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Intervista con Fabrizio Granero

Granero, le donne e i brillanti

di ilTorinese pubblicato lunedì 6 aprile 2015

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granero2La storia di questo piemontese lanciato nel mondo è un bell’esempio di genialità e successo; vale la pena raccontarla a partire dagli esordi

 

Se è vero – come sosteneva Marilyn Monroe – che i brillanti (e per estensione i gioielli) sono i migliori amici di una donna, allora per una sorta di magica proprietà transitiva Fabrizio Granero è l’alleato che tutte vorremmo avere. Perché -partito da Pinerolo, tappa a Montecarlo, arrivato alle vette di Gstaad- oggi è il gioielliere più amato dal jet set internazionale ed i nomi più altisonanti di aristocrazia, industria, finanza e spettacolo, è a lui che si rivolgono se vogliono un gioiello unico, creato a misura della loro personalità. Dai principi di Monaco alla famiglia Douglas, da Liz Taylor a Joan Collins, passando per i Rossellini, i Sinatra, Sammy Davis Jr. e tanti altri. L’attenzione al dettaglio, la ricerca continua e il feeling con le clienti, sono gemme preziose del suo lavoro e dall’atelier (dove riceve solo su appuntamento) escono solo pezzi di alta manifattura e notevole raffinatezza. Come la sua ultima creazione -i cuori di Gstaad- gioiello personalissimo (e must have)  riservato esclusivamente ai proprietari di uno chalet nell’Olimpo delle Alpi Bernesi.

 

La storia di questo piemontese lanciato nel mondo è un bell’esempio di genialità e successo; vale la pena raccontarla a partire dagli esordi: «Dato che a scuola andavo maluccio, mia madre mi impose di fare qualcosa nella vita e di scegliere tra alcune opzioni: la gioielleria è quella su cui puntai, partendo subito per Valenza Po. Dopo 6 mesi vendevo già diamanti  molto importanti».

 

-Quando il primo scatto?

«La mia fortuna è stata quando amici di famiglia torinesi divorziarono e la signora volle disfarsi di tutti i gioielli che le aveva regalato il marito. Così, a 19 anni, mi sono trovato a trattare pezzi importantissimi, compresi diamanti da 20 carati».

 

-Perché all’inizio proprio Montecarlo?

«La mia famiglia andava a Cap d’Ail ed è li che ho trascorso le estati della mia infanzia. Ho sempre detto che poi sarei andato a vivere a Montecarlo, dove tra l’altro il clima non è niente male».

 

-La fama com’è arrivata?

«Ho fatto dei gioielli per clienti casuali; alcuni personaggi famosi li hanno visti e a loro volta mi hanno commissionato creazioni che abbiamo disegnato insieme. La mia musa-cliente è stata la principessa Caroline di Monaco che mi ha portato fortuna e presentato al mondo. Ancora oggi, in occasioni particolari, i Grimaldi mi chiedono di creare i gioielli adatti».

 

-Quanto è stato difficile diventare il gioielliere dell’elite internazionale?

«Direi che è stato casuale e non complicato. Fondamentale il passa parola. Uno dei primi è stato Roger Moore che mi ordinò dei gioielli per la moglie Luisa; poi lei mi presentò agli amici e così  ho iniziato a vendere dall’uno all’altro, a catena. Non ho mai dovuto fare pubblicità per promuovere il mio lavoro. E sono clienti come gli altri, forse perfino meno capricciosi».

 

– C’è qualche aneddoto che può raccontarci?

«Barbara, la moglie di Frank Sinatra, voleva un anello con diamante molto importante e chiesero consiglio anche a me, che allora avevo 24-25 anni. Ebbi l’idea di chiamare New York e fare tagliare un solitario con le misure corrispondenti alla sua data di nascita. Quando gli altri gioiellieri del mondo presentarono le loro creazioni, dissi che erano tutte molto belle, ma che nessuna avrebbe avuto le date che la rappresentavano, è così che scelsero la mia».

 

-Cosa può dirci di Liz Taylor, famosissima per le strepitose parure?

«L’ho conosciuta che aveva già tutti i gioielli del mondo; io gliene ho modificati alcuni. Quando era a Gstaad in vacanza le ho fatto anche un importante anello con zaffiro».

 

-Come sono nati i cuori di Gstaad?

