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LA RUBRICA DELLA DOMENICA

Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

di ilTorinese pubblicato domenica 11 giugno 2017

Di Pier Franco Quaglieni

Carlo e Nello Rosselli, due martiri un po’ dimenticati e la fine della Fondazione Rosselli di Torino Indro Montanelli ancora ghettizzato ? La guerra dei Sei giorni del 1967 vide Torino dalla parte di Israele Casa Artusi a Forlimpopoli e la Torino gastronomica di oggi: storie lontane e vicine

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Carlo e Nello Rosselli 80 anni dopo

I fratelli Rosselli furono assassinati da sicari fascisti  francesi il 9 giugno 1937.
Sono state  due figure diverse, unite insieme dalla morte. In modo molto “torinese” l’80° della morte coincide con il passaggio dalla moribonda Fondazione Rosselli di Torino all’Archivio di Stato di Firenze delle carte Rosselli acquisite a suo tempo dalla Fondazione torinese. Un’ altra perdita  per Torino ,anche se la fiorentinità dei Rosselli  appare fuori discussione. Essi vennero sepolti  nel 1951 a Firenze nello stesso cimitero in cui furono sepolti Salvemini, Calalandrei, Ernesto Rossi, il maestro e gli amici dei due fratelli. Carlo ebbe anche rapporti con Torino e  con Piero Gobetti, ma Torino ebbe poca importanza nella sua vita. Fu un fatto quindi  eccezionale che nascesse proprio a Torino una fondazione a lui dedicata per opera di un giovane medico destinato ad una brillante carriera accademica, e non solo, in tutt’altro campo.Nello fu uno storico sospeso tra mazzinianesimo, liberalismo e socialismo che scrisse sul Risorgimento, sulle origini del movimento operaio in Italia, sulla diplomazia sabauda e sulla Destra Storica. Carlo , destinato ad oscurare involontariamente  la figura di Nello, fu un economista bocconiano( nulla a che vedere con il futuro , recente significato, politicamente  nefasto, di matrice  montiana), teorico del “Socialismo liberale”. La sua idea non trovò mai una sintesi compiuta. Fu una giustapposizione di idee :giustizia e libertà furono una dualità, non una diade ,come osservò Croce. Cioè due idee non solo distinte, ma anche distanti, anzi potenzialmente antitetiche. Morì a 38 anni senza riuscire ad elaborare pienamente un discorso politico maturo .L’azionismo torinese derivato da “GL” fu più condizionato da Gobetti che da Rosselli e sfociò, salvo alcune eccezioni, nel filocomunismo. Il torinese Aldo Garosci fu il suo maggiore biografo e fu suo compagno di lotte antifasciste ,ma anche Nicola Tranfaglia scrisse su di lui un pregevole saggio. Garosci che fu mio maestro all’Università, era rimasto un rosselliano fortemente anticomunista. Per questo fatto è stato quasi totalmente dimenticato. Era un uomo intransigente come Carlo. Gli resero la vita impossibile all’Università di Torino e dovette trasferirsi a Roma. A Meana di Susa dove nacque, è stato dimenticato e non gli è bastato essere cugino di  Giorgio Agosti a cui è stato intitolato l’Istoreto. L’impegno di Garosci ,proprio sul terreno dell’antifascismo ,fu grandissimo ed eroico, ma neppure questo è stato sufficiente  a salvarlo dall’oblìo. Craxi cercò di riprendere il messaggio di Rosselli, ma ormai era tardi. Le strade imboccate dalla sinistra erano irreversibilmente altre, quelle del dialogo con i cattolici progressisti. Resta il suo martirio eroico che merita un ricordo e suscita  un profondo rispetto. Apparteneva ad una ricca famiglia pisana e mise tutta la sua ricchezza al servizio di una nobile causa a cui dedicò tutto sé stesso.  Una figura di politico che oggi non esiste più . E’ molto triste che la Fondazione torinese a lui dedicata sia finita in molto non adeguato alla figura del martire a cui era  stata intitolata con la partecipazione di Pertini, Amato, Spadolini, Bobbio e tanti altri.

