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Un certo moralismo manicheo fu forse il limite più vistoso dello storico inglese. Morale e politica non possono coincidere. Ce lo insegnavano Machiavelli e Croce

Addio a Mack Smith, il professore che non fu mai maestro

di ilTorinese pubblicato giovedì 13 luglio 2017

di Pier Franco Quaglieni

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E’ morto a 97 anni Denis Mack Smith celebre storico inglese che si occupò in modo sistematico di storia italiana risorgimentale e contemporanea. Dotato di grandi capacità  divulgative,riuscì ad avvincere il pubblico italiano che ne decretò il successo. Ad introdurlo in Italia fu Benedetto Croce che ne favorì gli studi e le ricerche


Croce aveva fondato l’Istituto italiano di studi storici a Napoli a palazzo Filomarino dove 
il filosofo abitava a Napoli. Una grande scelta a favore dei giovani:in quell’istituto si formò la migliore storiografia italiana del dopoguerra. In quell’ambito ci fu il contatto con Croce che lo introdusse anche presso Vito  Laterza che era l’editore la cui fama fu inizialmente dovuta proprio alla pubblicazione delle opere del  filosofo e storico napoletano. Ebbi modo di  conoscere Mack Smith  a Roma nei primi anni ’70.Me ne offrì l’opportunità, davvero straordinaria per un giovane ancora universitario, Nicolò Carandini che era stato ambasciatore  italiano a Londra dal 1944 al 1946 ed aveva riallacciato i rapporti  tra l’Italia  e l’Inghilterra ancora nel corso della II Guerra Mondiale.
Carandini era stato anche, insieme ad Arrigo Olivetti, editore del “Mondo” ed era uno dei primissimi soci del Centro “Pannunzio” che nella sua fase nascente aiutò molto con il suo prestigio e i suoi contributi economici. Carandini mi presentò Mack Smith che mi apparve il vero gentiluomo anglosasone ,paragonabile come stile,raffinatezza ed equilibrio allo stesso Carandini.
Io ero già in rapporti,sia pure allora molto timidi, con Rosario Romeo ,il grande storico di Cavour,che detestava lo storico inglese che mieteva tra il pubblico italiano molti consensi. Romeo l’aveva liquidato con poche battute,parlando del suo libro su Cavour come di un libello. Una volta mi disse che Mack Smith- che Romeo non considerava uno studioso serio- poteva essere paragonato ad Indro Montanelli. Forse fu troppo severo con l’inglese, anche se il gusto per la semplificazione e per l’aneddoto lo accomunava sicuramente  al giornalista italiano.

 

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Per altri versi, lo storico Ettore Passerin  d’Entrèves di estrazione cattolica (quindi totalmente diverso dallo zio Alessandro che invece era di matrice liberale, aveva insegnato a Londra  ed amava la cultura anglosassone )una volta non mi lasciò neppure finire una frase e mi disse perentorio: Mack Smith non è uno storico,è un semplice divulgatore. Se si confronta la monumentale biografia di Cavour scritta da  Romeo con il libro di Mack Smith sullo statista  si colgono -al di là delle valutazioni soggettive – l’abissale differenza tra la statura di gigante dello storico siciliano e la dimensione modesta dell’inglese che  si occupava di storia italiana senza neppure sfiorare la ricerca storica praticata da Romeo nel corso dei decenni. In un’altra occasione Romeo mi disse che Mack Smith ,forse inizialmente attratto emotivamente dall’Italia come molti inglesi che amavano trascorrervi le vacanze e  certo condizionato dal culto che Garibaldi ebbe nell’isola,era sostanzialmente  un antitaliano. Anche qui, forse, una definizione troppo netta,ma nella sostanza vera e difficilmente confutabile. L’inglese sottovalutò l’opera di Cavour,sopravvalutando Garibaldi. Anzi ,finì di vedere la corruzione politica italiana nel trasformismo spregiudicato,anzi corrotto e corruttore  del Conte.  Finì, più o meno consciamente, di ripetere la vulgata di Gobetti sul fascismo come autobiografia della nazione,individuando un nesso molto forte,anzi fatale, tra i ceti dirigenti risorgimentali e il fascismo. Alda Croce,figlia del filosofo che lo conobbe da vicino,essendo la più diretta collaboratrice del padre, mi disse che Mack  Smith era partito molto bene e poi, via via, finì di “italianizzarsi” nel senso di far propri certi schemi mentali della storiografia nostrana. In un suo libro del 1998 la “Storia manipolata” parlò del vizio-non capitale- di abbellire la storia,ma non fu capace di individuare i torbidi vizi dell’ ideologia insiti nella  storiografia nostrana che considerò  gli schemi gramsciani come oro colato. Raimondo Luraghi, lo storico che aveva a lungo insegnato negli Stati Uniti, disse”
che quando  la  politica  si infiltra nella storiografia è come un’iniezione di cianuro:finisce di ucciderla”. Nulla di paragonabile venne mai scritto da Mack Smith che pure proveniva da un scuola storica anglosassone abituata da sempre a diffidare dalle interpretazioni ideologiche.
Ed in effetti non si può dire che l’inglese avesse una matrice ideologica.

