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Ai plenipotenziari francesi che volevano includere nella cessione anche Tenda l’astuto ministro Cavour disse che quel territorio era destinato a riserva di caccia del re Vittorio Emanuele II

A metà tra Italia e Francia

di ilTorinese pubblicato domenica 10 dicembre 2017

La Valle Roja si estende oltre la linea di cresta, al di là del Colle di Tenda e quindi geograficamente sarebbe francese, ma poi, dopo le gole di Saorgio, il torrente omonimo volge verso sud-est e sbocca in mare a Ventimiglia

La recente decisione di alcuni sindaci francesi della Valle Roja di impedire il transito dei tir sulla route nationale 204 ha riportato alla ribalta i non facili rapporti tra Italia e Francia in questo angolo di confine. Un confine che è tale da 70 anni, da quando cioè i cugini transalpini, dopo la sconfitta dell’Italia nella II Guerra mondiale, pretesero la cessione del territorio dei Comuni di Tenda, S. Dalmazzo di Tenda e buona parte di Briga, anche per far pagare agli italiani la “pugnalata alle spalle” inferta nel giugno 1940, quando Mussolini dichiarò guerra a una Francia ormai soccombente sotto il poderoso attacco tedesco. La Valle Roja si estende oltre la linea di cresta, al di là del Colle di Tenda e quindi geograficamente sarebbe francese, ma poi, dopo le gole di Saorgio, il torrente omonimo volge verso sud-est e sbocca in mare a Ventimiglia. Le mire francesi su queste terre risalgono a metà Ottocento, quando il Regno Sardo negoziò l’appoggio di Napoleone III contro l’Impero Austro-ungarico, cedendo Nizza e la Savoia. Ai plenipotenziari francesi, che volevano includere nella cessione anche Tenda, l’astuto ministro Cavour disse che quel territorio era destinato a riserva di caccia del re Vittorio Emanuele II. Una bugia, perché la riserva reale della Valle Gesso terminava al Colle del Sabbione, sulla linea displuviale che confina con il vallone di Casterino e quindi adiacente a Tenda. Ma, di fronte a questa obiezione del conte, pare che lo stesso Napoleone, senza guardare il dettaglio delle carte, abbia voluto rinunciare per non recare uno sgarbo al sovrano piemontese.

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Nel 1946, invece, la posizione italiana al tavolo delle trattative post-belliche era molto più debole. Così un territorio mai stato francese, ricco di risorse idriche allora più preziose ancora di oggi – per la produzione di energia idroelettrica – passò di mano, con i francesi che ebbero anche l’ardire di definire l’evento un “rattachement a la France”, con tanto di referendum. La popolazione locale, infatti, fu chiamata a votare per scegliere tra Francia e Italia, ma i tristi ricordi della guerra voluta dal fascismo – con centinaia di alpini tendaschi morti in Russia combattendo nella Cuneense – insieme alle pressioni dei vincitori, determinarono il successo dei transalpini. In quel delicato frangente storico giocò un ruolo centrale un generale piemontese a riposo, Giacomo Lombardi, nella sua qualità di commissario prefettizio dei Comuni in via di cessione. Militare di grande prestigio, che aveva fatto già la I Guerra mondiale e parte della seconda, combattendo anche a El Alamein al fianco di Rommel, Lombardi arrivò a Tenda nel luglio 1946, con l’assai poco gradito compito di passare la mano ai francesi. Mentre al tavolo delle trattative di Parigi la cessione di Tenda e di altri territori andavano avanti – e si sarebbero concluse ufficialmente il 10 febbraio 1947 – il generale-commissario non restava certo con le mani in mano. Si dedicava, anzi, alla cura del grande patrimonio forestale pubblico, facendo provvedere al taglio dei boschi comunali e ritrovando, nell’occasione, una squadra di boscaioli cadorini, che erano stati suoi alpini dell’8°reggimento in Albania. Nelle sue memorie, raccolte nel volume “Pipe e soldati”, Lombardi racconta di una calorosa tavolata in mezzo ai boschi, con una fumante polenta e un sugo a base di gatto! E’ egli stesso a rilevare l’incertezza e la contraddizione che dominava quei territori, voluti fortemente dai francesi ma chiamati, il 2 giugno 1946, a scegliere tra monarchia e repubblica nel referendum istituzionale. Ebbene, la percentuale dei votanti fu del 90 % e, osserva Lombardi: “Ciò fa ancora pensare che se il Governo avesse sostenuto l’autonomia economica dei Comuni dell’Alta Valle Roja e gli antichi diritti del 1861, in quel momento, il filo-francesismo sarebbe stato definitivamente sepolto”.

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Ma Roma aveva altro a cui pensare, lasciando al generale solo lo spazio di recuperare, da buon amministratore, i materiali abbandonati nelle caserme vuote “ancora sfruttabili per la ricostruzione”, per rispedirli in Piemonte, insieme agli abbondanti carichi di legname. Finalmente il 15 settembre 1947 si concretizzò il passaggio di consegne con le autorità francesi, in un atmosfera “di tempesta”, ricorda Lombardi, con molte persone che si rifugiavano in Italia, portando con sé persino le salme dei defunti traslate dai cimiteri. Il completamento delle operazioni richiese alcuni giorni di convivenza con i francesi, non senza passaggi difficili, come quando i carabinieri lasciarono la Valle e il maresciallo Pino, comandante della stazione di San Dalmazzo, gelò la folla tumultuante con il grido “Viva l’Italia” e “ben ferma la mano sulla rivoltella” fece passare i suoi uomini. Lombardi segnala anche la meschinità dei filo-francesi che pretendevano di taglieggiare i commercianti di legname o i margari, ancora sul territorio, per lasciare loro libero il transito del colle. Ai margari, però, il generale “senza por tempo in mezzo” indicò gli itinerari degli alti valichi alpini non ancora sorvegliati dalla gendarmeria, dove poterono evacuare nottetempo con le mandrie senza pagare odiose tangenti. Finalmente sabato 20 settembre, concluso il passaggio di consegne, durante il quale i francesi rifiutarono di acquisire i crocefissi appesi nei locali comunali – e Lombardi li prese con sé – si chiudeva il compito del commissario. A mezzogiorno in punto, ora limite fissata per il passaggio delle nuova frontiera che poi sarebbe rimasta chiusa per anni, i due camion con le suore del convento dell’Assunzione di San Dalmazzo tagliarono la linea del confine, e “alle 12 e 2 minuti, lasciò la sbarra calata l’ex Commissario col fido segretario Oggero. All’uscita dalla lunga galleria il suo volto era rigato da amarissime lagrime”. La stessa commozione che ancor oggi si prova passando sotto il porticato antistante il municipio di La Brigue, l’antico Comune di Briga, dove compare inciso nel bronzo il proclama della vittoria firmato dal generale Armando Diaz, a conclusione della Grande Guerra.

Domenico Tomatis

 

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