«Un po’ come segno di gentilezza verso la città in cui abito da anni. Ho sempre trovato divertente l’arte locale del découpage ed  ho pensato di riprodurre sull’oro quello che altri fanno sulla carta. Ed ecco l’idea di creare un gioiello solo per i proprietari di chalet, personalizzandolo con la loro abitazione al centro di un paesaggio bucolico e inserendo elementi a scelta: dall’orso, simbolo araldico di Berna, agli animali di casa. Ogni ciondolo è diverso dall’altro e per non inflazionarli li creo solo per chi ha casa qui».

 

-Quindi sono simbolo di un certo lifestyle; ma lei fa solo gioielli dal costo proibitivo?

«No, anche perché la mia filosofia è che l’unicità di un gioiello non è dettata dal costo, ma da chi lo indossa. Recentemente ne ho creato uno da meno di mille euro, e le assicuro che non è inferiore ad altri. Comunque, neanche il jet set ama sprecare i soldi».

 

-Le sue pietre preferite?

«Quelle di colore, come zaffiri, rubini e smeraldi: sono più rare e particolari, hanno più charme, storia ed eleganza rispetto ai diamanti, che comunque uso molto».

 

-Gli errori da evitare quando si sceglie o si fa fare un gioiello?

«Intanto, farselo fare è già un passo avanti. Comprarlo è un’altra cosa. Ci sono clienti che chiedono “di chi è quello?” Ma il gioiello non è di qualcuno; se non fa parte della personalità di chi lo porta, è un errore. Quindi no all’omologazione. E quando si vede arrivare prima il gioiello della persona, c’è qualcosa che non va».

 

– Qualche buona regola da seguire?

«Un po’come per gli abiti, occorre dosare in modo adeguato all’occasione. I gioielli sono importanti, devono brillare e vedersi, sono fatti per quello e ci devono essere; ma non sempre e non è detto che stiano bene a chiunque. Non c’è una regola generale».

 

-Come si sfugge all’omologazione?

«Scegliendo oggetti che non siano solo questione di prezzo, ma che abbiano dentro anche qualcosa di chi li possiede. E’ una questione di buon gusto; oggi molte persone preferiscono non comprare una borsa o un gioiello che hanno tutti».

 

-Le sue soddisfazioni più grandi?

«In realtà mi muovo in un mondo molto particolare, occorre cautela: da un lato, c’è il desiderio e l’orgoglio di mostrare quello che si crea; dall’altro, l’obbligo alla discrezione che vieta di dire a chi si è venduto il gioiello. Ma le soddisfazioni non mancano; per esempio un anno fa, su un giornale italiano, è apparso un personaggio che indossava una mia creazione fatta 25 anni prima e per me è stata un’enorme gratificazione».

 

-Consigli per i giovani che vogliono intraprendere e percorrere la sua strada?

«Ormai è tutto molto standardizzato e la maggior parte del lusso si fabbrica in Cina e India; io sostengo che il vero lusso non può essere quello. E’ importante imparare da chi conosce bene il mestiere e poi andare oltre: non copiare, non accontentarsi mai, lavorare sulle proprie idee, magari anche sbagliando».

 

-Lei come e a cosa sta lavorando?

«Ho un laboratorio privato con 4 dipendenti, mentre per alcuni lavori particolari mi avvalgo  di collaboratori a Valenza e Ginevra. Ho appena fatto un girocollo di zaffiri molto importante e sto pensando ad una collana incassata a tubo. La mia è una continua ricerca: da 3 settimane lavoro allo snodo di un orecchino che abbia la parte alta fissa, e la possibilità di agganciare facilmente vari pendenti, a seconda delle occasioni».

 

-Immagino che la sua clientela non senta la crisi, ma arabi e russi come si regolano?

«Effettivamente il gioiello importante  non conosce battute d’arresto. Ho 3-4 clienti arabi estremamente raffinati, per niente problematici; anzi dal loro buon gusto imparo molto. Invece  i russi sono attaccati alla griffe; per loro conta il nome famoso che etichetta ed è fondamentale che gli altri sappiano quanto hanno speso».

 

-In definitiva, i gioielli cosa aggiungono alle donne?

«Una donna ha già molto di suo; il gioiello, se ben fatto, dà luminosità, vita ed éclat».

 

-E quando lei crea un gioiello a cosa pensa?

«Alla persona che lo indosserà: a cosa dovrebbe o potrebbe portare, e darle un qualcosa di più».

 

Laura Goria

 

-I gioielli realizzati da Fabrizio Granero sono  distribuiti in esclusiva da KUNTA SA

www.kuntaluxury.com

 

 

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