Home » CULTURA E SPETTACOLI » “55 vasche”, una battaglia per la vita
Intervista con Mimmo Candito

“55 vasche”, una battaglia per la vita

di ilTorinese pubblicato sabato 3 marzo 2018

mimmo_canditoVi riproponiamo l’intervista pubblicata dal “Torinese“ nel gennaio 2016 con il giornalista scomparso oggi a 77 anni. Nel libro l’autore parla con estrema lucidità dell’esperienza vissuta 10 anni fa a Miami, allorchè, in seguito ad alcuni accertamenti, il chirurgo Rogerio Lilembaum gli diagnosticò un tumore

Nel suo ultimo libro” 55 vasche” edito da Rizzoli, il noto giornalista e scrittore racconta la sua battaglia per la vita, nell’affrontare un tumore ai polmoni .Nel libro l’autore parla con estrema lucidità dell’esperienza vissuta 10 anni fa a Miami, allorchè, in seguito ad alcuni accertamenti, il chirurgo Rogerio Lilembaum gli diagnosticò un tumore, lasciandogli “zero virgola zero” speranze di vita ( dal titolo di uno dei capitoli del libro).

“Era l’estate del 2005, ed ero a Miami per raccontare della vita ribelle e dei sentimenti dei cubani esuli, più di un milione, scappati dall’isola di Castro e rifugiati in Florida. In quei giorni e da qualche tempo provavo un dolore intenso tra spalle e nuca. Mi decisi così ad andare da un medico presso il Mount Sinai Hospital, a Miami Beach. Il primo medico a visitarmi fu il dottor Levi, che mi fece una radiografia, che lo lasciò perplesso in quanto gli era sembrato si trattasse di un tumore. In seguito a ulteriori accertamenti, entrò in scena l’oncologo Lilembaum, che confermò la diagnosi iniziale, comunicandomi che non avevo speranza di sopravvivere.”

A quel punto quale fu il suo stato d’animo?

” Chi fa il reporter in guerra sa di viaggiare con la morte tra i propri passi . Ma il reporter sa anche che la morte guarda comunque altrove, sia tra i soldati o tra i miliziani, ma ancor più spesso tra la gente senza nome, però lui no, la morte lui, il reporter, non lo avrà mai. E anche se l’ha incontrata, stop, la storia finisce. Non come in quel momento, davanti a una cartellina azzurra mentre ti dicono: ehi, guarda che hai un tumore e non c’è niente da fare, stai per morire”.

Cosa accadde in seguito?

“Francesca, cardiochirurga dell’ospedale, amica mia e di mia moglie Marinella, mi comunicò la sua intenzione di parlare nuovamente all’oncologo per suggerirgli di tentare l’impossibile”.

Cosa disse Lilembaum?

” Disse che si poteva tentare un percorso assolutamente sperimentale, ma ribadì che era giusto che sapessi che le mia speranza era zero virgola zero. Mi bastò comunque sapere che si poteva provare ed ero più pronto a vedermela con il tumore, a questo punto. Iniziò così una serie di sedute, esattamente 46, di chemioterapia e di radioterapia, allo scopo di ridurre le dimensioni del tumore in vista dell’intervento per asportarlo, intervento che si mostrava particolarmente difficile, perchè si doveva operare in prossimità dell’aorta.”

Come trascorse quel lungo periodo di cure e preparazione?

” Il mio oncologo mi aveva raccomandato di mantenere il mio stile di vita, i miei impegni, la mia identità. Se pur avevo dovuto rinunciare alla “passeggiata” del mattino sul tapis roulant, perchè le gambe spesso non mi reggevano, avevo deciso di mantenere l’impegno preso con me stesso di far mezz’ora di nuoto in piscina, in tutto venticinque vasche. Una mattina, dopo essermi svegliato tardi, perchè la sessione di chemio del giorno precedente era stata molto pesante, decisi ugualmente di scendere in piscina. Feci una ventina di bracciate, ma con una fatica imprevista che mi rendeva pesanti braccia e gambe. E tuttavia non potevo mica fermarmi. Ma all’undicesima vasca,dovetti bloccarmi , non riuscivo più a respirare. Risalii a fatica i gradini, e andai a stendermi su un lettino. Rimasi coricato per un po’ e a un certo punto mi dissi : ma dopo tutti i rischi che hai corso in Afghanistan, in Somalia, in Iran, perchè cedi ora? Ridiscesi allora in acqua, e cominciai a nuotare con una energia che avevo dimenticato. Uno due, respiro, uno due, respiro, la bracciata lunga, il fiato rilassato, le gambe battevano il crowl come un piccolo motore, e via un’altra vasca e via una ancora. Ebbi appena un attimo di incertezza. Poi dissi a me stesso: ora fargli vedere tu, al tumore, chi sei. Lo dissi quasi parlando, come se non stessi nell’acqua, tanta era l’energia vitale che sentivo dentro di me. 26, 27, 28, ero una macchina furiosa che macina lo spazio e il tempo. Poi 40, poi 50, e non mi fermavo ancora, 51, 52, 53. Decisi che a 55 poteva bastare. Con un sospiro d’orgoglio, guardai in alto, il sole, e l’azzurro luminoso del cielo”.

La sua esperienza come atleta l’ha aiutata a tirare fuori le energie per combattere la sua battaglia per la vita?

” Più volte mi sono chiesto dove stessero le radici di quel mio istinto quasi naturale a mettere in campo il peso d’una volontà che non intende cedere alla forza della realtà. Quando ero ragazzo,praticavo lo sport come esercizio di vita. Ero un quasi campione, non solo nell’atletica e nel basket, ma soprattutto nella scherma, dov’ero vicecampione italiano juniores nella sciabola. L’amore per lo sportè senz’altro stato molto importante e mi ha molto aiutato. Le mie due esperienze in guerra e come atleta mi hanno aiutato a guardarmi dentro per andare a scovare quelle energie nascoste che permettono di affrontare a testa alta la battaglia per la propria vita e per le persone che si amano.

55 vasche come una bella metafora ed anche un bel messaggio…

“Alla fine, so che il tempo cancella la memoria, e so che le storie degli uomini passano via. Ma quella scintilla vitale, quell’energia rinvenuta in un giorno difficile a Miami contando le vasche d’una piscina, restano il segno fuori dal tempo che la forza che abbiamo dentro di noi è una risorsa straordinaria per il contrasto alla minaccia potente della morte. Il futuro lo confermerà”.

Helen Alterio

Leggi qui le altre news: ULTIME NOTIZIE