 

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I marxisti gli rimproveravano un eccesso di interesse per le classi dirigenti,per le biografie e un ‘insufficiente attenzione per le classi subalterne e il movimento operaio. C’ è chi lo definì un gran borghese,ma in effetti egli  finì per identificarsi con una  certa borghesia del nostro Paese 
che vive di simpatie e di antipatie,senza adeguati approfondimenti. Non si può certo dire che il suo punto di riferimento fosse la scuola storica liberale,sia pure in senso lato.Forse si può considerare espressione di certo radicalismo che in Italia si è identificato in certi giornali e in certe case editrici,oltre che in certo mondo accademico . Ebbe sicuramente più successo in Italia che non nella madre patria. La sua “Storia d’Italia dal 1861 al 1997”, che sarebbe il suo capolavoro ,era stata scritta per il pubblico inglese  :venne invece pubblicata in Italia  su iniziativa di Laterza nel 1959.
Inutilmente Federico Chabod e Gaetano Salvemini sconsigliarono l’autore di pubblicarla in Italia,senza adeguate revisioni. I lettori italiani decretarono il successo di Mach Smith, gli studiosi ne videro i limiti. C’è chi dice per invidia, anche  se le obiezioni avanzate erano più che fondate proprio sul piano scientifico. Bertrand Russell che ebbe grandi meriti ,ma prese anche molte cantonate,diceva che la storia di una nazione dovrebbe essere scritta da uno straniero perché l’amore per il proprio paese spesso impedisce l’imparzialità. Diceva una cosa sbagliata ,non foss’altro perché l’imparzialità è un’utopia e ciò che si richiede allo storico non è l’umanamente impossibile imparzialità,ma la ricerca costante di quella che a lui,in base alle fonti accertate con il necessario distacco,appare la verità. E ,proprio rispetto  al  durissimo lavoro di ricerca propedeutica alla scrittura l’opera dell’inglese,appariva lacunosa:le fonti apparivano prevalentemente,se non esclusivamente, di seconda mano. Inoltre l’edizione che si ferma al 1997 rivela un altro limite vistoso: Mack Smith non coglieva il  periodo che deve intercorrere tra la cronaca e la ricerca storica ,non potendo lo storico, per evidenti ragioni, essere uno storico del presente.Anche qui un’illusione inconsciamente gobettiana. Per scrivere di storia contemporanea occorre un periodo di sedimentazione critica.In ogni caso, il 1997 non rappresentò nessun momento di svolta,se non quello dell’uscita dell’edizione ampliata dell’opera che l’autore aveva già aggiornato al 1969 che poteva, invece, significare qualcosa,anche se il processo aperto dal’68 non era sicuramente concluso in quell’anno,come dimostreranno gli “anni di piombo”. Gli storici veri colgono i periodi di continuità e di frattura,specie nella storia contemporanea dove i tempi della storia sono fortemente accelerati e quindi più semplici da cogliere rispetto al passato.

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Anche Croce scrisse una Storia d’Italia dal 1871 al 1915.Sarebbe ingeneroso anche solo stabilire un confronto tra le due storie perché Croce attese il 1928 a pubblicare il suo”schizzo di una storia dell’Italia dopo la conseguita unità di Stato”,cogliendo nel 1915 un momento di svolta con l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra,evitando di inoltrarsi oltre perché le vicende belliche e  post-belliche non apparivano  storicizzabili. In Croce c’era il “senso della storia” di cui  parlava Omodeo,in Mach Smith quel senso appare quasi assente.   Lo storico inglese fu ingiusto nei confronti di Vittorio Emanuele II e troppo severo nei confronti di Casa Savoia. Un astio,direi tutto inglese.Al contrario, mise in eccessivo risalto il ruolo di Mazzini,trascurando quello non indifferente di Cattaneo.
Anche la sua biografia di Mussolini,se confrontata all’opera ciclopica di Renzo De Felice,finisce di essere ben poca cosa.De Felice venne accusato dall’inglese di aver eretto “un monumento al Duce” e di aver riabilitato il fascismo,un’accusa che si levò anche  da certi ambienti accademici italiani che si accanirono in modo anche vile nei confronti di quello che oggi appare un Maestro. In sintesi,si può dire che Mach Smith sia stato uno stimato professore di Oxford,ma  che non divenne mai un maestro neppure in patria. E’ del tutto indimostrabile la frase giornalistica che insegnò la storia agli italiani che ho appena letto.L’Encilopedia Treccani lo liquida sette righe. Franco Antonicelli,presentando Mack Smith a Torino, all’Unione Culturale, nel 1972,volle parlare di lui come una sorta di allievo di Croce “che ci aveva insegnato che il titolo di merito di un intellettuale è la ricerca della verità”. Peccato che, in primis, lo stesso Antinicelli che aveva frequentato Croce a Pollone durante le” vacanze operose” si fosse totalmente allontanato dal magistero crociano. Un certo moralismo manicheo fu forse il limite più vistoso dello storico inglese. Morale e politica non possono coincidere , ci insegnava Machiavelli e ci ripeteva Croce. Le regole della politica sono diverse e “distinte ” da quelle dell’etica. Se si crea confusione tra le due sfere anche la storiografia entra in corto circuito e ci impedisce di capire la grandezza politica e anche morale di Cavour del quale, non a caso, Narciso Nada-criticando sia pure indirettamente le tesi Mack Smith e di certa storiografia nostrana- evidenziava “una passione oserei dire furibonda,che in qualche momento lo portò sull’orlo del delirio e addirittura(…) a ventilare propositi di suicidio,secondo i più tipici ed eroici modelli della letteratura romantica”.

 

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