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Montanelli ancora nel “ghetto” 
Finora ho partecipato ad  una ventina di presentazioni del mio nuovo libro uscito a metà gennaio. Un po’ in tutta Italia. Non mi era ancora capitato di ascoltare una critica piuttosto astiosa che mi è apparsa incredibile. La mia colpa consisterebbe  nell’aver  inserito arbitrariamente il nome di Indro Montanelli tra le trenta  “figure dell’Italia civile “ di cui ho scritto il ritratto. Montanelli incolpato di essere stato un anticomunista, ovviamente viscerale, e tanto altro. Avrei arrecato un’offesa a chi subì il carcere come Valiani, Rossi , Venturi ecc. di cui scrivo nel libro. Un errore davvero imperdonabile. Al signore indignato ho replicato rivendicando  con orgoglio il fatto  di aver inserito nel libro  Montanelli con cui ho avuto un rapporto anche personale  molto bello. Venne più volte al Centro “Pannunzio” e gli conferimmo il Premio “Pannunzio”. In quell’occasione disse che noi lo avevamo liberato dal ”ghetto in cui per dieci anni era stato  rinchiuso ,moralmente rinchiuso ,per aver detto con un po’ troppo anticipo le cose che ora dicono tutti”. Era il 1990. L’anno dopo la caduta del Muro di Berlino.  Nell’anno di grazia 2017 c’è ancora chi lo ritiene un appestato. Ritenevo che i festeggiamenti ai festival dell’”Unità” lo avessero finalmente fatto uscire, in modo definitivo, dal “ghetto”,ma non è così. Nel prossimo volume ho già in mente di inserire altre figure che susciteranno le critiche degli ultimi faziosi rimasti in circolazione a dispetto dello scorrere dei decenni. Come si usa dire oggi, dovranno farsene una ragione perché i buoni e i cattivi non si scelgono in base alle appartenenze ideologiche.

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50 anni fa Israele  veniva aggredita dagli arabi
A Torino Primo Levi, cinquant’anni fa, si fece fotografare da “La stampa” mentre offriva il sangue per i bambini israeliani .La guerra dei Sei giorni nel giugno 1967 fu una vera e propria aggressione al piccolo Stato ebraico che difese  il suo diritto all’esistenza e seppe facilmente prevalere sui suoi nemici che volevano il suo annientamento. Il Pci era stato quasi subito contrario ad Israele, divenuto stretto alleato degli Americani. Il legame con Mosca non consentiva scelte diverse. Gian Carlo Paletta si espose più di ogni altro nella polemica aperta contro Israele, schierandosi dalla parte di Nasser.Israele non era l’aggredito ,ma l’aggressore espansionista, militarista, violento. Certo, la questione palestinese era aperta e  andava affrontata con coraggio dalle diplomazie internazionali all’atto della creazione del nuovo stato ebraico, cosa che non avvenne. E da allora si è trascinata come un incubo della politica mediorientale. Ma un conto era considerare il problema pur grave dei palestinesi e un conto era schierarsi nettamente contro Israele, negando il  suo stesso diritto all’esistenza. La fine della guerra il 10 giugno 1967 vide lo schiacciante  prevalere del piccolo Stato  che ebbe  il suo territorio accresciuto  di quattro volte.  La solidarietà dei torinesi nei confronti di Israele fu nettamente  prevalente ,con “La stampa” di Giulio De Benedetti schierata a favore. Eugenio Scalfari, genero di De Benedetti che dirigeva “L’Espresso”, si dichiarò  invece per gli arabi, creando una spaccatura nel mondo laico con Arrigo Benedetti che lasciò il giornale che aveva fondato. Uomini come Alberto Todros e  Tullio Benedetti, esponenti di punta del Pci piemontese ,ambedue ebrei, furono nell’occhio del ciclone. Todros era stato deportato a Mauthasen . Giorgina Arian Levi, nipote acquisita di Togliatti, che dovette emigrare in Bolivia per salvarsi dalle leggi razziali, ebbe una posizione a favore di Israele. I comunisti torinesi  si schierarono  quasi unanimi per il mondo arabo, i socialisti ,in larga misura, per Israele, come fecero i liberali e i repubblicani. Nel 1967 era avvenuta la riunificazione socialista. Nella DC  prevalse la solidarietà a favore di Israele, anche se in futuro buona parte della Dc e  dello stesso Psi di Craxi finì di  scegliere  una politica estera italiana favorevole al mondo arabo, ad Arafat  e all’OLP.Dal 1967  in poi certamente Israele commise molti errori e i “falchi” non fecero un buon servizio  alla causa israeliana. Commisero anche delle efferatezze . Va però ricordato che il terrorismo arabo minacciò e continua a minacciare quotidianamente i cittadini  dello  Stato ebraico che, nato rigorosamente laico, ha finito per “clericalizzarsi”. Vivere in Israele ha significato mettere a repentaglio la propria vita ogni giorno, anche solo uscendo in strada. Come sta accadendo con l’Isis in Europa e in Medio Oriente. Primo Levi prese in tempi successivi talmente le distanze  da Israele, schierandosi, di fatto,   a favore degli Arabi. Lo stesso mondo ebraico si divise, anche se va detto che i confini tra sionismo, antisemitismo e Stato di Israele non sono mai stati ben chiari. In molte situazioni è prevalso un antisemitismo strisciante, mascherato con ragioni politiche contigenti e diversamente motivate. Cinquant’anni  fa le ragioni degli uni e le ragioni degli altri erano invece  molto chiare. Chi scelse Nasser fece una scelta sbagliata. Chissà se oggi ci si rende conto di quell’errore? E, ovviamente, anche degli errori degli Israeliani nei decenni successivi.

