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Uomo misurato e gentile. Forse non era adatto ai tempi di ferro e di fuoco in cui si trovò ad operare

Addio a Ottone, il direttore “anglosassone” che licenziò Montanelli

di ilTorinese pubblicato domenica 16 aprile 2017

DI PIER FRANCO QUAGLIENI

E’ morto a Camogli Piero Ottone, all’età di 92 anni. Ad alcuni appare come un maestro di giornalismo del secondo ‘900,ad altri, anche in questa circostanza, come una figura da cui è difficile allontanare le polemiche. Fu direttore del “Corriere della Sera” in uno dei momenti più caotici della storia italiana recente, dal 1972 al 1977. Furono gli anni successivi al ’68 e all’autunno caldo e della demagogia trionfante. Giulia Maria Crespi, convertitasi alla sinistra, lo scelse come direttore per sostituire il moderato Spadolini che aveva diretto il giornale negli anni burrascosi della contestazione, denunciando gli “opposti estremismi, ”quando la tendenza era quella di vedere esclusivamente il pericolo dell’estremismo nero. Ho avuto modo in occasioni diverse di conoscere Ottone. Una prima volta con Mario Soldati, se non ricordo male, per i 90 anni dello scrittore torinese che viveva a Tellaro. Una seconda volta quando presentai a Camogli un libro su Pannunzio nel 2010,centenario della nascita del direttore de “Il Mondo”. Mi sembrò un tipo freddo, distaccato, anglosassone. Soldati andò via dal “Corriere” proprio durante la direzione di Ottone che ammirò sempre molto Pannunzio, vedendo in lui un maestro di giornalismo. Nel 2010 mi parlò del direttore de “Il Mondo” e del suo giornalismo “inimitabile” e “colto”. Come Eugenio Scalfari anche lui si riteneva vicino alla lezione di Pannunzio ,anche se non aveva mai scritto sul suo giornale. Pierluigi Battista ha parlato di “epigoni abusivi” del “Mondo” ,riferendosi a Scalfari e alla “Repubblica”, ma certo non pensando ad Ottone che veniva dalla “Gazzetta del Popolo” di Massimo Caputo ed era stato direttore del “Secolo XIX“.


Soldati non ne aveva un’idea molto positiva, ma certo poteva pesare su lui il fatto che al “Corriere” non si trovava più come prima: passò infatti per qualche anno a “La Stampa”, per poi ritornare in via Solferino. Mise in prima pagina gli articoli di Pier Paolo Pasolini, anche se il direttore attribuì il merito o la responsabilità a Gaspare Barbiellini Amidei, suo vice, che fu espressione della migliore cultura liberal-cristiana, ma non riuscì ad essere un adeguato contrappeso alla prevalenza della sinistra, anche quella più radicale, all’interno del maggiore quotidiano italiano di allora. Il direttore attuò al “Corriere” la linea che aveva già anticipato meno scopertamente al “Secolo”, in una Genova e in una Liguria che stava decisamente per svoltare a sinistra: per dirla con parole sue, “ i comunisti non avevano la coda”. Ci accorgemmo, leggendo il suo giornale, che il Pci in effetti, per lui, non solo non aveva la coda, ma aveva anche tantissimi pregi ed era perfettamente in condizioni di governare il Paese, con o senza compromesso storico. Si accordò con il sindacalista Raffaele Fiengo che rappresentava il comitato di redazione del “Corriere”, concedendo uno “Statuto dei giornalisti” che tolse potere alla direzione del giornale ,consentendo una sorta di anarchia sindacale all’interno del giornale, ma non solo in quello, che durerà tanti anni. Carlo Casalegno mi parlò dell’aria che tirava dell’aria alla “Stampa”: pare che alcuni giornalisti abbiano brindato alla notizia dell’attentato al vicedirettore nel 1977. Nel 1973 licenziò dal “Corriere” Indro Montanelli che criticò in un’ intervista il giornale (e in questo caso sicuramente aveva ragione Ottone) e pubblicò la notizia della sua gambizzazione, omettendo il nome di Montanelli nel titolo in prima pagina (e qui non si rivelò certo un giornalista in linea con i più elementari doveri informativi). Nel 1977 lasciò la direzione del “Corriere” con l’arrivo di Angelo Rizzoli jr., considerato un mostro piduista e tante altre cose negative. Oggi la figura di Rizzoli va totalmente rivalutata perché su di lui furono lanciate accuse che la magistratura ha dichiarato infondate.

Indro Montanelli che in più occasioni fu mio ospite al Centro “Pannunzio”, nè in pubblico nè in privato, da vero signore, parlò mai di Ottone, mentre parlò in modo non conformistico di Spadolini, quand’era presidente del Senato. Certe idee di Ottone erano in linea di principio ampiamente condivisibili:i fatti separati dalle opinioni,come nei giornali inglesi, “tentare di scoprire e di esporre la verità” , fare un giornalismo che non sia mirato a battaglie e campagne più o meno scandalistiche. Ottone forse guardava ad un’utopia non realizzabile perché era ben consapevole che l’editore avesse un ruolo determinante nella realizzazione della libertà di stampa.  In effetti la pratica del suo giornalismo fu molto distante da quanto affermò anche in suo bel libro “Il buon giornale. Come si scrive. Come si legge” pubblicato nel 1987 da Longanesi. L’obiettività, a cui diceva di guardare Ottone, è sicuramente una vana chimera, però, certe scelte di campo dipendono anche dai giornalisti, oltre che dai direttori ,non solo dagli editori: se essi sono schierati politicamente e addirittura partiticamente, non possono svolgere quel ruolo a cui diceva di pensare Ottone. Il mio amico e maestro Emilio R. Papa, allora docente di Storia dei partiti a Torino, parlava del “Corriere della sera” ottoniano, come di un modello di giornalismo attento alla completezza delle notizie. A me, già allora, non sembrava così e anche adesso non ritengo che storicamente, a tanti anni di distanza, si possa considerare il “Corriere” della diarchia Ottone -Fiengo un modello di giornalismo a cui guardare. Resta l’attenuante dei tempi difficilissimi in cui Ottone ha operato, ma il fatto che Montanelli avesse scelto in un’età già avanzata di fondare un giornale a difesa di certi valori, senza adeguarsi al clima, resta a testimonianza che anche altre scelte erano possibili. Era un uomo elegante, misurato e gentile, forse non adatto ai tempi di ferro e di fuoco in cui si trovò ad operare. “La Repubblica”, dove approdò dopo il 1977, ebbe il merito di dire subito che era un giornale di parte. Gli anni successivi lo dimostrarono e continuano a dimostrarlo pienamente.