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Il prossimo libro? «Il quarto della serie che sto scrivendo sul franchismo: è quasi un romanzo di spie"

Almudena Grandes: “Vi racconto il mio primo romanzo corale”

di ilTorinese pubblicato lunedì 8 maggio 2017

di Laura Goria

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Con Almudena Grandes, il Circolo dei Lettori di Torino ha chiuso in bellezza il ciclo di incontri “Hispanica”, per il quale è riuscito a portare nelle sue sale alcuni dei più importanti scrittori spagnoli contemporanei. Ed è stato successo ogni volta: dal primo appuntamento con Alicia Gimenez Bartlett, passando per Julio Llamazares e Javier Cercas, che al Circolo dei lettori si sono raccontati ad un pubblico numerosissimo e partecipe.

 

Almudena Grandes -diventata famosa con “Le età di Lulù” nel 1989, che suscitò scalpore e ispirò anche il cinema- oggi è una delle scrittrici più interessanti del panorama internazionale, con i suoi poderosi affreschi della società spagnola di fronte ai grandi eventi della storia, dalle crisi alle guerre e alla dittatura. Il suo ultimo romanzo “I baci sul pane” (Guanda) è ambientato nel quartiere Malasaña di Madrid durante la grave crisi spagnola del 2008. Un microcosmo popolato da persone diverse per estrazione sociale, che lottano per la sopravvivenza. Il titolo è emblematico e rimanda a due generazioni fa quando i genitori insegnavano ai figli che il cibo caduto per terra non andava assolutamente sprecato, ma raccolto e mangiato.

Perché baciare il pane è importante tanto da meritare un titolo?

«Perché mi piacerebbe che si leggesse come un romanzo su quello che capita oggi nel mio paese; ma anche come una rivendicazione della cultura della povertà. Quando ho iniziato a riflettere sulla crisi, ho ricordato la mia infanzia e la figura di mio nonno per il quale questa più che una crisi sarebbe stato un “incidente” di cui sorridere».

In cosa sono diverse la fame di ieri e quella di oggi?

«Gli spagnoli di quella generazione erano più poveri, non erano andati all’università, non avevano viaggiato, parlavano in dialetto e via così, ma avevano una ricchezza che noi   abbiamo perso: saper vivere la povertà come una lotta e con dignità. In questo senso erano più ricchi».

 

Cosa è cambiato?

«La Spagna nel corso della storia è stato anche un paese molto ricco, ma gli spagnoli sono sempre stati poveri e l’hanno vissuto dignitosamente. Però negli ultimi 25 anni abbiamo perso il rapporto con quella cultura e quelle tradizioni. Ci hanno detto “adesso siete ricchi” e ci abbiamo creduto pensando che lo saremmo stati per sempre. Non è stato così ed oggi molti di noi sono come bambini spersi nel loro stupore, incapaci di resistere a quello che è capitato, perché non c’è più quell’idea della lotta per la vita, della povertà con dignità che, invece, mi piacerebbe recuperare».

Perché lei ama raccontare grandi eventi, come guerre o crisi, attraverso quelli piccoli   della vita della gente comune?

«In questo libro volevo narrare quello che è capitato in Spagna con la crisi economica che ha una sua natura speciale ed è diversa da tutte le altre. Pensavo che il modo migliore fosse farlo proprio attraverso il cambiamento molto profondo che ha comportato nella vita della gente.

Sono partita da un gruppo di persone non omogenee, di classi economico-sociali differenti,   all’interno di un quartiere, il mio. La storia accade proprio lì dove non ci sono i più ricchi e nemmeno i più poveri, ma quelli di mezzo, mescolati tra loro».

Quanto è difficile imbastire un grande romanzo corale?

«Questo è il mio primo romanzo davvero corale. Perché è vero che i miei libri hanno tanti personaggi, ma negli altri c’è sempre un protagonista, gli occhi di qualcuno a raccontare la storia; in questo invece ci sono persone molto diverse che reagiscono ognuna alla propria maniera di fronte alla crisi».

In Spagna quanto è realmente diffusa la solidarietà in microcosmi come un palazzo o un quartiere?

«Moltissimo ed è sempre stata molto importante. Credo che nei momenti peggiori la pace sociale sia stata conservata proprio grazie al reciproco aiuto all’interno delle famiglie che hanno fatto cerchio intorno a chi era più in difficoltà. Anche la solidarietà civile, come quella di organizzazioni spontanee di quartiere per sostenere i più deboli, è stata fondamentale».

Le donne di fronte alle difficoltà hanno una marcia in più?

«Si… ma ce l’hanno sempre, anche in tempi buoni. Certo, in un mondo problematico come quello del romanzo le donne sono quelle che portano maggiormente il peso di solidarietà, responsabilità e organizzazione delle famiglie. Nel libro ce ne sono tante perché credo che abbiano un ruolo più interessante di quello degli uomini. Soprattutto in questo momento: forse perché i maschi tendono a sentirsi colpevoli quando perdono il lavoro o gli abbassano il salario e non si sentono in grado di provvedere alla famiglia. Le donne non hanno questa reazione, fanno le cose in un’altra maniera e sono più forti».

Nei suoi romanzi la famiglia ha sempre un ruolo fondamentale……ma oggi dove sta andando?

«In Spagna e in tutto il sud Europa è importantissima, anche se la sua struttura sta cambiando,

tra famiglie allargate, coppie gay o di fatto che possono avere figli…Ma credo che in definitiva la forza e il suo valore persistano. Per esempio io, mia sorella e i miei fratelli ci parliamo tutti i giorni e manteniamo una rapporto molto stretto».

L’amore per lei cos’è e quanto è strategico nella vita?

«E’ fondamentale. Un’attitudine ma anche uno stato di grazia. Una cosa che devi sforzarti di avere, ci devi lavorare; ma è soprattutto un dono, qualcosa che accade. E’ importante in senso più ampio di quello romantico ed indispensabile all’esistenza».

Cosa ama di più della vita, cosa la rende più felice, cosa la intristisce e cosa la spaventa di più?

«Amo molto i libri e leggere; cucinare mi fa felice; mentre le foto antiche mi mettono nostalgia e tristezza… quelle di oggi pure, perché penso che domani saranno vecchie e nostalgiche anche   loro. In questo momento mi fa paura il ritorno di tante idee orribili che credevamo di avere sconfitto;   invece sono qui, con un nuovo fascismo, machismo e razzismo».

Dai tempi di “Le età di Lulù” quanto è cambiata Almudena Grandes?

«Moltissimo. Sono passati quasi 30 anni, adesso sono più vecchia, più furba e soprattutto, credo, una scrittrice migliore, ho un controllo molto più assoluto sul mio lavoro».

Il prossimo libro?

«Il quarto della serie che sto scrivendo sul franchismo: è quasi un romanzo di spie, su una rete di   evasioni di criminali di guerra e nazisti che funzionò tra Madrid e Buenos Aires dopo la 2° guerra mondiale. In Spagna uscirà a settembre e poco dopo in Italia»

Il suo sogno più grande per il futuro?

«Avere dei nipoti, essere una nonna».