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Lettere Scrivere a quaglieni@gmail.com

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Dei miei amici sono stati  a pranzare al ristorante Casa Artusi di Forlimpopoli. Ne hanno parlato un gran bene, ma la loro scelta è stata casuale. Sa dirmi cosa rappresenta? E c’è a Torino qualcosa di simile?                                                                             

Giusy Cirnigliaro

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A Torino non c’è nulla che lo possa anche solo ricordare. Era celebre “Il passator cortese” prima in corso Casale e poi nella precollina di Sassi. Era un posto semplice, ma genuino in cui si respirava l’aria dell’Emilia- Romagna. L’oste decise di ritirarsi e l’esperienza ,durata parecchi anni, non ebbe seguito. Casa Artusi è un unicum in Italia che nasce nel nome di Pellegrino Artusi, il padre della cucina italiana, autore del celebre manuale “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”. Era nato a Forlimpopoli nel 1820. La Casa è ricavata dalla ristrutturazione del convento dei Servi. Nelle serate estive della Festa Artusiana vengono proposti menu tratti dalle ricette dell’Artusi a prezzi più che ragionevoli. Purtroppo a Torino è già molto trovare  i piatti della nostra tradizione regionale. Giovanni Arpino che aveva un fratello che gestiva un ottimo ristorante a Bra, si rammaricava, già molti decenni fa ,dei cambiamenti che finivano per snaturare la nostra cucina. Oggi furoreggiano i locali più strani ,alla ricerca di giovani palati non troppo esigenti, ma finiscono per chiudere i vecchi locali.  Forse è fisiologico ed inevitabile  che ciò accada. Ogni generazione ha i suoi posti di ritrovo e Petrini non è confrontabile né con Artusi né con Soldati che sarebbe il gourmet che ha fatto conoscere agli italiani il cibo genuino in Tv. Canavacciuolo è diventato a sua volta un mito dopo l’astro di Vissani è tramontato. Ha chiuso l’anno scorso “La pace” uno storico locale torinese fondato dalla famiglia Ficini ,poi trasferitasi all’”Appennino Pistoiese”, trasformato da anni in pizzeria come l’altrettanto celebre “Abetone”. Adesso nei locali storici di via Galliari ha aperto un ristorante messicano gestito da un gruppo di giovani molto gentili e accoglienti. Si sta anche piuttosto bene. Ma io preferivo il vecchio  oste, a volte  un po’ scorbutico, con i suoi piatti tradizionali. Questione di gusti, anche se aveva ragione l’Artusi quando scriveva di amare “il bello e il buono ovunque si trovino”.

pfq