano, Alessio Lapice appena può tira fuori la voce e le unghie e riesce a ritagliarsi un applauso. Alessandro Borghi si porta sulle spalle il peso di tutto il film e forse Borghi “è” il film. S’è calato fisicamente e non solo in questo suo Remo come meglio non si potrebbe, fratello protettivo e amorevole, strenuo difensore prima, scaltro, onnipossente, orgoglioso e affossatore di sentimenti e di giustizia e di religiosità poi. Un’altra prova eccellente, che ben segue al Cucchi di Sulla mia pelle visto all’inizio di stagione. Ma il vincitore de Il primo re, di questo film di casa nostra talmente anomalo che nemmeno ci credi, è Rovere, per il suo coraggio soprattutto, perché fa scoprire panorami nuovi, da nessuno prima mai aperti, perché per una volta pensa in grande. E spinge anche noi a farlo. E che il passaparola lo aiuti.

 

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