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Oltre Torino. Storie miti e leggende del Torinese dimenticato

Il dottore dei matti

di ilTorinese pubblicato venerdì 8 marzo 2019

C’erano una volta i matti

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

Non tutte le storie vengono raccontate, anche se così non dovrebbe essere. Ci sono vicende che fanno paura agli autori stessi, che sono talmente brutte da non distinguersi dagli incubi notturni, eppure sono storie che vanno narrate, perché i protagonisti meritano di essere ricordati. I personaggi che popolano queste strane vicende sono “matti”, “matti veri”, c’è chi ha paura della guerra nucleare, chi si crede un Dio elettrico, chi impazzisce dalla troppa tristezza e chi, invece, perde il senno per un improvviso amore. Sono marionette grottesche di cartapesta che recitano in un piccolo teatrino chiuso al mondo, vivono bizzarre avventure rinchiusi nei manicomi che impediscono loro di osservare come la vita intanto vada avanti, lasciandoli spaventosamente indietro. I matti sono le nostre paure terrene, i nostri peccati capitali, i nostri peggiori difetti, li incolpiamo delle nostre sciagure e ci rifugiamo nel loro eccessivo gridare a squarcia gola, per non sentirci in colpa, per non averli capiti e nemmeno ascoltati. (ac)

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9. Il dottore dei matti
A difendere l’ingiusta condizione dei pazienti degli ospedali psichiatrici fu Franco Basaglia, “il dottore dei matti”, brillante psichiatra veneziano che, alla guida di giovani medici, realizzò una radicale riforma del manicomio. La piccola fiamma della speranza era stata accesa nel più improbabile, piccolo e periferico di tutti i manicomi italiani, quello di Gorizia. Nell’ospedale si trovavano 600 pazienti, la metà dei quali non parlava nemmeno italiano; il manicomio era diviso in due, come la stessa città, dalla cortina di ferro. Proprio di lì, tuttavia, partì la battaglia contro l’establishment accademico e politico. Il manicomio di Gorizia rimase uno dei simboli della rivoluzione, insieme al manicomio di Trieste, dove Basagliacompletò la sua opera, per l’intera generazione sessantottina.  Franco Basaglia nacque a Venezia da una ricca famiglia; nel 1949 si laureò in medicina. Fece la staffetta partigiana durante la guerra e finì in carcere. Proprio questa esperienza gli servirà anni dopo, come termine di paragone per descrivere il suo primo impatto con il manicomio. Dopo aver ottenuto la libera docenza in Psichiatria, soggiornò per alcuni mesi in Inghilterra, per studiare le riforme introdotte nel sistema psichiatrico di quel paese. Al suo ritorno trovò lavoro all’interno del manicomio di Gorizia, dove non indossò mai il camice, e qui iniziò la sua lotta per ottenere un rapporto tra terapeuta e paziente basato sul dialogo e non sulla repressione. A Franco è sempre importato più del malato che della malattia. Persona buona e corretta non si è mai arricchito, non ha avuto encomi ufficiali, eppure il suo pensiero innovativo stravolse a tal punto la psichiatria che non si poté più tornare indietro. Grazie a lui molti ricoverati poterono, poco a poco, e con tanta fatica, sperimentare spiragli di libertà. Egli, inoltre, restituì ai malati un volto, adoperandosi affinché essi si riappropriassero di piccoli oggetti come specchi, pettini, spazzole, persino un comodino su cui appoggiare fotografie, qualche gioiellino, un qualsiasi ricordo della loro vita di prima. Il suo pensiero rivoluzionario venne etichettato come “privo di serietà e rispettabilità scientifica” dall’establishment psichiatrico, ma Franco non si arrese e continuò per la sua strada. Si spostò a Parma e poi a Trieste, dove portò a termine la sua opera. Lo stesso manicomio di Trieste venne chiuso proprio da Basaglia, e Trieste fu la prima città al mondo a compiere quel gesto così eroico e così estremo. Quello che successe nella città friulana dimostrò a tutti gli effetti che una psichiatria “altra” era nella realtà possibile. La rivoluzione di Gorizia arrivò anche a Torino, dove, fin dal 1958, erano stati costituiti i CENTRI DI IGIENE MENTALE (CIM), strutture extra-ospedaliere che non si ponevano in concorrenza con i manicomi ma miravano a integrarne l’attività agendo sulla prevenzione e sulla riabilitazione dei malati dimessi. A Torino l’agguerrito movimento studentesco si era fatto promotore, tra il 1967 e il ’68, di iniziative propagandistiche contro i manicomi con comizi e assemblee di sensibilizzazione e distribuzione di volantini nelle scuole, nei circoli culturali e nelle università. Tra le cosiddette “istituzioni totali” il manicomio, ancora più della scuola, della fabbrica, della famiglia, della chiesa, del carcere o della caserma rappresentava per gli studenti il luogo-simbolo della emarginazione, della repressione che calpestava i diritti delle persone, soprattutto se povere. Andava perciò combattuto. Torino si divise in due fazioni, da una parte il movimento degli studenti,  sicuri delle idee basagliane, capeggiati da Annibale Crosignani, Giorgio Luciano e Enrico Pascal, a cui si aggiungevano alcuni esponenti del Partito Comunista Italiano, qualche