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I protagonisti dell’impresa erano tutti giovani e tra questi c’era anche Carlo Ponti

“Addio, mia bella, addio”. Il “Piccolo Mondo Antico” di Mario Soldati

di ilTorinese pubblicato venerdì 12 agosto 2016

antico6Nel 1940 venne commissionata a Mario Soldati la regia di Piccolo Mondo Antico, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Fogazzaro. La sceneggiatura del film rappresentò un’occasione per rinsaldare il sodalizio con Mario Bonfantini, dopo i due anni passati insieme sul lago d’Orta, a Corconio. Al copione lavorò anche un giovane Alberto Lattuada. A quel tempo in Europa divampava la seconda guerra mondiale ma a Milano, nel gennaio del ’40, in un paese che solo sei mesi dopo entrò in guerra, si costituiva all’ombra della “bela madunina” una nuova casa di produzione cinematografica. I protagonisti dell’impresa erano tutti giovani e tra questi c’era anche Carlo Ponti, non ancora trentenne ( era nato a Magenta l’11 dicembre 1912) , che – come ricordava Soldati, “ era entusiasta ma completamente inesperto di cinema, pur dimostrandosi il più vivo e il più intelligente tra antico4tutti i compari. A mio giudizio, poi, era anche il più giusto di idee e di sentimenti, l’unico che, con me, non avesse il minimo dubbio sulle sorti del conflitto mondiale. Ponti fu subito d’accordo con me sulla scelta del soggetto”. L’idea di un film in costume tratto da Piccolo mondo antico gli era stato suggerita da una delle due sorelle di Ponti, Laura. Soldati, che non aveva mai letto il libro, lo finì in una sola notte e all’alba, felice come un bambino, si disse sicuro di non aver sbagliato. Alla mattina mandò un telegramma a Novara, diretto a Mario Bonfantini, con la proposta di collaborare alla sceneggiatura. Tra l’altro, per le ultime inquadrature del  film  – girato negli stabilimenti Fert di Torino e sul Lago di Lugano nella seconda metà del 1940 – venne scelto il versante piemontese del lago Maggiore, dove Fogazzaro ambientò l’epilogo della sua opera. In particolare gli esterni dell’ultima scena furono girati all’Isola Bella e gli interni all’Hotel Delfino, uno dei locali storici del lago Maggiore, di proprietà della famiglia Borromeo, aperto nel 1791. La trama, com’è noto, si svolge in pieno Risorgimento, a metà dell’Ottocento,  sul lago di Lugano, sotto il dominio austriaco. Il giovane aristocratico Franco Maironi, orfano dei genitori, sposa Luisa Rigey, di modeste condizioni sociali, contro il parere della nonna, una rigida marchesa che parteggia per l’impero asburgico. Dal matrimonio nasce Ombretta. La marchesa, offesa, disereda il nipote e ottiene dal governo austriaco il licenziamento dello zio di Luisa, l’ingegnere Piero, presso il quale i giovani sposi abitano. La vita si fa grama, difficile, senza soldi e senza lavoro. Franco, che è coinvolto nell’attività segreta antiaustriaca, va a Torino e lavora come giornalista parlamentare, ma durante la sua assenza la piccola Ombretta, mentre gioca sulla riva del lago, cade in acqua e muore. Luisa è sconvolta e chiusa nel suo dolore, vive del ricordo della figlia e non vuole più vedere il marito. La antico3vecchia marchesa, colpita dal lutto e oppressa dai rimorsi, restituisce al nipote il suo patrimonio. E qui, seguendo il filo del racconto e anche del film, si arriva alla conclusione della storia. Nel febbraio del 1859, sull’Isola Bella, si ritrovano Luisa (Alida Valli) e Franco (Massimo Serato), quattro anni dopo la tragica morte della figlia. Negli ultimi fotogrammi della pellicola Franco, arruolatosi volontario nell’esercito piemontese, ritrovato l’amore di Luisa, parte sul battello per combattere contro gli austriaci, cantando Addio, mia bella, addio. Il film uscì sugli schermi il 10 aprile 1941, riscuotendo un grande successo sia di critica che di pubblico. Così scriveva Filippo Sacchi  sul “Corriere della Sera” del 13 aprile 1941: “Ecco un film di cui i veri e unici autori sono quattro uomini di cultura e di lettere: Mario Soldati, che è anche il regista, Emilio Cecchi, Alberto Lattuada, Mario Bonfantini. Essi sfidano i mestieranti e i bottegai […]. La verità è che noi tutti eravamo un po’ in apprensione per questo film […], noi che siamo passati nell’aura di quel mondo fogazzariano. Bisognava tradurre senza tradire antico1[…]. Ebbene, per me l’assunto è pienamente riuscito. Si potrà dissentire su parecchi dettagli […] ma in tutto il resto, cioè in quello che veramente conta, era difficile conciliare più degnamente, e con più rispetto, l’anima del libro con le necessità commerciali del film”. Due settimane dopo, il 25 aprile del 1941, su “Cinema”, Gianni Puccini aggiungeva: ”La cura delle inquadrature, il senso del paesaggio […] e della composizione “pittorica”. L’ambientazione perfetta. La scena migliore del film è quella della corsa di Luisa alla notizia della morte di Ombretta. Di bei pezzi è pieno tutto il film: e ci si sentono dietro l’intelligenza e il gusto, appunto del regista. Su Soldati ormai si può fare pieno affidamento”. Lo stesso Mario Soldati, nelle sue memorie, ha citato più volte il film ( il sesto che diresse), parlando degli attori e svelando dei retroscena inaspettati. “ La Valli – raccontava Soldati – andava ovviamente benissimo, era una cavalla purosangue piena di vento di felicità“. Massimo Serato “era molto bello e non faceva niente di sbagliato, anzi, aveva la furbizia di non fare proprio niente“. La bambina, Mariù Pascoli, “sia io, sia Lattuada, che era il mio aiuto, speravamo veramente che morisse, mentre giravamo il film. Era smorfiosissima e sarebbe una delle cose che, dovessi mai rifare il film, cambierei volentieri. Capirà, avrebbe dovuto avere tre anni, e per mia debolezza ho preso la Mariù che ne aveva sei e che faceva tutti i versetti da piccina. Terribile“.

Marco Travaglini

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