infermiere e gli attivisti dell’ ALMN, (. Tutti radunati attorno alla psicoterapeuta Piera Piatti, tutti uniti contro l’altra fazione composta dai baroni della psichiatria e dalle migliaia di dipendenti ancorati alla difesa del loro statusIl casus belli avvenne nei giorni 13,14,15 dicembre 1968, durante una assemblea pubblica organizzata dagli studenti di Architettura al castello del Valentino, dal titolo: “E’ un crimine progettare un nuovo ospedale psichiatrico.” A tale riunione presenziarono non solo lo stesso Franco Basaglia, ma anche altre personalità di spicco tra cui Pierpaolo Pasolini a fianco dell’ inseparabile Laura Betti. Il 14 dicembre gli studenti si spostarono prima nella clinica neuropsichiatrica dell’ospedale  delle Molinette, poi, sempre dietro la guida di Franco Basaglia, si diressero verso il manicomio di Collegno. Una volta giunti davanti alle mura, i manifestanti alzarono striscioni provocatori con scritte del tipo:”Il figlio del ricco è esaurito, il figlio del povero è matto.” Il fatto colse alla sprovvista l’allora Direttore Generale Diego De Caro, che alla fine cedette alle pressioni e, dopo un drammatico scontro faccia a faccia con lo stesso Basaglia, aprì le porte del manicomio. Tale decisone gli costerà il posto. In seguito alla manifestazione vennero poi approvate due mozioni, nella prima veniva sancita la necessità di far sospendere i lavori di costruzione del nuovo ospedale psichiatrico di Grugliasco, e veniva richiesto di avviare una serie di dibattiti pubblici negli atenei, nelle fabbriche e presso gli enti pubblici comunali e provinciali; nella seconda mozione veniva deciso che gli studenti di Medicina, Psicologia e Sociologia potessero avere libero accesso negli ospedali psichiatrici, in modo da potere apprendere dal vivo il rapporto con il malato e le tecniche di lavoro di gruppo. Eppure c’è sempre chi nega l’evidenza. La Commissione di Vigilanza, il cui intervento era stato invocato dall’Opera Pia in seguito all’uscita di alcuni articoli, dopo diverse indagini concluse che “gli atti inconsulti compiuti sui degenti si erano rivelati infondati o frutto di mere supposizioni” e che in pochissimi casi erano apparsi “ inevitabiliconseguenze”  dello stato “ di squallore, di estrema promiscuità e di sovraffollamento”. La relazione così si concludeva: “Pure le contenzioni a mezzo di fettucce erano risultate rare e soprattutto motivate da imprescindibili necessità di protezione, mentre era stata individuata una sola camicia di forza in un bambino autolesionista e coprofago”. Era la scontata reazione di una istituzione ormai giunta al punto di non ritorno. Passarono ancora diversi anni prima che la storia dei manicomi si chiudesse insieme ai pesanti cancelli di quelle strutture di oppressione e dimenticanza. Ma, infine, il 13 maggio del 1978, la Legge 180, anche conosciuta come Legge Basaglia, venne approvata dal Parlamento. Tale disposizione vietava la costruzione di nuovi manicomi e imponeva lo smantellamento di quelli esistenti. Stabiliva che le persone affette da disturbi mentali sarebbero state assistite nei servizi decentrati con un massimo di quindici letti e che il trattamento era volontario, riprendendo la legge del 1968, salvo casi eccezionali ed stremi, per i quali sarebbe scattato il TSO, (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Sei mesi dopo, la Legge 180 venne assorbita nella “Legge di Riforma sanitaria”. La psichiatria entrava di diritto nel servizio sanitario al pari di ogni altra branca della medicina e per conseguenza il cittadino malato mentale acquisiva gli stessi diritti di ogni altro cittadino malato. C’è l’altro lato della medaglia, subito sottolineato dagli oppositori: chi si occuperà ora dei malati mentali? Come potranno le famiglie impreparate fronteggiare questa nuova situazione limite? Lo stesso Basaglia era conscio dei limiti della 180, ma animato dalla speranza che con il tempo tutto si sarebbe aggiustato; per il momento sottolineava il risultato più importante infine raggiunto: il riconoscimento dei diritti dell’uomo, sano e malato. Nel 1979, anziano ma ancora desideroso di portare aiuto, si trasferì a Roma, per assumere l’incarico di coordinatore dei servizi psichiatrici della Regione Lazio. Franco Basaglia morì nel 1980 a causa di un doloroso tumore al cervello che in pochi mesi lo portò via. Il dottore dei matti” aveva combattuto con coraggio per difendere i diritti, non solo dei malati psichici, ma di tutti coloro che sono soggiogati da una società non sempre giusta, che divora i più deboli e che spesso emargina chi in realtà dovrebbe tutelare. Di lui non si parla tanto, perché fu un uomo scomodo, come scomoda è stata tutta la questione dei manicomi e della follia, e le cose scomode è meglio coprirle con una coperta che ne smussa la forma e che con il tempo ce le fa addirittura dimenticare. Eppure Franco, tra le tante cose giuste, ne ha detta una più giusta delle altre: “Non è vero che lo psichiatra ha due possibilità, una come cittadino e una come psichiatra. Ne ha una sola: come uomo”.  In qualità di uomini, non abbiamo scusanti.

 

Alessia Cagnotto

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